Il rigo tra i rami del sambuco – Emilia Barbato


Il rigo tra i rami del sambuco - Emilia Barbato

Il rigo tra i rami del sambuco, Emilia Barbato (Pietre Vive Editore 2018, illustrazioni di Nadiya Yamnych).

 

Per iniziare ad approcciarmi a questa ultima edizione di Emilia Barbato, poeta che conosco e seguo da un po’ di tempo, voglio avvalermi, o meglio partire, da quanto è già stato detto su di lei. Ivan Fedeli in postfazione a questo Il rigo tra i rami del sambuco (vincitore del primo premio al concorso Luce a Sud Est – concorso di scrittura sociale, organizzato da Pietre Vive Editore e dall’Associazione Culturale “Il tre ruote ebbro”), scrive:

È storia di violazione irreversibile, quella che l’Autrice racconta nello smembrarsi parallelo della carne–madre e della terra-madre, quasi un tumore avesse inglobato il senso stesso del mondo e lo trascinasse via, senza curarsi di noi: la bravura della Barbato sta nel rendere nitido questo senso di impotenza comune con una vis poetica pura, forse unica, che si radica a un linguaggio espressivo talvolta deformante, altre dolcemente inquieto, capace comunque di trascendere il fatto e universalizzarlo […] Ciò che la Barbato lascia, in ultima istanza, è una dolce minaccia di poesia e la consapevolezza di una fragilità comune prima percepita, poi vissuta, quasi si verificasse una comunione di intenti tra scrittore e lettore e il libro fosse un luogo condiviso dove incontrarsi almeno una volta e per sempre.

 

Fedeli stesso in realtà, nella sua postfazione, a un certo punto fa un riferimento a un articolo di Giorgio Linguaglossa apparso su L’Ombra delle Parole – Rivista Letteraria Internazionale (qui) in relazione al precedente edito della Barbato, Capogatto (Puntoacapo 2016):

Un aspetto che mi ha attratto verso la poesia di Emilia Barbato è questa percezione dei luoghi, il saper inserire l’esistenza, il destino dei personaggi protagonisti delle sue poesie entro le coordinate spazio-temporali; saper «chiudere» i luoghi e il tempo dell’esistenza; saper affidarsi ai cenni, agli invii, agli indizi […] Apprezzo in particolare in queste poesie l’intelligenza dell’autrice nel fornire quasi una pneumologia e una topologia dello «spazio» e del «tempo», i due attanti-agenti della malattia del nostro modo di vivere. Il mal de vivre montaliano è diventato un «male» prosasticizzato ed elasticizzato, globalizzato, a portata di tutte le tasche e di tutte le generazioni, una malattia dello spirito talmente diffusa ed invasiva che non ci facciamo più caso. È proprio di questo argomento ciò di cui parla il libro.

 

Quella della Barbato, a leggere gli estratti di Fedeli e Linguaglossa, appare immediatamente come una poesia del male, che giocoforza si confronta con un concetto di dolore che si evolve nel tempo. Non attraverso una ricerca specificatamente personale (chi conosce la Barbato sa bene quanto sia una persona luminosa e sorridente) ma tramite quel vecchio detto: nella strada in cui non vuoi andare devi correre. Emblematico, quasi terribilmente emblematico, appare infatti oggi lo scritto di Linguaglossa quando afferma i due attanti-agenti della malattia del nostro modo di vivere. Una malattia che in Il rigo tra i rami del sambuco prende corpo, o per citare Fedeli è storia di violazione irreversibile, un tumore.

Ma affrontare il male che prende corpo, quell’eccesso di vita impazzita che fagocita la vita sostenibile e la porta a una conclusione prematura, a un dolore altrui e non solo proprio, al quale si oppone una cura che è resistenza che corrode, indebolisce, spezza tutto (la Barbato sta scrivendo un’ulteriore, grande, grande opera su questo aspetto della cura, sul sopravvivere alla cura stessa), non è cosa semplice. Le implicazioni sono molteplici e vanno valutate sul timbro, sullo stile, di chi affronta il male.

