IL VELIERO CANNIBALE 3 – UN COLPO D’ARCHIBUGIO

IL VELIERO CANNIBALE 3 - UN COLPO D’ARCHIBUGIO

El Gran Capitán, recorriendo el campo de la batalla de Ceriñola, 1835, Federico Madrazo y Kuntz

 
 

Malinconie, anacronismi e moralismi del Capitano Peleg

 

Moby Dick è il libro che più si avvicina al Libro dei libri. In nessun altro si disputa intorno all’esistenza di Dio, o alle prove della sua inesistenza. In uno l’immensa Arca; nell’altro l’oscuro Pequod, che è di Achab, ma non è Achab, perché il Pequod è il suo proprietario, il quacchero, il dimenticato Peleg, che l’aveva addobbato “come un barbaro imperatore etiopico… Era fatto di trofei. Un veliero cannibale, che si ornava delle ossa cesellate dei suoi nemici”.

Parafrasando le parole usate da uno scrittore per parlare di un altro scrittore, il nostro Capitano Peleg, risorto con un artificio, è un naufrago del passato che il Fato ha proiettato sulle sponde di un altro tempo. A cura di Frescobaldi MacIntyre.

 
 
 
 

UN COLPO D’ARCHIBUGIO

 

Il primo passo verso il riscatto sociale, per Arriaga fu scappare da una prigione e rinchiudersi in un’altra, dal latifondo dove i suoi diritti erano appena più su di quelli di un animale da cortile e di poco sotto quelli di Flecha il cavallo andaluso di Villalobos, alla marmaglia della truppa di Navarra.

Il primo segno che la strada intrapresa forse era quella giusta, arrivò solo tre anni dopo, sull’isola dei Fagiani, una striscia di terra nel bel mezzo del Bidasoa, nell’ultimo tratto del fiume, quello che segna il confine tra la Spagna e il regno di Francia. L’isoletta appartiene a tutti e due i paesi, e quindi a nessuno per come la vede Arriaga, che era capitato là per uno scambio di prigionieri. Calpestando il terreno di quella minuscola zona grigia dell’Europa, respirò – furono pochi attimi ma tanto vividi da farsi memoria – la libertà, senza sentirsi carne da macello.

Decise allora di alzare la posta, e da archibugiere dell’Impero quale era diventato, si imbarcò ad Alicante per la campagna d’Italia. A bordo dell’ennesima galera della sua vita, quell’immenso spietato deserto che è il mare lo elevò al livello del suo caporale, del maresciallo, del comandante del vascello, tutti impotenti in egual misura dinanzi a quel gigante d’acqua e ai suoi imprevedibili desideri.

Ma a favorire l’emancipazione di Esteban Arriaga, improbabilmente, fu un archibugio.

Più in generale, ad alimentare quest’illusione fu la comparsa sul teatro di battaglia dell’artiglieria leggera, una barbarie destinata a radere al suolo i privilegi e abolire quasi definitivamente dalla scena l’onore, il rango e il titolo, sino ad allora ben rappresentati dal ferro.

L’arma, un vecchio tüfek giannizzero con accensione a serpentina, bottino di Arriaga nel 1497 a Melilla, dove aveva servito i re cattolici sotto il comendador Pedro de Estopiñán y Virués, sei anni dopo gli aveva permesso – con un proiettile preciso o come spesso accade guidato dalla fortuna più che della mira – di uccidere il comandante dell’esercito francese durante la battaglia di Cerignola. Il Duca di Nemours era stato sbalzato di cavallo, quasi raggiunto dallo strale invisibile di un dio per la prima volta dalla parte dei giusti, piombando nella polvere, come sarebbe occorso a un contadino qualsiasi bastonato da un padrone o messo in ginocchio dalla fame e dalle decime. Allo stesso modo di Arriaga, che prima di ingrossare la soldataglia imperiale, aveva conosciuto una vita di umiliazioni figlia del proprio censo e delle proprie origini.

Un debito pagato al di sopra della legge con un dito della sinistra amputato, il capo chino davanti a Villalobos, una farsa mandata a memoria e recitata davanti all’esattore, il rifiuto della donna amata fondato su due cognomi, erano stati capitoli fulgidi della sua inferiorità, di una subordinazione decisa altrove; se nell’animo umano, nella legge o nelle sacre scritture, però, non avrebbe saputo dirlo.

Quel tiro, in ogni caso, aveva messo le cose in pari; e mentre il Duca di Nemours, un puro D’Armagnac, cadeva, insieme a lui lo facevano tutti gli usurpatori della dignità di Arriaga, i padroni, i vescovi avidi come cambiavalute, gli ufficiali. Finalmente un bifolco, un ultimo, aveva una speranza e uno strumento meraviglioso per coltivarla e promuoverla. Non lo aveva ancora capito a Melilla, ma ora non aveva più dubbi: il fucile era la grande livella attesa da mille e mille anni.

Dopo quell’impresa, di cui nessuno tranne lui parevano aver compreso l’immensa portata sociale, egualitaria, Arriaga divenne un eroe, e salì di grado, nell’esercito e nella vita; e la nuova posizione conquistata, nella sua mente tenace, gli avrebbe consentito di continuare la lotta e farsi ponte per le afflitte generazioni future.

Alla fine, tutto fu deciso da un colpo d’archibugio.

Quello che poco più di un anno dopo gli esplose contro un semplice soldato francese, un contadino delle campagne di Dax nell’Armagnac, dalla mira più precisa della sua, e che gli fermò il cuore.

 

Frescobaldi MacIntyre

 
 

 
 

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