In nome del soprannome – Giacomo Corona

corona

 

Oggi voglio proporre ai lettori di questo mio piccolissimo blog un lavoro di cui mi sono occupato non come Samuele Editore ma come Alessandro Canzian. Si tratta di un libriccino fuori commercio e a tiratura numerata che questo signore di Erto (in provincia di Pordenone) ha scritto e voluto far stampare come omaggio natalizio ai suoi amici/parenti/conoscenti. Ovviamente le offerte in soldi o bicchieri di vino non sono rifiutate e lunedì 28 dicembre avrò il piacere di dialogare con questo pittore/scrittore di nome Giacomo Corona nel suo studio a Vajont.

Giacomo è nato il primo marzo 1950 a Erto e Casso dove ha trascorso i primi anni dell’infanzia. La morte del padre avvenuta nel 1962, raccontata in questo libro, fu per lui un vero trauma che un anno dopo si caricò di un peso ancor maggiore in seguito alla catastrofe del Vajont. Dopo anni di incertezze e il conseguente smembramento della comunità erto-cassanese, la sua famiglia scelse di stabilirsi a Vajont. Giacomo poi trovò lavoro in una grande industria metalmeccanica. In quegli anni iniziò a dipingere e suonare per riempire il vuoto lasciato dagli eventi traumatici succitati. Oggi ama definirsi un artista di strada autodidatta sempre in cerca di fratture. In questa direzione ama ritagliarsi piccoli spazi tra le nicchie dell’arte dove il mercato non crocifigge la speranza. In un piccolo studio di Vajont continua la sua ricerca artistica volta a trovare nuovi linguaggi espressivi.

Il suo libro, In nome del soprannome è un lungo ricordo del padre, della sua rigidità e fermezza, della sua umanità, del suo proteggerlo quand’era un bambino che scopre l’amore paterno nelle bastonate a una mucca. Mescolando il dolore dell’animale al calore della rabbia non vendicativa, ma protettrice, del padre. Comprendendo l’uomo e la sua posizione nel mondo attraverso gli errori di questo padre, che inevitabilmente ricadono sui figli, attraverso l’enorme dignità di chi è obbligato alla guerra ma è anche orgoglioso di non avere morti sulla coscienza perchè ha sempre sparato in alto, mai a qualcuno. Un padre che è in qualche modo il punto di riferimento del soprannome stesso, appellativo d’uso tradizionale che diviene riferimento ancor più vero e caratterizzante del nome stesso. Il soprannome dice chi sei perchè dice da chi vieni, dice la tua storia, la tua provenienza. Il soprannome insegna anche a chi lo porta come si deve comportare nel mondo perchè è un marchio che sta a lui riempire di significato.

Giacomo Corona scrive una serie di racconti privati sulla sua storia e lo fa con un linguaggio semplice ma esatto, oggettivo e senza sbandamenti sentimentali ma con un orgoglio che trapela dalle parole come le pietre trapelano dalle ossa della sua gente. Perchè le pietre sono la parte fondante e costituente della casa che è il luogo della famiglia, il luogo dei miei vecchi con i loro volti austeri raccolti attorno al fuoco, certamente poveri, qualche volta perduti o ubriachi ma sempre dignitosi.

Un lungo racconto tanto privato quanto intenso e condivisibile proprio per la sua profondissima umanità e che nella parte in cui parla della guerra mi ha fatto ritornare in mente quella bellissima poesia di Antonella Sbuelz, Figura. 10 – In memoria di Carlo di cui ho parlato alcuni giorni fa (qui) e che sicuramente leggerò durante la nostra piccola presentazione:

 
 
Figura . 10
In memoria di Carlo
 

Nella foto che ti mostra alla partenza
mia madre ha un grande fiocco
tra i capelli
e tu una piuma nera
sul cappello
sopra lo sguardo dritto dei vent’anni
che dopo non avresti ritrovato
 
Me ne parlasti una volta sola:
dicesti di quei piedi assiderati
della febbre che intanto ti bruciava
del tuo risveglio all’isba
– un paradiso –
e della donna china su di te:
 
la Guerra tra i Vent’anni e il Grande Gelo
– guerra privata, tutta e solo tua –
lì fu di assalto, e non di ritirata
 
La galaverna ti faceva assorto
ma, vecchio, spalancavi
il viso al sole
al cielo adolescente del tuo aprile
 
Delle parole con la donna russa
raccontasti
poco prima di morire:
covate così a lungo dentro, in cuore,
al limite dei quasi novant’anni
erano pronte a schiudersi,
leggere:
Perchè mi curi? Ho invaso il tuo paese.
 