Emilia Barbato in questo è poeta per dettagli, per particolari minuti che significano il tutto. Si leggano ad esempio alcuni versi presi fra le pagine:

 

Minutissimi relitti alla deriva

 

Un piccolo animale che scava

 

Come in piccolo mondo antico

 

Tremo finché minuta e pudica

 

Ma l’inciampo è una minuzia

 

L’attenzione ai dettagli, al vedersi e farsi piccole cose del mondo, si lega nella Barbato all’esigenza di trovare un senso al tutto. Che di verso in verso appare più che un’osservazione una volontà, una resistente volontà di trovare un senso. Che poi è lo scatto vitale e l’intelligenza di volersi opporre al male.

 

Si distingue una litania

 

Una mano per due esistenze

 

Ti scrivo in giorni di apparente luce

 

Il Dio illuminato della Levità

 

Il ciliegio si prepara

 

Nuvole di ciliegi

 

Non si intenda però questo bisogno di litania, di levità, come un minor grado di consapevolezza. Che a tutti gli effetti, per chi soffre, sarebbe anche auspicabile. L’attenzione alle minuzie è come un passino che però non trattiene, anzi evidenzia in virtù del suo parcellizzare la realtà. E quello che scende, che cade dal passino, è tutto ciò che c’era sopra ma scomposto, reso maggiormente visibile nelle sue piccole unità, svelato nella sua verità (nell’accezione greco antica di verità: aletheia, lo stato della svelamento).

A Si distingue una litania fa seguito infatti il verso resta sospesa nella sua imperfezione. A una mano per due esistenze fa seguito l’altra / sull’addome per l’evidenza muta. A Ti scrivo in giorni di apparente luce fa seguito – penso di scriverti ma non lo faccio / il buio entra in forma di punteruoli / che aprono in silenzio – e alla fine del medesimo testo mi chiedo quando questo sasso / che mi distacca abbia formato / una tale consistenza e quante / cose in questo modo io manchi. A Il ciliegio si prepara fa seguito sopraggiunge / l’ora della bellezza e della morte. E a nuvole di ciliegi il nemmeno troppo velato riferimento alla caduta in piovono piano. Senza contare, ovviamente, i testi di pura e semplice dizione del dolore:

 

Quando il sereno dei tuoi occhi
si allontana con la sua calma azzurra
e il cielo si rovescia intero sulla terra,
mi trova il silenzio e un profumo di neroli.
I passi strascicati dal vecchio che chiede
l’elemosina declinano il vuoto,
tutti i titoli dell’assenza praticano
sul corpo una dolorosa sottrazione.
 
 
 
 
 
 
Nel movimento distratto,
come l’emergenza di un urlo
sfuggito a Dio, cedi rabbia,
ma l’inciampo è una minuzia,
un pretesto per arginare la crepa
quando la memoria breve è in fuga.
Siamo una traccia malferma,
il provvisorio di una scintilla di premura.
 
 
 
 
 
 
È un gene, una quinta stagione
da cui non esci, una mattina
qualunque con i piedi al gelo,
la guancia bruciata dal freddo
aderisce perfettamente al vetro,
si incolla nel tuo terrore,
dovrai strapparla,
procurarti altro dolore.
 
 

Ma la consapevolezza del male non può essere un tutto è / incerto, l’attesa è castigo e disciplina sebbene il riuscire a dirlo, a trasformare in voce il male, sia già litania e levità. Per questo le parole, e perfino la bocca che proferisce le parole, si assumono il potere e la responsabilità di significare le cose:

 
Se solo sapessi creare una parola, se riuscissi
a racchiudervi l’integrità degli sguardi, la fragilità
dell’andatura sbilenca, a darle un suono ampio
– come il varco che ti curva le gambe –
se fossi capace di sfumare il pudore
e il bisogno di sottrarsi alla curiosità,
potrei scrivere con amore, fiera,
della curva liscia del tuo cranio.
 
 
 
 
 
 
Cattedrali splendenti
nei deserti, paste vitree
sul guscio delle nostre solitudini,
i centri commerciali nelle prime ore
brandiscono canti come sirene
e io che siedo nell’ora che impone il viaggio,
io argonauta, canto forte
il mio eremo.
 
 
 
 
 
 
Non c’è rimedio al terreno impervio
delle tue inesplorate fragilità,
nemmeno se anticipo il naturale
incanto della bocca sui tuoi capelli.
 
