Il numero esatto delle stanze – poesie d’amore

Bozza automatica 1640

What we expose to you
Paolo Maggis, 2014

 
 

All’interno della settimana dedicata all’amore che la Redazione ha voluto organizzare in occasione di San Valentino 2019, ecco l’Antologia del Laboratorio che si è svolto nel gruppo Facebook Laboratori Poesia. Luogo che sempre più si sta connotando come un laboratorio aperto e fertile di discussioni e confronti.

Per questo particolare esercizio abbiamo chiesto a quanti ci seguono di scrivere a quattro mani un testo sull’amore. Alcuni lo hanno eseguito seguendo le indicazioni di massima, ovvero scrivere una strofa a testa come dialogo, botta e risposta, altri hanno preferito concentrarsi su un singolo testo scritto e revisionato assieme. Il concetto di fondo era il provocare un dialogo, un confronto, con un tema abbastanza semplice per quanto rischiosissimo.

Pubblichiamo quindi tutti i testi che sono stati lavorati e ci sono stati consegnati ringraziando quanti si sono applicati e hanno lavorato, spesso con esiti di non poco conto.

La settimana si chiude con questa bella antologia che, lo ricordiamo, fa seguito al testo di Carlos Drummond De Andrade (lunedì), alla nota in spagnolo su Julio Cortázar (martedì), alla traduzione di Gloria Fuertes (mercoledì), alla recensione di Xe sta trovarse di Francesco Sassetto (giovedì), alla poesia al microscopio su Michele Mari (venerdì), alla nota di lettura su Goethe (sabato). Senza dimenticare le torte di San Valentino che la Pasticceria DEI ha proposto a Castelfiorentino il 14 febbraio (qui tutte le foto) con versi tratti dai libri Samuele Editore e dal laboratorio sul gruppo Facebook.

Alessandro Canzian

 
 
 
 
 
 

SANDRO PECCHIARI, MONICA GUERRA

 
 
 
 
non so quanti metri quadri
il numero esatto delle stanze
non so dove come reinventarmi
vorrei, se posso, ancora un ultimo piano,
le tegole rosse sui tetti degli alberi

ma se chiudo gli occhi ti rivedo
tra trent’anni un supermercato
la tua mano che mi sfila piano
una borsa (pesa) della spesa.

 

Trent’anni di supermercati sono tanti
e tante le borse pese della spesa
e tanti i sogni, qualche volta pesi.
 
I nostri metri quadri sono meno ora che
le stanze sono zeppe di ricordi.
 
Ma abbiamo i tetti rossi sopra gli alberi,
occhiali spessi per vederli sempre.
 
I tuoi occhi dietro queste lenti
sembrano più grandi e sempre belli.

 
certe notti si dilegua il tetto
è ancora Westwood il nostro andar per case
un jacuzzi sotto il cielo spento
l’albero del pepe tra le mani
e tra le dita migliaia
di lune a ripetizione

 

ti ricordi quella vecchina in bicicletta
incontrata d’improvviso dietro un angolo,
una attempata pirata della strada:
“scusate, ho ottant’anni e passa,
ma esco ogni giorno a vedere gli alberi.
Ogni giorno porto nel soggiorno
un mazzetto di ortiche, menta e margherite
perché l’amore si sfoglia, brucia e odora piano.”

 
 
 

*

 
 
 
stanotte ho amato follemente un Ronin
              ma tu non sapevi d’esser tu
la tua ombra mortale batteva ritirata
senza capire che non c’è
una sola dimensione

 

come entri nei sogni e io nei tuoi?
sei diversa e io? diverso nei tuoi?
non dirmeli i tuoi sogni,
sono sogni, sono solo quelli che saremo
ancora in altre vite
se potremo ancora reincontrarci
e vorrei saperlo ancora

 
 
 

*

 
 
 
Salvo Sherman Oaks un albero del pepe
gigante il nostro perimetro verde
con le arance quella volta che a Thanksgiving
cucinasti davvero un tacchino la buganville
rosa e le fughe scalze da Monroe
ogni ora d’aereo in cui parlavo
e la tua testa precipitava di lato lo Utah
che è stato ostile una pozzanghera
chiamata lago tutta l’Europa trafugata
su e giù dall’atlante tutti gli abissi
e le risalite un confine che ora proprio
non ricordo mille e mille chilometri
di litigate un punto di svista purché
il vino verde sia rosato una notte
stregata a Venezia l’alba che si riveste
sulla laguna la tua camera oscura
per il mio profilo ostile e quando
non mi capisci mi tieni comunque
la mano. Salvo lo scalo vergine
dei figli il faro alto da cui li scruti
ma poco per non farli cadere
nel gorgo del troppo amarli
e i concerti anche quando non c’ero
i sono stato e i forse a venire
chi ha amato e chi ha tradito
che alla fine non fa differenza
e che se ti dico che nevica mi lasci
contare i fiocchi fino all’abbandono
Salvo che Siamo Insieme.