Lei non risponde subito: la vedo.
Guarda i tuoi piedi, guarda le sue mani
 
Anch’io, da tanto tempo, ho un figlio in guerra.
Spero in un’altra madre: che lo curi
.
 
Niente medaglie,
al tuo rientro a casa.
Rifuggivi raduni e proclami,
tentazioni sospette di gloria.
 
Da allora, sai,
mi sono chiesta spesso
se sia tornato vivo alla sua isba
il figlio della contadina russa
– il figlio della madre universale –
che hai affidato alla mia memoria.
 
(Antonella Sbuelz, da Transitoria, Raffaelli 2012)
 
 
 
 
 
 

Alcuni estratti dal libro:

 

Un uomo sulla quarantina d’anni è rientrato a casa dopo una notte passata al lavoro. I vestiti che indossa sono sporchi di calce e terra, logori e strappati. Sembra sia uscito da un combattimento svoltosi fra le viscere della terra. Ha gli occhi socchiusi, il naso leggermente tondeggiante e la fronte spaziosa che evidenzia un’accentuata stempiatura. Fischietta una canzone mentre è intento a radersi il volto accuratamente cosparso di schiuma, usando la lama a serramanico che richiede molta attenzione e una giusta inclinazione nel tirarla pelo e contro pelo. In questo frangente risuonano, come lode al Signore, le bestemmie che mio padre scandisce a cadenza regolare quando il rasoio sbanda. I tagli sulla pelle sono la causa scatenante del suo modo canzonatorio di rivolgersi al padre eterno; Dio lampo-benzina, brigadiere, spricane sono definizioni strambe, bestemmie fiorite, termini fuori dal comune. Per lui, costretto a vivere di fatica e sempre in salita, sfogarsi resta l’unico modo per allentare la tensione, un ansiolitico naturale che riequilibra le funzioni dei muscoli tesi e rallenta la corsa dei pensieri neri dovuti anche alle notti insonni. La mattina quando mi alzavo per andare a scuola ascoltavo il repertorio che mio padre esibiva e mi divertiva il suo modo di sfogarsi. Le lodi mattutine a nostro Signore, a tratti, si interrompevano sulle note di una canzone, ma la sbandata del rasoio faceva ricominciare subito le litanie. Il lavoro di mio padre si svolgeva al cantiere del Vajont. Qui erano arrivate le ditte che, di lì a poco, avrebbero dato inizio alla costruzione della grande diga.

 

[…]
 

