Il scappamorte – Gian Mario Villalta

Bozza automatica 2422

Il scappamorte, Gian Mario Villalta (Amos Edizioni 2019, A27 Poesia).

Esce per l’ottimo Editore Amos, che in questi tempi ci sta abituando a tre imperdibili chicche all’anno, l’ultimo libro di Gian Mario Villalta: Il scappamorte. Un volumetto esile (poco più di una cinquantina di pagine) dove si riconoscono alcune diversità rispetto, ad esempio, al precedente Telepatia (Lietocolle Pordenonelegge 2016). Si vedano ad esempio i testi:

 
Le cifre dell’animo che ripetiamo
più volte ognuno per conto suo
all’ora di pranzo tuttinsiemeacasa
senza appetito per le nuove date
 
eppure sono sicuro
che ci vogliamo bene,
che cerchiamo di masticare
tutto senza rumore
 
il tempo che chiude la gola,
i pensieri che sanno cosa aspettarsi,
cosa nuovamente temere
 
Telepatia
 
 
 
 
Tornato dal sogno, una tristezza leggera
e silenziosa come il sorriso di una madre
accarezzava le immagini andate
dove avevi nel sonno perduto un giorno.
 
Un intero giorno non passato o futuro ma il giorno
che stavi vivendo si andava perdendo
e tu afferravi (il tempo?) e gridavi (a chi,
gridavi?) di stare qui non portarti dentro
 
quel quieto niente. Un giorno intero
svaniva e – nel sogno – niente di vita
potevi tenere gridavi (che cosa?)
 
piangevi (per chi?) mentre non era vero
ma crederlo faceva male uguale
a non credere in nulla (inutile piangere, gridare)
 
Il scappamorte
 
 

Salta subito all’occhio, nel secondo testo, un uso maggiore delle assonanze, di quelle rime imperfette che evitano l’effetto cantilena ma legano ugualmente i versi creando ritmi, links. Strutturando un’unitarietà che è il vero tema e problema, a diversi livelli, dell’opera.

Perché Gian Mario Villalta si interroga, in queste pagine, sull’altro che noi siamo nel sonno, nella morte, nell’alterità di uno stato di coscienza diverso e che in un testo diventa addirittura l’esterno, il fuori (Cosa farai stasera? A cena fuori / (ma c’è il fuori allora!) oppure / il rito della solitudine / alimentare: cucino per me / – che cazzata! – capaci di tutto / noi del mondo orizzontale / perduto l’alto). Un qualcosa che siamo sempre noi, ma irriconoscibili a noi stessi.

Per affrontare questa alterità Villalta misura innanzitutto i tempi ponendo la questione sulla scelta, sulla sospensione (tema già caro, seppure in altri termini, a Maurizio Benedetti in Tersa morte, Mondadori 2013), di testo in testo ripetendo ancora un minuto un minuto che diventa la paura d’affrontare l’alterità di sé:

 
ancora un minuto un minuto
 
scegli tu di tornare nel sonno?
O nel dormiveglia – quando ancora non pronto
allo scatto del giorno
di quell’altro te stesso che devi – stai meglio
… no, non meglio… stai
altrove, che non è sonno, e non è veglia,
non preciso l’immaginare dal sogno?
 
 

Uno stato confusionale che non è spaesamento ma compresenza di veglia e sogno, che alla fine del libro sfocia nella domanda:

 
è soltanto un sonno (è vero che sei sicuro
che sai di dormire, nel sonno?): saprai
nella morte di essere morto?
 
 

Un’alterità alla quale è impossibile opporsi (piangevi (per chi?) mentre non era vero / ma crederlo faceva male uguale / a non crede in nulla (inutile piangere, gridare)) e che produce un senso di solitudine ineluttabile (Anche l’orizzonte ha preso una brutta piega / da quando la terra si secca per un nonnulla – lo vedi: / se pure sepolti con tutti gli onori non germogliano più).

Una solitudine esaminata con attenzione, chiamata talvolta perdita:

 
Tra me e me lo chiamavo il scappamorte.
È stato l’altro, poi, a sorprendere me:
da un sogno dove l’avevo lasciato all’alba
senza più ricordarmi,
mi ha svegliato mentre mi stavo perdendo
dentro le cose solite
che perdono tutti ogni giorno.
 
 

Tavolta tempo:

 
di tutto questo tempo che non mente
né ci lascia un istante mentre tenera
come un’amante che s’addormenta parlando
la mente investe le età come un vento
che ora è quieto e ora svelle ogni erba
o sospinge le nuvole nella solitudine.
 
 

Ma come in altre opere Gian Mario Villalta, nonostante una profonda consapevolezza del male e della solitudine, riesce comunque a immaginare un bene, una felicità, pur non essendo mai parte effettiva dell’io (ma di qualcun altro):

 
Confessi a te stesso che della felicità
sai la voglia: fa feste
all’aria intorno a te e ignora
il boccone offerto, come il cane addestrato
alla guardia del cuore
quando sfugge al guinzaglio.
 
 

Questo rapporto con l’altro me che riverbera nel sonno, nella morte, nel fuori, nella prima parte dell’opera trova uno stile spezzato non di rado da incisi che poi, nella seconda, diventano meno invadenti a favore di un verso più piano, forse più arreso.

Ma soprattutto il rapporto con l’alterità si esprime in una sorta di controcanto nei testi. La numerazione e la dimensione stessa dei caratteri indica due diversi percorsi, uno altro all’altro anche se appartenenti alla medesima voce. Si nota infatti una numerazione romana e una araba. In una struttura che come in una matrioska dal contenuto agli incisi alla compresenza di due dettati continua a intrecciare due presenze (sonno/veglia, morte/vita) nel medesimo io.

