La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore – Chandra Livia Candiani

La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore, Chandra Livia Candiani (Einaudi, 2014).

La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore (Einaudi, 2014) è una raccolta poetica significativa per comprendere il pensiero di Chandra Livia Candiani. La silloge si presenta come un vero e proprio fertile campo di interrogativi esistenziali sia “nell’origine” che “nella fine/ di una sillaba” e si divide in tre sezioni: La bambina pugile (dove la parola è “ridotta a retrobottega di gesti” oppure ad una mera “gesticolata bellezza”); Pianissimo, per non svegliarti (dove apprendiamo con melanconico stupore che il lutto è la “nuova faccia/ dell’amore”); per finire, La precisione dell’amore (dove il lettore è invitato ad “abitare l’anima/ come l’animale/ la sua pelle”).

Le poesie di Chandra Livia Candiani sono una risposta ragionata “del danno/ che ci vive”, un dono, un’accoglienza della sofferenza e di una “acuminata tenerezza,/ la nostra/ follia che non fa rumore”. I suoi versi affondano nei concetti propri della filosofia e del buddhismo (Theravāda): influenze sono ravvisabili nel concepimento dell’insegnamento come un’esplorazione, un’esperienza individuale da compiere attraverso il <<camminare>>, cioè percorrendo un sentiero (quello della “Via”, per i buddhisti). Ma Chandra avverte il lettore che “il sentiero,/ anche quando è il medesimo,/ non è mai lo stesso/ dell’andata”. Un passo fondamentale da compiere lungo questo cammino, terreno e spirituale, è quello di ridursi al livello dei bambini, abbassandosi (letteralmente) non solo verso di loro (identificando il proprio sguardo con il loro), ma piegandosi, nell’atto (non religioso) della preghiera, fino a terra, per essere alla loro altezza.

L’infanzia aspra e un percorso di studi frantumato non hanno impedito a questa poetessa che vive in “un mondo/ di millimetri” di rivelare il suo lato migliore (da bambina pugile), che lei stessa dichiara di aver “tatuato” nel suo sangue come una tigre. Un animale che è un perfetto simbolo sia di quella paura terribile che dell’illuminazione (ad essa connaturata) poetate da William Blake (in Canti dell’innocenza e dell’esperienza, 1794). Paura e illuminazione fra le pagine della Candiani sono spesso intercambiabili con termini quali “buio” e “luce”. L’illuminazione e la salvezza sono una grande mano aperta, pronta ad accoglierci solo dopo che abbiamo imparato ad attendere senza pretendere, respirando, lasciandoci andare. Quel che dobbiamo apprendere attraverso il nostro cammino è che quando vogliamo sapere “quel che sa la poesia” dobbiamo sporgerci e “senza esitazione” cercare “il gesto più piccolo” che abbiamo. Ed è nell’umiltà, nelle ridotte dimensioni dei gesti, nella quotidianità, negli animali, nelle cose, negli oggetti e nella natura che ci rendiamo conto di quanto la poesia sia prima di tutto un ascolto nato da un “silenzio addosso al male”, “il male che orienta” e che ci conduce a “guardare riflesso il mondo/ berlo nella cerniera delle mani”. Guardare è un compito; l’aveva genialmente intuito Rainer Maria Rilke, grazie a Paul Cézanne. A tal proposito, Rilke nelle sue Lettere scrisse che <<gli oggetti d’arte sono sempre il risultato dell’essere stati in pericolo, dell’essersi spinti, in un’esperienza, fino al limite estremo oltre il quale nessuno può andare>>. E ancora, Rilke raccontò che Cézanne superò la rappresentabilità delle cose, costringendo <<le mele ad essere belle>> in modo che allo sguardo risultassero più che semplici mele. Così, ribaltando lo Schopenhaueriano velo di Maya, nelle opere di Cézanne le mele sono costrette a <<significare il mondo intero e tutto lo splendore>>. Le opere di Cézanne (esposte al Salon d’Automne, nel 1907) e le lettere rilkiane sono ora raccolte assieme in un volume intitolato “Cezanne Rilke. Quadri da un’esposizione, Parigi 1907. Ediz. a colori” (Jaca Book, 2018). Sia per il poeta che per l’artista gli oggetti, il paesaggio e l’io sono come parole in un <<linguaggio di cose>>. Il concetto della “cosalità” è un autentico schianto d’impressioni che (ne La bambina pugile) possono confluire in un decentramento e in un annullamento, sul limite, “nello spazio di carità/ tra te/ e l’altro”. Ma nei versi della Candiani anche il bisogno di trasformare il dolore si fa illusione e cosalità, come anche le passioni, i dolori, le gioie, si annullano nel tempio del proprio corpo e nell’anima vista come una foresta che respira.

In conclusione, la condizione d’invisibilità e di umiltà evidenzia tutto questo ed esplode in un atto di pura accoglienza, nei versi riportati in copertina: “L’universo non ha un centro,/ ma per abbracciarsi si fa così: / ci si avvicina lentamente/ eppure senza motivo apparente,/ poi allargando le braccia,/ si mostra il disarmo delle ali,/ e infine si svanisce,/ insieme”.

Vernalda Di Tanna

 
 
 
 
Cerco riparo
nella voce nuda,
nell’insegnamento del soffio,
chiedo rifugio
nel legame delle foglie,
la conta dei sassi,
il silenzio
che brucia nella corsa.
Faccio monastero
nel petto acceso di respiro,
nell’origine e nella fine
di una sillaba,
nella compagnia del passo
che allaccia a terra.
Ho vento,
ho ossa,
come muri del tempio,
ho mani.
La notte soffia
spegne la candela
insegna a uscire.
Mi cucio al passo
mi navigo nel respiro
mi sposo.
 
 
 
 
 
 
Certe mattine
al risveglio
c’è una bambina pugile
nello specchio,
i segni della lotta
sotto gli occhi
e agli angoli della bocca,
la ferocia della ferita
nello sguardo.
Ha lottato tutta la notte
con la notte,
un peso piuma
e un trasparente gigante
un macigno scagliato
verso l’alto
e un filo d’erba impassibile
che lo aspetta
a pugni alzati:
come sono soli gli adulti.
 
 
 
 
 
 
La gioia irriverente
di conoscerti
martella nelle mani
picchia alla gola
stende ai miei piedi
un baratro, una primavera.
Lo sparo della dimenticanza
di una tua parola
un abbraccio raso al suolo
un pane sbocconcellato
dal silenzio. Ho tremore
il rumore di un fiocco
di neve che tocca terra
assorda ogni tentativo
di fare parola
d’amore di tregua
di sale di pane
che accoglie l’ospite desiderata,
la spezzata lingua
dei cuccioli senza tana:
vivo un mondo
di millimetri.
 
 
 
 
 
 
Ti amo
come una frase inutile
che scappa fuori
maldestra
e fa un’aria nuova
aria di mani
intorno alla vita
aria di ballo.
Ti presento alla notte
come un custode assoluto
una promessa grandiosa
che colma ogni buco
ogni fessura tutta la perdita.
Ti porto con me
in questo tempo spinato
e le ore pulsano
come vene che scombinano
il senno del tempo
e fanno subito,
in piena notte,
incontro,
mani
che stringono mani
una festa
di pomodori sulla tavola.
 
 
 
 

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