In quel periodo cominciavo a conoscere meglio la storia di mio padre; avevo sentito molto delle sue avventure di vita dalle zie, altro ancora mi era stato narrato dai suoi amici. Il tutto arricchito da dettagli e aneddoti che mi aiutarono a capire la sua personalità. Mio padre raccontava di avere imparato a stringere i denti quando nella vita gli si presentarono lutti e tragedie inaspettate. Aveva otto anni allorché nonno “Jacon”, con parole adatte a un bambino, gli disse che era morto in guerra suo fratello Nani. Alcuni anni dopo dovette affrontare altre dure prove in seguito alla morte di due suoi fratelli: Felice deceduto in un incidente stradale e Antonio travolto dal crollo di una galleria dove stava lavorando. Tre fratelli poco più vecchi di lui erano morti in giovane età tutti in circostanze tragiche e la sua vita era ormai segnata per sempre da quella tristezza malinconica che l’animo umano è costretto a portarsi dentro, aspettando che il tempo in qualche modo aiuti a lenire il dolore provocato da fatti luttuosi. Poi arrivò la guerra. Ricevette la “cartolina” per partire: il fronte greco-albanese era la sua destinazione. La sera accanto al fuoco mi raccontava di aspre battaglie, della paura che suscita nell’anima la follia della guerra e di come aveva salvato la pelle fingendosi morto tra i cadaveri dei commilitoni della sua compagnia. Papà era partito con l’intenzione di non uccidere uomini che, come lui, erano vittime di scelte scellerate fatte da gente senza scrupoli a cui non importava niente della vita. Mentre parlava la voce era rotta da una forte emozione, raccontava che aveva sparato sempre in aria e che non portava il peso di nessuna morte: parole forti che io ascoltavo tra lo stupore e l’incredulità. Un giorno mia sorella ed io, rovistando tra un mucchio di carte, trovammo una lettera-cartolina spedita dal fronte greco destinata a mia madre. Leggemmo: – La mia vita… è in mano al destino di questa maledetta guerra. La morte potrebbe arrivare da un momento all’altro, tu non puoi farmi promesse e ti capisco. Neppure io, mio malgrado, posso prometterti niente. Così stanno le cose!… Per quello che mi scrivi e che riesco a cogliere fra le righe, voglio dirti di stare tranquilla e, semmai un giorno qualche merlo bussasse alla tua porta, devi aprire. Non preoccuparti per me. Dovessi uscire vivo da questo inferno troverò il modo di arrangiarmi Ti suggello con un bacio, tuo Pietro. – Se la cavò! Fu congedato alla fine del quarantatrè in seguito alla richiesta fatta dai suoi genitori in attuazione ad una legge che permetteva il rimpatrio di tutti i soldati rimasti figli unici o che avevano perso un fratello nella stessa guerra o in quella precedente. Rientrò a casa e riprese le sue abitudini adattandole al tempo di guerra. Erano passati alcuni giorni dal suo arrivo quando fu arrestato dai tedeschi durante un rastrellamento avvenuto a Erto. Il ponte del Colomber, che attraversava il torrente Vajont, era stato fatto saltare in aria dai partigiani che con questa azione volevano ingabbiare i tedeschi nella vallata per accerchiarli e sconfiggerli sul terreno amico, dove tutto sarebbe stato più semplice. La risposta delle SS fu immediata con la seguente richiesta: – O gli Ertani rendono il ponte agibile entro quarantotto ore o i prigionieri già rastrellati saranno deportati nei campi di lavoro in Germania –. Il prete del posto si prodigò affinché si trovasse l’accordo e il ponte diventò di nuovo transitabile dopo alcune ore di lavoro massacrante; delle corde d’acciaio erano state ancorate sulle due sponde della gola e grossi tavoloni furono stesi per permettere il passaggio di automezzi pesanti. Alcuni uomini in forza al commando tedesco si accertarono che fosse tutto in ordine verificando che la struttura non nascondesse alcun tranello. Il rapporto fu portato al comandante che subito convocò il prete. Con tono autoritario, prima in lingua tedesca poi in stentato italiano, disse: – Sembra che tutto sia a posto! – E se ne andò di tutta fretta. Le ore che seguirono furono ore di trepidante attesa, ma l’accordo fu rispettato e tutti i “prigionieri” in custodia nel carcere di Pordenone furono liberati. Tra questi c’era anche mio padre.

 
[…]
 

