La penna disegna una riga contorta – Roberto Rocchi

 
 

 
 
Non ce l’ho
un filo conduttore.
Il mio editore dice che
devo averlo
devo trovarlo.
Ma non ce l’ho
un filo conduttore.
Scrivo d’amore
di noia
di musica
e di malessere.
 
 
 
 
 
 

Alcolista di vita
non mi sazio mai
a volte mi pento
a volte mi va bene
a tratti sono anche felice.
Io non ho
un filo rosso
la penna disegna una riga
contorta che
per caso ha un senso
una logica
e il mio editore fiducioso
aspetta.
 
 
 
 
 
 
Mi domando, ma che
scrivo a fare
non sono Bukowsky
non sono Neruda
Rocìo scrive meglio di me
anche l’amico Fausto
ha un filo conduttore
si vede che ha qualcosa
da dire
io non ho neanche
un Oki da prendere.
vorrà dire che
ascolterò Billie Holiday
e andrò
a camminare
con Pippo
il mio cane.
 
(Roberto Rocchi, Senza filo, Samuele editore, 2020)
 
 

Nessun filo conduttore.

Sembra quasi giustificarsi la parola di Rocchi, ricordando come il suo editore, in primo luogo, gli chieda di averne uno, gli ricordi che deve “trovarlo”.

“Ma non ce l’ho / un filo conduttore”, ribadisce l’autore: lui scrive “d’amore” e “di noia”, “di musica / e di malessere”. In questo primo testo si riassumono già i suoi tratti peculiari: una sottile ironia, serena, priva di qualsiasi genere di risentimento; e un desiderio di descrivere la realtà quotidiana, con i suoi sentimenti di aspirazione semplice e universale, tra gli affetti, le loro armonie e i loro dolori, le inquietudini e le leggerezze.

Ed eccolo, il fil rouge su cui Rocchi ironizza, che torna a comparire anche negli altri testi: “Io non ho / un filo rosso / la penna disegna una riga / contorta che / per caso ha un senso / una logica”, ripete, dopo avere però restituito un’immagine dell’io scrivente quale “alcolista di vita”, che pertanto si nutre e abusa delle esperienze di ogni giorno, di cui non si sazia mai, tra pentimenti e soddisfazioni, con qualche attimo di felicità: sentimenti comuni ad ogni uomo per la loro universale semplicità e spontaneità.

L’ironia torna a presentarsi nell’immagine dell’editore che “fiducioso aspetta” il dipanarsi del “filo conduttore”, con cui Rocchi ironizza anche sulla naturalezza di autori, testi ed editoria, senza però muovere accuse dirette o mirate, con la stessa sobrietà e semplicità serena con cui tratta gli altri argomenti dei suoi testi.

Ma la sua non è ironia da superbo, satira tagliente, al contrario: il nostro è il primo a domandarsi “ma che / scrivo a fare … non sono Neruda”, evidenziando come persino gli amici scrivano meglio di lui, avendo addirittura trovato questo famigerato “filo”, “si vede che ha qualcosa / da dire / io non ho neanche / un Oki”, continua, strappando un sorriso al lettore.

E allora? “vorrà dire che / ascolterò Billie Holiday / e andrò / a camminare / con Pippo / il mio cane.” In questa risposta disarmante Rocchi ci ricorda l’importanza prioritaria della vita quotidiana e dei momenti semplici di ogni giorno, vero elemento connettivo dei testi, in opposizione a certo scrivere avulso dalla realtà, dall’uomo e dai suoi sentimenti, fonte privilegiata per ogni testo autentico.

Mario Famularo

 
 

Roberto Rocchi dirige il Festival
PANORAMI POETICI
quest’anno giunto alla Seconda Edizione


 
 
 
 

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