 

Tutti i ricordi tutti gli scalini della vita
i remake, i reset, gli erase, i cut and paste
nascono sempre dal primo centimetro strappato:
lo staccarsi dal molo, dalla pensilina,
il vuoto del cuore nel decollo.
non abbiamo errato mai negli errori
non abbiamo amato mai di meno.
I posti sono solo scenografie
i dialoghi cambiano le luci da palcoscenico
le vesti le comparse,
ma noi, protagonisti sempre,
potremmo scambiarci le battute.

 
 
 

*

 
 
 
1989
un balzo che fa trent’anni domani o a novembre
             una bella storia, che a dirlo ora
             rincasando con i figli si capiva

ma io e te neve sulle cime verdi diciottenni
con la radio a palla a squarciagola
dai finestrini come ali
fottitene dell’orgoglio
io e te mille voli la medesima valigia
conta pure, ci sono sempre anche dei morti,
un po’ di fumo alle uscite laterali e noi
complici a domandare ancora baci
un sigaro o se domani
 
 
 
 
 
 

VERNALDA DI TANNA, FRANCESCO SASSETTO

 
 
 
 
Ricordi? Ci siamo incontrati per caso
due mesi fa – un bar, un sorriso,
tu parlavi, io ti guardavo incantato, capivo
che ti piacevo e tu piacevi a me.
 
Poi il silenzio, sei sparita nel nulla o chissà,
mi sono chiesto cento volte perché,
poi ho pensato “vabbè”
ho finto di non pensarti più.

 

Ricordo. Era forse il mese in cui al tuo posto
l’assenza sedeva a me d’intorno. Saliva
sulla sedia accanto. Era un’ora gonfia
d’acqua. Vuota la vetrina aspirava
nuvole, polline o foglie ingiallite
con foto dimagrite dal tempo. Colori
umidi. Graffi sui bordi. Gli occhi due mele
di spugna a lenirmi le mani
che stringi. Ancora.

 
Ricordo sì le tue mani di pioggia, i tuoi occhi
stanchi d’essere stanchi nel silenzio
delle stazioni spente, tu aggrappata a foto
senza colore, foglie cadute. La tua esitazione
a ripartire, un viaggio nuovo nelle mie mani,
nella penombra di una stanza insieme. Ho aperto
le mie braccia alla tua bocca.
Un timore, un tremore che non so ti tratteneva.
Ti riportava indietro lungo passi senza sole.
Io aspettavo ancora.

 

Un lume di candela e la tv accesa
in salotto, il cane a grattar la porta
al tramonto. Spegni la luce? La quercia,
gravida d’inverno, diminuisce negli umori
smarrita nella pioggia, dentro le mie mani
svanisce pronta. La spegni. Viaggiare
cos’era per un’ombra? Torno ancora
a casa, rimbocco l’acqua alle piante. E tu
non ci sei.

 
La casa gelata, lo schermo azzurrino
di luce irreale. Tu bagni le piante, io fumo,
guardo la pioggia che cade senza rumore.
Mancano a me le tue mani, le tue parole.
Uscire vuol dire andare un deserto di strade,
tornare, dormire un sonno avaro di sogni.
 
Ti chiamo. Ti invito a cena. Tu taci.
Si perde ogni suono nella pioggia che bussa
ai vetri appannati, nel brusìo del televisore.
Ad ogni sera che scivola via – lo senti anche tu? –
forse un poco si muore.

 

La casa spogliata dalle nevi è un vetro: ci
scivolo, saponetta tra le rughe
del vento. Il pianto è cera per il pavimento,
rischiare è perderti, saperti parola taciuta –
nell’oscura filigrana d’uno schermo -,
scenderti le palpebre, scalare al contrario
una gradinata d’iridi stringendo a pugno il cuore,
trattenerti. Vedo assenza e preghiera, l’incenso
ricordo, un fuoco che fischia canzoni alla legna.
 
