Il penultimo treno della sera – Marta Vespa


Il penultimo treno della sera, Marta Vespa (NOR 2019, introduzione di Giovanna Caltagirone,  postfazione di Paolo Maggi).

Il penultimo treno della sera (NOR, 2019) è l’opera prima di Marta Vespa. Edita nella giovane collana Is Cruculeus (“passeri”), collezione di poesia curata da Andrea Garau della casa editrice NOR (che ha sede in Sardegna), la raccolta è costituita da trentasei componimenti. Oltre che all’introduzione di Giovanna Caltagirone, la silloge vanta la preziosa postfazione del dott. Paolo Maggi. In particolare, l’intervento di Maggi è indirizzato a ricordarci del buon sangue che scorre da sempre tra medicina e scrittura; e di come quest’ultima non venga praticata in funzione di una mera evasione, né semplicemente al pari di un’autoterapia, bensì come una dimostrazione concreta d’amore nei confronti dell’umano e una curiosità sempre nuova per la vitalità.

Con questo primo libro, si rivela la trasfusione che avviene fra la vena poetica dell’autrice e quella della sua vocazione (essendo laureata in Medicina e Chirurgia).

I primi sei testi centrano «coi piedi decisi» la pozzanghera di un comune bersaglio: il silenzio che dilaga «nei recessi della memoria». Una memoria del vissuto e delle possibilità di tutte le storie a venire che l’autrice conserva in sé, «come foglio vergine / su cui sputare i boccioli neonati», nella primavera della vita. Legata a doppio filo a questa memoria del vissuto è l’esperienza sincronica degli eventi e delle loro inevitabili conseguenze sulle persone. Gli esseri umani incontrati per caso a bordo del tempo, destinato a disintegrarsi su binari che ripudiano la sosta e la fatica di stare dietro al passo dei giorni, perché il domani «è una scelta come un’altra» e qualcuno (o qualcosa) «ha detto che il tempo non esiste»; ma, a volte, il tempo esiste ed è qualcosa che non sa bastarci, che non ci corrisponde abbastanza da consolarci, per amarci come vorremmo (o come dovremmo). Più avanti, Marta Vespa riesce a fotografare audacemente il tempo o, meglio, il sentimento del suo tempo: «piuma» o «ferro bollente» che si manifesta «sull’anima» sottoforma d’increspature. Un’entità austera e musicale apre le persiane sul mattino di un luogo molto lontano: Hong Kong. Il suo agire poetico è motivato e consapevole del fatto che «Non c’è niente di nascosto, eppure / tutto è nascosto», ma al tempo stesso non sa rinunciare a diversi slanci smielati. Inquieta e toccante, Marta Vespa osa, si spinge oltre i luoghi che battezzano i titoli della sua raccolta, poiché puntella con i suoi versi una vera e propria dissociazione. Tempo e luoghi, slacciati, sono il filo conduttore dell’intera silloge.

Lo sguardo autoriale, in Hong Kong, esprime il desiderio di una fuga: una fuga dall’amore, quando questo, forse, sarà troppo maturo e difficile da reggere, a vent’anni di distanza. La preghiera della persona amata sarebbe quella di restare assieme, di proseguire il viaggio assieme. Probabilmente, il tempo – che consuma e unisce nel suo intento di disgregare le vite e la giovinezza – persiste in un lungo abbaglio oppure nel calcolo dell’esistenza e dei residui di essa, «spaccata l’anima in quattro / […] in otto / […] in sedici, trentadue, sessantaquattro». L’autrice sembrerebbe suggerire, nel bel mezzo delle sue righe, che anche l’anima è un’equazione: moltiplicare ogni volta i suoi cocci per il suo doppio, per l’anima gemella, equivale a prevedere il numero esatto in cui l’anima si frantumerà stavolta. Il tempo del dolore ha una misura e si calcola raccogliendone i pezzi; ma, a proposito della dissociazione: è individuabile, oltre a quella che logora tempo e luoghi, una che affligge dolore e corpo. È quella che l’autrice accusa nel sentirsi sé stessa, nella sua interezza e nella sua frammentarietà, e nel ricordo di aver confuso la sua identità con l’alterità di un’altra identità: «Sono miei i cocci della bottiglia. / Ma i miei cocci di chi sono».