Mio padre era tristemente famoso per una storia che lo aveva coinvolto in gioventù. Non parlava mai del fatto accaduto anni prima ma io ne ero venuto casualmente a conoscenza litigando con gli amici. Durante una scazzottata e uno scontro verbale particolarmente acceso mi sentii dire: – Siei de chi che britolea panze – (siete quelli che tagliano pance). Un’affermazione rivolta a me e ai miei fratelli fino a diventare un marchio stampato. Mi portai a casa l’accusa. Volevo capire cos’era successo direttamente da mio padre ma mi mancò il coraggio di chiederglielo. Ripiegai sulla zia con il tono di chi interroga: ­– Perché mi devo sentir dire sempre queste brutte cose? – – è una storia che dovete sapere – rispose la zia mentre con i miei fratelli ci stringemmo a lei. – Vostro padre è un uomo severo e qualche volta arriva alle mani anche con voi quando non rigate dritto. – Concordammo con un cenno del capo. – Questo non vuol dire che sia un violento! – Messa da parte la corona del rosario che stringeva tra le mani durante le estenuanti e continue preghiere di ogni giorno, la zia cominciò a raccontare: – Il suo amico Cesura iniziò ad infastidirlo con brutti e continui scherzi che diventavano sempre più pesanti con il passare del tempo. Credo, anzi lo so per certo, che il motivo fosse legato alle donne che abitavano la parte alta del paese a “Seura feuc”. Secondo Cesura solo gli uomini delle vie circostanti potevano avanzare pretese di corteggiamento verso le signorine del posto. Riteneva che quella zona fosse una riserva per pochi eletti selezionati da lui, secondo criteri del tutto particolari. – Gli altri stare al largo! – diceva. Cose d’altri tempi che vostro padre non teneva minimamente in considerazione e tanto meno si lasciò intimidire dall’ordine di non frequentare le case del posto. Allora cominciarono gli screzi. Il Cesura voleva imporre la sua legge personale e non trovando il terreno fertile passò all’azione con una serie di atti poco ortodossi. Insomma cose che solo i santi possono sopportare! Quando vostro padre giocava a carte “l’amico” gliele strappava di mano e le buttava in aria; se portava il bicchiere alla bocca questo finiva scaraventato a terra; il suo capello era sempre sporcato, calpestato, bagnato d’urina e “cose del genere” (tagliò corto la zia). Volavano insulti pesanti misti a minacce “abbandonare il territorio”, una sorta di coprifuoco per i non ammessi al corteggiamento. Minacciati costantemente! Tutto questo durò per molto tempo finché la misura fu piena. Piare decise di portare ancora pazienza, forse con il tempo le cose sarebbero cambiate, ma non andò così ! Vostre padre una sera con due amici si recò a casa dei fratelli Maruf per la solita partita a carte. Quella casa era frequentata da alcune signorine amiche delle due sorelle Maruf. Quel via vai di uomini e donne favoriva incontri e approcci sentimentali che spesso venivano regolati sull’altare con il pegno d’amore. – Ma queste sono cose di mondo – disse la zia mentre portava due dita della mano destra vicino alle narici per inalare il tabacco da naso appena estratto dalla piccola scatola di legno. Piare – continuò – una sera era intento a giocare a carte quando il Cesura si avvicinò a lui, si sbottonò i pantaloni e liberò l’urina nella tasca della giacca di vostro padre che non deve avere più capito niente. Perchè allungò la mano nella tasca dei pantaloni, aprì il temperino a mezza luna, si spostò di fianco con l’intenzione di colpire, e colpì! La pancia del Cesura venne ricucita dal medico che, messo al corrente del fatto e per gli obblighi di legge in vigore, comunicò all’autorità competente quanto accaduto compilando tutto su un apposito verbale. Seguì la denuncia. Al processo per direttissima i giudici non presero in considerazione nessuna attenuante in favore di vostro padre e lo condannarono a sei mesi di prigione che scontò nel carcere di Baldenich, presso Belluno. – Voglio anche raccontavi quello che avvenne dopo! – continuò la zia. Andavo a trovarlo in carcere e lo vedevo depresso, penso soffrisse la sua condizione di carcerato non solo per la mancanza della libertà ma soprattutto per il fatto di non essere stato in grado di ragionare e di fermarsi in tempo. Comunque passò quel brutto periodo, ritornò a casa e riprese le sue abitudini e anche il tono dell’umore tornò ad essere quello di prima. Lo sentivo nuovamente cantare, usciva con gli amici; tutto filò liscio fino al giorno in cui il Cesura ricominciò a indispettirlo. Stessi scherzi, stesse minacce con l’aggiunta di invettive provocatorie. Una sera, mentre mi raccontava i particolari ad un certo punto pronunciò una frase che avevo già sentito altre volte: – Adesso basta! –. Il mio presentimento fu tale che il giorno dopo mi recai dai carabinieri per metterli al corrente di quanto stava accadendo. Il Cesura fu chiamato in caserma: – La prossima volta sarebbe stata legittima difesa – disse il maresciallo rivolgendosi a lui con tono minaccioso. Qualche tempo dopo tutto cambiò per il meglio Cesura si scusò con vostro padre. Non so cosa si siano detti ma ritornarono ad essere ancora amici. Forse quelle parole “legittima difesa” o la paura di altre” ricuciture” erano diventate il fodero dove riporre la spada.