Vuoto.
Vai dal barbiere a sfoltirti capelli e mesi
di troppo. Nell’attesa d’una meta
sognata per noi pronta, il telefono
squilla, squilla! Squilla implora voci alle mie mani
pesanti alla risposta. Ti sento abbraccio
farfugliato di lontano. E un poco mi perdo
nel brusio della sera. Ogni sera, lo sento.
Poi fingo il contrario.

 
Squilla mille volte, squilla a vuoto ogni sera
si spegne nel torpore d’una brace che non dà calore,
non diventa fuoco. Ma io ancora sogno il sentiero
che chiede gambe salde e fiato buono per arrivare
insieme, mano nella mano, al bosco illuminato
da una pioggia di stelle da ascoltare
abbracciati senza più parole.
Serena l’anima finalmente, sorridente il cuore.
 
Attendo il tuo segnale per partire.

 

Gli occhi funamboli sulle scie
di condensazione o sui vetri sono vele, parole
scheggiate, disegnate, uno stelo che abbonda.
Voci nelle voci. Grida nei silenzi, mani
che consumano carezze, respiri
turgidi, sinceri. Piove il firmamento, il cielo
vomita una polifonia di profumi. Una doccia
di stelle, gli alberi un balsamo di muschio
e legni di bosco, e la terra di quando bambino
cadevi e non c’era cura per il sangue
intrappolato nel dolore. Un dito
nella piaga, nello strappo della tenda.
Un alito che travalica monti, mi cammina
sulle gambe. E sul cuore si fa addio
o resta formicolio.
 
Meta e partenza con te
mi affiorano sinonimi
sbocciati in un sorriso.

 
Meta e partenza e dentro il tuo sorriso – dici.
In mezzo c’è una partita da giocare e tu temi
la carta segnata, il trucco del baro che arriva
male al punto, ride, prende e va via veloce.
Tra un addio e un arrivederci ci sono segnali,
motti e sguardi da decifrare, prendere o lasciare.
Rischiare.
 
Ma si gioca in due, complici e compagni di lunghe
notti e ore di sole o sotto pioggia e vento,
una voce sola, un unico sorriso. Cominci tu
o comincio io a scoprire sul tavolo le carte?

 

Meta e partenza, notti e giorni insonni
tra un addio mancato: uno spiraglio
ancora ci trattiene. Pericoloso è fidarsi
del tuo sorriso arioso, un prato docile al passo
buono, una voce dura, un sasso. Gli occhi
scoprimi, trovami dietro il trucco. Rischiare è viverti
tutto o niente, quello che conta siamo noi,
svestiti. Carte. Volti senza mimica, cuori distaccati
un poco dalla fine, sai cosa resta?
Vuoto il calice, dopo il brindisi.
E un gomitolo di mosse e intrighi
si scioglie, ghiaccio nel bicchiere, fumo
che fa soffitto ovunque. Amore – le carte
rivolta, ecco, ora in due siamo con le mani
pronte al gioco. Per noi mi presto al gioco.

 
Se tu mi attendi io verrò, senza inganni, senza
appuntamenti col futuro, con le mie rughe
nuove e le mani povere che ho.
Verrò in questa stagione incerta di nuvole
basse e pioggia lenta e sarà il tempo
di posare insieme nella stanza con il lume
che rischiara appena la nostra festa serena
di ore buone, lontane dalla furia delle voci
dai rintocchi feroci di campane.
 
Qui solo le tue braccia coperta di carezze
che mi tiene in un tepore d’abbandono,
i tuoi occhi che brillano in penombra,
i miei occhi in ascolto nel silenzio.
La tua bocca morbida da bere,
acqua amica che respiro per ritrovare
allo specchio il mio sorriso, al mio cuore
il doloroso amore della vita.

 

Qui è ora una stagione di latta, ferma
ascolta il rintocco delle mie unghie
sulla pelle del tuo cappotto. Dimmi
che sapore ha la pioggia quando arriva
piano e non chiede permesso. Verrai
tepore amico che consola le mie rughe
con il miele. L’impasto del mio corpo
raffermo, fiore crudo, mio seme,
senza la tua bocca, quanto può bastare
senza più terra, senza più la tua cura?
 
Verrai e sarà primavera. Aspetto te.