Tuttavia, al tempo non bisogna semplicemente arrendersi, ma consegnarsi e tentare di collaborare con esso al fine di rubare «la tentazione di scappare / domani» non da esso, ma con esso, perché il tempo è già rovinato assieme alla giovinezza, «nel canto lento di fine estate», «carne viva del presente / tra i denti del passato». Il tempo è già; come a dire che è stato e perciò si risolve durante la sofferenza melanconica che solamente la nostalgia può donare. A tal punto, è un bene anche il tempo tanto sofferto, dato che è «menomata […] l’anima / che non sente dolore», quando viaggia sulla penultima carrozza di un viaggio gnoseologico, di ritorno al rovescio del suo essere, abbracciato da «un silenzio straniero» che corre, ma che ha smesso di rincorrere le promesse, quelle «caramelle al propoli / ritrovate per sbaglio / in fondo ad una tasca».

Leggendo questi versi («Ci siamo scoperti vette elevatissime / ma non possiamo toccarci»; «Non c’è nulla di essenziale nel tremore del tempo. / Ho costruito un’onda, / vari punti di spazio e uno solo di tempo»; «Non ci sentiremmo meno soli / seduti accanto») viene da chiedersi: è materia il non luogo (incastrato nel tempo, per mano della velocità) fiorito in sovrimpressione ai luoghi che esso percorre da capo al fine?

Vernalda Di Tanna

 
 
 
 
 
 
Ho frantumato una bottiglia oggi
e ne ho raccolto mille pezzi, uno ad uno.
 
Eppure credevo fino a ieri
che sarebbe stata una bottiglia
almeno quanto questo corpo
sarebbe stato ancora il guscio dei miei giorni.
 
Mi è caduta dalle mani, l’ho visto chiaramente.
 
E poi ho sentito la pelle liscia dei miei fianchi
scivolare silenziosa tra le braccia umide del tempo
e non ho saputo impedirlo.
 
                Ma quando avrò toccato terra
                in quanti pezzi sarò infranta –
 
Sono miei i cocci della bottiglia.
 
                Ma i miei cocci di chi sono –
 
 
 
 
 
 
CAPOSTAZIONE, GARE DE SAINT LOUIS
 
Ho scelto di non conoscervi,
di vedervi arrivare e partire senza nome né storia,
di ascoltare solo con gli occhi la Babele di pensieri
così palesi sui vostri visi
che mi viene da piangere con voi,
audaci cacciatori dell’idea stessa della vita.
 
Io, bloccato nell’anticamera del viaggio,
saluto di nuovo con un cenno di mano
                il penultimo treno della sera.
Chiudo gli occhi e attendo il prossimo,
immerso nella grande pausa.
Il silenzio dove io, ancora una volta,
ho un nome.
 
 
 
 
 
 
HONG KONG
 
Vorrei svegliarmi una mattina tra vent’anni
                spaccata l’anima in quattro
e sentire i piedi che bruciano di fuga da te.
L’intero monte Bianco mi sorge sul petto
mi toglie il respiro,
l’oceano tutto sgorga dai miei occhi – ubriaca di dolore
                spaccata l’anima in otto
farei un passo verso il bordo del letto a cercare le calze
                in sedici, trentadue, sessantaquattro
e poi il vestito e poi le scarpe.
 
Ma i nostri capelli intrecciati
e il porto profumato del tuo ricordo
mi griderebbero:
 
«Resta».
 
E questo basterebbe
cento altre volte
perché nostre anime s’incatenino lievi
nel canto lieto di fine estate.
 
 
 
 

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