 
 
 
 
 
In attesa di farmi una ragione
assisto a un miracolo, ascolto in silenzio
il verbo del cielo nella pronuncia
frettolosa di una moltitudine,
– la pioggia trilla trasparenze – suoni d’acqua
s’aprono trattenendo un’impressione
di colore: in un bianco pigmento
il Dio illuminato della Levità.
 
 

Un potere questo, le parole, minuto ma penetrante, non senza qualche punta polemica riferita alla cronaca italiana: È troppo magra e con tutte / quelle sonde non voglio / toccarla, capisce? / Osso dopo osso, / nel letto spoglio dove finiscono le ore / c’è la terra dei fuochi di mia mamma. E non senza un tentativo di misurazione di sé, della propria capacità di capire e di sapere: È benigno? / Perdoni la domanda, / io non conosco la parola storta / che cresce nell’intestino di mia mamma.

Su tutto vanno però considerati due elementi chiave che aprono e chiudono questo Il rigo tra i rami del sambuco. Appunto il sambuco in primis e il ciliegio in chiusa:

 
Il sambuco stormisce
con una voce dimenticata
di campagna un oscillare
di foglie lieve per l’oscura
la rigogliosa e la vergine,
qualcuno strilla parole remote
di una bellezza senza fiducia.
La terra brucia
e genera e si accuccia,
un piccolo animale che scava
che ti somiglia,
una tazza che si sbreccia.
 
 
 
 
 
 
Che timbro ha, come suona la paura?
Vorrei che la nostra sibilasse come il vento
tra i rami del sambuco,
che fosse il rigo musicale di una foglia
e invece mamma mentre inseguo
la screpolatura che farfuglia le tue
fragilità un borborigmo
sinistro spaventa entrambe.
Ondeggiano ancora le lanterne di riso del mio tredicesimo
compleanno, quando sono sparite? Ricordi
gli anni semplici che brillavano? Oggi tutto è
incerto, l’attesa è castigo e disciplina.
 
 
 
 
 
 
La precarietà delle prime ore di primavera
si raccoglie nei respiri lentissimi delle fresie,
sfioriscono con la stessa levità dei pensieri
felici quando le lacrime rigano il viso.
Nella bruma dell’alba
Il ciliegio si prepara
alla sua piena fioritura, sopraggiunge
l’ora della bellezza e della morte.
 
 
 
 
 
 
Sommo lo sguardo,
nuvole di ciliegi
piovono piano.
 
 

Il sambuco, a detta di Fedeli, nasconde in sé l’energia primordiale di una trinità mistica che ingloba alcune delle forze vitali della natura: la verginità, nel candore dei fiori, la maternità, nello splendore verde delle foglie, la morte, nella tinta cupa delle bacche. Si tratta di una pianta che produce bacche (minuzie) che maturano da agosto a metà settembre. E hanno proprietà terapeutiche, quindi legate al concetto di cura della malattia. Una cura profondamente intrecciata alla poesia, alla poesia come canto e bellezza svelatrice e salvatrice nonostante tutto (Che timbro ha, come suona la paura? / Vorrei che la nostra sibilasse come il vento / tra i rami del sambuco, / che fosse il rigo musicale di una foglia).

Il ciliegio che invece chiude il libro è il frutto di un’ibridazione botanica che, nella riuscita metafora della Barbato (a prescindere dalle intenzioni della poeta tale metafora è talmente efficace che, a parere di chi vi scrive, trascende l’autrice stessa che ne ha avuta l’intuizione), evoca bene la ricomposizione umana dopo l’ibridazione con il male, con il dolore, che riesce però a generare altro. Una generazione in qualche modo agra, complessa. In Barbato i ciliegi si ricollegano al concetto di hanami giapponese, la tradizionale usanza di godere della bellezza della fioritura primaverile. Nel sito ilfoglio.it (qui) leggiamo un’interessante riflessione in merito:

