Il veliero cannibale .1

Il veliero cannibale .1 1

foto di Corey Arnold
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Malinconie, anacronismi e moralismi del Capitano Peleg

 

Moby Dick è il libro che più si avvicina al Libro dei libri. In nessun altro si disputa intorno all’esistenza di Dio, o alle prove della sua inesistenza. In uno l’immensa Arca; nell’altro l’oscuro Pequod, che è di Achab, ma non è Achab, perché il Pequod è il suo proprietario, il quacchero, il dimenticato Peleg, che l’aveva addobbato “come un barbaro imperatore etiopico… Era fatto di trofei. Un veliero cannibale, che si ornava delle ossa cesellate dei suoi nemici”.

Parafrasando le parole usate da uno scrittore per parlare di un altro scrittore, il nostro Capitano Peleg, risorto con un artificio, è un naufrago del passato che il Fato ha proiettato sulle sponde di un altro tempo. A cura di Frescobaldi MacIntyre.

 
 


 
 

GLI SQUALI A TRAFALGAR SQUARE

 

Nel 1868 si decise di appesantire la Colonna di Nelson, già sufficientemente poderosa per la solenne autocelebrazione della supremazia britannica sui sette mari, con quattro leoni di bronzo, posti agli angoli del piedistallo e realizzati su disegno di Sir Edwin Landseer, indefesso ritrattista di cavalli, cani, volpi dal destino segnato e cervi.

I quattro re della foresta, ammirevolmente evocati in un contesto marinaresco, venivano imposti al progetto originario di William Railton, che già prevedeva ai piedi dell’obelisco, quattro pannelli di bronzo con le vittorie di Lord Nelson.

Forse, un impiego più sincero e autentico dello humor, appannaggio tanto osannato quanto arbitrario dei popoli di quelle lande, avrebbe consigliato ai reali architetti di dedicare uno dei riquadri ai vinti, tenuto anche conto che erano stati i cannoni franco-spagnoli a fornire il bronzo per plasmarli. Così, in uno di essi ben poteva inserirsi una scena esemplare del coraggio e della rassegnazione dei nemici finiti in mare, senza macchiare neppure di striscio l’orgoglio dell’impero.

Però, per cedere al fascino di un’eresia spesso c’è bisogno di un libro. E quello che serviva al caso, difficilmente ebbe occasione di leggerlo l’architetto Railton, la cui biblioteca non annoverava le Memorie del capitano Thomas Francis Fremantle, comandante del Neptune, uno dei vascelli a tre ponti che incrociarono le acque di Capo Trafalgar, il 21 ottobre 1805.

Una parte corposa del memoriale – le cui pochissime copie pubblicate a pagamento di un piccolo debito, furono subappaltate da Bentley a uno stampatore di Fleet Street – si attarda sulla severità, o forse sull’assenza non ricordo, del padre ammiraglio, sull’apprendistato, a soli 11 anni, a bordo della fregata di sua maestà Hussar, e sugli anni formativi in Giamaica.

Ma nelle brevi e dense pagine che rievocano Trafalgar, Fremantle schizza un episodio edificante e truculento: le acque dell’Atlantico color del piombo, il sangue dei naufraghi della San Francisco de Asis che affonda, dilaniati dagli squali, e il marinaio spagnolo che in bilico su una murata spara sui pescecani con un cannone di piccolo calibro, rinunciando a tuffarsi e a salvarsi prima che il mare lo inghiotta insieme alla nave.

Possiamo illuderci, non costa niente, che se Railton avesse avuto la ventura di leggere il resoconto di Fremantle, avrebbe chiesto al Primo Lord dell´Ammiragliato di intercedere con la corona perchè in uno dei pannelli fosse incisa questa scena; e che questa scelta avrebbe permesso a Landseer di aggiornare il suo bestiario, e sistemare ai piedi dell’ammiragio Nelson i rappresentanti di chi a Trafalgar uccise più nemici dei cannoni.

Frescobaldi MacIntyre

 
 

 
 
 

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