E la soluzione pare non esserci indicando volutamente nelle ultime pagine una certa aporeticità: Saprai / nella morte di essere morto? è la domanda che chiude idealmente l’affermazione d’apertura del libro: Sulla soglia tra sonno e veglia / assale l’obbligo bipolare / più popolare: “Deciditi!” e intanto “Resta te stesso!”.

L’incertezza dello stato di sonno o veglia, di vita o morte, l’impossibilità alla fine di acquisirne consapevolezza (nonostante l’iniziale tentativo auspicato) viene ulteriormente ribadito nel penultimo testo: oggi la lingua / non abbocca. Versi che in effetti possono riferirsi allo stile dell’opera, come si è detto denso di assonanze e rimandi e quindi in qualche modo unitario, oppure no. In una compresenza di ambedue le soluzioni che ulteriormente riporta il tema sonno/veglia morte/vita.

Uno stile che però inevitabilmente rappresenta un appoggio, un punto fermo nell’incertezza. Pur non sapendo se si è svegli o addormentati, vivi o morti, il riuscire a legare le parole nei versi costituisce quasi una rete di salvataggio per il poeta e per l’uomo. E questa – si accerta – non è solitudine.

Alessandro Canzian

 
 
 
 
1
 
Sulla soglia tra sonno e veglia
assale l’obbligo bipolare
più popolare: “Deciditi!” e intanto “Resta te stesso!”.
Chi mai vedesse contraddizione
tra la decisione (tagliare, adesso, la corda,
saltare il fosso), e medesimarsi in sempre uguale
sé, cioè (ri-)petere lo stesso stare,
dovrebbe come nel dormiveglia sognare
ancora un minuto un minuto ancora (ma sempre
lo stesso minuto) da sveglio dentro il sogno.
 
 
 
 
 
 
3
 
Già le auto, che dopo lo stop accelerano in ripresa:
lacerano la stoffa tesa tra gli aceri della notte.
 
Già il tramestare il tintinnio lo sbattere
di là dalla parete: il vicino e la lavapiatti – coppia perfetta –
il battibecco di ogni mattina alle sette.
 
Mentre inonda la tenda la luce che la porta finestra
ricuce sghemba – pare umida – sul pavimento.
 
E con la luce l’attesa.
 
Richiuse appena le palpebre.
Ancora un minuto un minuto.
Che cosa aspetti da sempre?
 
 
 
 
 
 
I
 
le ciglia sommerse dal biancore, i canneti agitano le fruste
nel turbinìo dei fiocchi, il vento ha la neve negli occhi, il fiume
le anatre sotto un tronco, con i funghi marci, una ciabatta, tutto
passa di vita in morte in vita in un istante
 
 
 
 
 
 
IV
 
a ogni utenza i ricordi si trasformano
e trasformano te, che ricordi, per appropriarti della vita che sfugge,
e ferma non la vorresti, ma sai perderti
così male, però, e ti chiedi se odiare anche a te farebbe bene
 
 
 
 
 
 
13
 
Passi dall’altro mondo, lasci per sempre ore.
Non solo quando dormi
altri luoghi altri giorni abitano
la coscienza che forma il tempo
e ti ci immerge illudendo
che sei tu quell’assenza
che separa l’istande dentro l’istante,
e dubita della veglia, esposto nel corpo
sei tu che sprofondi nel sonno
e un nuovo abisso è il risveglio.
Chi è che pretende adesso
di essere te, attraversa
la soglia, chi è che sa cosa aspetta
in questa piega del buio, alle tre
di mattina, quando ha paura e non sa
se per la certezza dell’alba, oppure se più non verrà?
 
 
 
 
 
 
IX
 
di bianco per ingannare l’occhio
che misura, disporre in alto il distante,
in basso più grande ciò che è vicino, più grande
ancora fiché divora tutto il campo
 
 
 
 
 
 
14
 
Sono stato un bambino insonne.
All’inizio era tutto catturare il momento
dello sprofondo, quando l’io vigile
si dissolve e subentra quell’altro che sogna
e sa che dorme.
Non è stato facile
rinunciare a un gioco dove pareva possibile
soffermarsi sulla soglia del perdere sé
e sorprendere – nella notte,
nel buio della mente, afferrando – l’istante,
la chioma sua di cometa già dentro il niente.
Tra me e me lo chiamavo il scappamorte.
È stato l’altro, poi, a sorprendere me:
da un sogno dove l’avevo lasciato all’alba
senza più ricordarmi,
mi ha svegliato mentre mi stavo perdendo
dentro le cose solite
che perdono tutti ogni giorno.
 
 
 
 
 
 
20
 
Un prato pare venirti incontro.
Esalta in alta percentuale il frattale
a festuche, esalta più più
finché il micro in macro disperde
scontornando sgranato verde.
 
Lo sguardo perde.
 
E dire? Di che
balbettare: i fiori freddi
il vento che rade e rivolta
l’erba nel movimento onde trema
a onde oblique
e sfinisce cielo colore del vino
alla feccia del bene
in fondo al giorno.
 
Ti ferisce
ma non ti tocca.
 
Inutile.
 
Oggi la lingua
non abbocca.
 
 
 
 
 
 
XVI
 
qualcosa di intelligente prima o poi dovrai scrivere
pensi, ma non oggi, non qui dove sei, di ritorno
dalla domanda vecchia come il mondo: se la morte
è soltanto un sonno (è vero che sei sicuro
che sai di dormire, nel sonno?): saprai
nella morte di essere morto?
 
 
 
 

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