L’Hanami, letteralmente l’arte di osservare i ciliegi in fiore, è una festa irrinunciabile che in Giappone si aspetta come la notte di Natale qui da noi. Si tratta della tradizionale usanza di godere della bellezza della fioritura primaverile degli alberi, e ormai intende principalmente quella dei ciliegi giapponesi, chiamati sakura. La metafora del sakura è centrale nel buddismo, soprattutto nello zen, dove il fiore del ciliegio ricorda ogni anno la natura effimera di tutte le cose, anche di quelle apparentemente destinate a durare. Per questo i Samurai venivano paragonati ai fiori di ciliegio: la loro vita era magnifica e potente ma sempre pronta a spegnersi nel momento di maggiore vigore. La simbologia del bushido, la morale e la vita dei samurai, è intrecciata con quella del sakura: come il ciliegio mette tutta la sua energia in piccoli fiorellini, che tutti insieme danno vita a uno spettacolo maestoso, così i samurai con la loro singola modestia possono formare un’armata molto forte.

 

Dal canto la Barbato passa quindi a indicare la fuggevolezza di tutte le cose che, non per questo, perdono in bellezza. E lo può fare immergendosi nella cultura zen non a caso concludendo il libro con un haiku particolarmente delicato e ineccepibile (Sommo lo sguardo, / nuvole di ciliegi / piovono piano) pur nella sua crudezza. Non possiamo infatti non ricordare i celebri versi ungarettiani (si sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie) che riferendosi ai soldati ulteriormente indirizzano il lettore ai succitati samurai e alla transitorietà della vita.

Transitorietà che nella letteratura ha avuto diverse testimonianze. Da Virgilio quando scriveva nell’Eneide: quam multa in silvis autumni frigore primo / lapsa cadunt folia aut ad terram gurgite ab alto / quam multae glomerantur aves, ubi frigidus annus / trans pontum fugat et terris immittit apricis (quante foglie, al primo freddo d’autunno, cadono scosse nei boschi o quanti uccelli dal profondo mare si affollano sulla terra quando la stagione fredda li fa fuggire attraverso l’oceano e li fam migrare nelle regioni calde). A Dante quando scriveva nell’Inferno: Caron dimonio, con occhi di bragia / loro accennando, tutte le raccoglie; / batte col remo qualunque s’adagia. // Come d’autunno si levan le foglie / l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo / vede a la terra tutte le sue spoglie, // similemente il mal seme d’Adamo / gittansi di quel lito ad una ad una, / per cenni come augel per suo richiamo.

Ma la transitorietà, il terribile destino umano, non deve per questo annichilire la prospettiva della vita, della luce. L’ultimo haiku appare infatti come un testo particolarmente dolce grazie alle allitterazioni sulle m e sulle n (si ricordi, per capirne la valenza, il celebre e il naufragar m’è dolce in questo mare leopardiano). Consapevolezza del male ma volontà di resistere nella bellezza, nel canto, in una dolcezza che resiste. Come, nel penultimo testo, la stessa Barbato ci indica:

 
Fuori.
Diverse specie di uccelli applicate
nel canto, un profumo bizzoso di fiori
e il sole, senza più pallore.
La neve dei pioppi cade
nella mitezza
della primavera,
eppure,
dentro ho un residuo inverno,
un’aria greve squassa l’universale
corrispondenza delle cose, bellissime
nella malattia e nell’abbandono.
 

Alessandro Canzian

 
 
 
 
 
 

Altri testi tratti da Il rigo tra i rami del sambuco di Emilia Barbato:

 
 

Minutissimi relitti alla deriva,
le teste canute nel sonno
inclinate su un lato,
naufragano qualche parola.
Si distingue una litania,
resta sospesa nella sua imperfezione
eppure propaga il senso e il suono che tuona
nell’aria immobile della stanza.
– Gesù Giuseppe e Maria
vi dono il cuore e l’anima mia –
 
 
 
 
 
 
Come in piccolo mondo antico
le nostre vite si fissano ai sugheri
immersi nelle acque lacustri
dei numeri che lampeggiano
sul monitor della sala d’attesa,
ciascuno quieto occupa il filo
di lenza parallelo fino alla stratta
del campanello, poi di fretta
verso la stanza e il destino
che aspetta.
 
 
 
 
 
 
Si muore nell’inatteso di un giorno,
per una falla di pianificazione,
si resta pietrificati e freddi
sul baratro della sorpresa.
Semino ore in una terra arida,
disconosco il fuoco
e poi misuro i decibel di un urlo
– se solo riuscissi a liberarlo –
 
 
 
 

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