 
[…]
 

Cominciammo il lavoro il giorno dopo: uno, due,tre fino a sette viaggi. Sette, un numero biblico tenuto in considerazione per altri mille motivi e per strane cause matematiche, è ritenuto un numero perfetto! Per noi che rappresentava una punizione severa quel numero era tutt’altro che perfetto! Troppa fatica, molto tempo libero sprecato! Io e i miei fratelli ci interrogammo sul da farsi. Con tre viaggi caricati abbondantemente potevamo fare sette mucchi di letame! Fu la prima idea e, subito, si rivelò quella giusta. Per molti giorni tutto filò liscio, ma non eravamo tranquilli. Infatti un pastore del posto rimproverò mio padre dicendogli che i suoi figli non erano muli e non potevano portare, tre volte al giorno, gerle stracolme di letame perchè avevano la schiena piegata e la lingua penzolante. Mio padre si meravigliò perché aveva visto sette mucchi di letame che corrispondevano a sette viaggi! L’inganno fu svelato e scoperta la nostra astuzia. Non ci furono punizioni ulteriori ma soltanto un laconico invito a fare quello che potevamo. Fatto strano perché mio padre era abituato a farsi ubbidire usando metodi rigidi e spartani. Questa convinzione di avere un padre severo in me durò ancora per qualche tempo fino al giorno che dovetti assistere alla punizione della “Garofola”, una delle nostre tre mucche. La bestia mi aveva sferrato un brutto calcio nelle parti basse, infastidita dal modo troppo grezzo di premere le dita mentre facevo pratica di mungitura. Dal fienile, situato sopra la stalla, mio padre sentì un urlo. Immaginando mi fossi fatto male scese per la scala a pioli arrivando nella stalla rotolando come un gomitolo di lana. – Che cos’è successo? – chiese. Guardò il secchio rovesciato a terra, il latte sparso sul selciato, le mie mani strette al ginocchio. Singhiozzando con parole soffocate spiegai la dinamica dell’accaduto. Fu allora che mio padre afferrò un grosso bastone e si avventò sulla “Garofola”. Era furibondo e mentre picchiava la povera bestia proferiva ogni sorta di rimprovero verso di lei, continuò finchè la forza lo sostenne, poi lasciò cadere il bastone e si prese cura di me. Assistetti impietrito a quella scena provando pietà per la povera mucca. La figura ruvida e severa di mio padre si dissolse come d’incanto lasciando il posto al padre protettivo che avevo sempre sognato.

 

[…]
 

Andavo fiero di vivere in una famiglia che guardava e sentiva empatia verso i propri simili, anche se diversi, fregandosi dell’ilarità degli altri. Casa nostra era come un porto di mare, aperta a persone in difficoltà che transitavano per trovare ristoro e calore. Consideravo un valore l’atteggiamento dei miei genitori riguardo la loro disponibilità ad accogliere in casa estranei, uomini che erano continuamente in lotta con le difficoltà della vita. Queste erano persone vere piene di umanità anche nella loro stranezza. Uno era ”Cen de Fromai“ il santo bevitore. Era mio santolo, un uomo mite con una forte predisposizione alla malinconia. Un altro era Beniamin, che ci aiutava nel lavoro dei campi senza pretendere alcunché, se non il solito piatto di minestra. Pocchiesa era il pittore dei mille colori… che dipingeva madonne e santi ma anche i muri interni delle case come semplice imbianchino. Piare e Liberal erano due fratelli che prestavano la loro opera reclamando solo la possibilità di bere vino il più possibile. Tutte queste persone in vari periodi hanno frequentato la nostra casa, erano tutti amici di mio padre che trascinavano la loro vita come meglio potevano fare. Infine c’era Sep de Isaia, un uomo colto e battagliero con un’incrollabile fede nel Partito Socialista al quale era iscritto anche mio padre. Storie di persone così diverse mi hanno fatto capire che ogni uomo concepisce il mondo in cui vive in maniera unica e che le esperienze personali contribuiscono in grande misura ad elaborare la struttura del carattere, lasciando uno scarto minimo, da destinare al libero arbitrio.

 
 
 
 
 
 

Alcune foto della presentazione

 


 
 
 
 
 
 

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0 comments on “In nome del soprannome – Giacomo Corona
  1. tramedipensieri ha detto:

    Che vita piena, interessante nonostante i tempi….altri valori.
    Grazie per la condivisione

    Ha scritto proprio un bel libricino, ottima idea

    Ciao
    .marta