 
 
 
 
 
 

MATTEO PIERGIGLI, YOSELLA CAPONNETTO

 
 
 
 
Amoroso scambio di consumo
 
 
È venerdì forse
giovedì sulla 76
per il Super di XXX

 

ma che hai ?

 
il vuoto dentro
scava come l’acqua
nella forma il corpo

 

pino silvestre o olio
di argan sull’onda leggera
del dubbio in promozione?

 
il bosco profumo di pelle
mi chiama, non sento

 

in alto arriveremo
su vette offerte di scaffali

 
di me, di te parlano
i panni della Swiffer,
lo sgrassatore Chanteclair
contro lo sporco ostinato
di vita

 

oggi c’è il 3×2 di Baci
Perugina e le panchine
tornare a sospirare

 
lasciamo il vuoto nel carrello
e fuggiamo sul lato della luna
sempre in ombra

 

maledetto Mastrota
nell’umana telepromozione
tira tutto in basso

 
senza fretta
spendiamoci respiri
e corridoi persi
senza resti lo sguardo
solo tuo

 

che sarebbe stato
senza 2×1, gatti da lavare,
panni da tosare?

 
l’attimo addenta
l’istante si infrange
sul nome

 

via da parcheggi
sotterranei fughe dell’amore
le mani come ami
in tasca solo baci

 
ciò che è preso è speso
saziamoci di noi
 
 
 
 
 
 

ADRIANO GASPERI, MARIA TERESA MURGIDA

 
 
 
 
Ieri in stazione
Ti ho vista e guardata
un sorriso accennato.

 

Non ho letto
Che i tuoi occhi
mentre il sole
disegnava le rotaie.
Prima del lancio
Il fulmine d’argento
intreccia passi sconosciuti

 
Ti ho sussurrato qualcosa
e mi hai risposto. Decisa.

 

Il sangue tesse,
nascosto dentro al polso
lamine acute
d’impazienza

 
E dritte penetrano
la loggia
tra sterno e cuore
dove ti aspetto.
 
 
 
 
 
 

FEDERICA IMPERATO, ROCIO BOLANOS

 
 
 
 
I suoi occhi illuminano la memoria
sul fare del giorno, il suo ricordo
gira come vortice di sabbia, invece io
sono la turbina alimentata dal vapore.
 
Lontano o vicino il cielo è prossimo
al suo fianco, lui prolunga il tramonto
e da senso a questo cuore rumoroso.
 
Non importa concedere
alla sua debole determinazione
inviti a pranzo o giochi di gara
lascia che scorra, lascia che si perda
qui, dove l’attesa rincasa scuotendo
l’impianto mio interno di lasciti
e raccolte impulsi invadenti
di belle speranze
 
Rigorosamente strutturato, restio
ad uscire dal suo angolo recintato
io l’aspetto fradicia sulle impronte
delle sue mani, pronta per arrivare
sul fondo immutabile del suo sguardo
e ripararlo dai naufragi.
 
Resto su questo passaggio spezzato
niente va perso, non c’è dissoluzione
per questo sentimento senza nome
e mi allontano da ciò che avrei voluto
dall’ostentata illusione di suturare
le ferite e dargli un senso di ampiezza.
 
Restituire alla tristezza il suo vestito
comodo convertendola nel motore
per il cammino che resta
suggerire al mio orecchio di ascoltare
i suoni, tutti anche quelle sordi
 
Lo contemplo dal mio spiraglio
custodisco la curvatura esatta
del suo addome e la mia schiena
allestisco piano il suo spazio
la pizza pronta da condire per cena
la bottiglia la musica le candele
lo specchio davanti al mio letto
con l’entusiasmo aurorale
di ciò che potremmo essere
se mai tornasse.
 
 
 
 
 
 

ALBERTO RIZZI, MARIA MILENA PRIVIERO

 
 
 
 
Ed era un caso
quando capitava
d’incontrarsi per strada.
Ma gli sguardi non mentivano:
dagli occhi alla curva dell’anca
(la tua),
dagli occhi al profondo dell’animo
(il mio)
Il tuo.
Io però non sapevo
o non volevo leggervi
dentro.
Scrosciava quel giorno
in centro, e l’ombrello
giallo fu il primo abbaglio
(tu eri senza).
E ridemmo ridemmo.
Poi,
lungo il cammino
selciato di passi,
tu dicesti:
“Ho tanto freddo”.
Ed io risposi:
“Guarda quell’aliante,
non è il segno di un
Dio?”
E come quell’ala
tagliava il vento,
la mia mano ti carezzò
i capelli.
II segno di un sogno,
di un volo affidato alle alterne
correnti del caso.
Andammo, sì.
E ci mancò il fiato
in alto, e l’aria spesso
di noi si fece
gioco. Bruciarono anche
le ali un poco.
Era ieri, però.
L’oggi è il ricordo delle tue mani
che si fanno mio corpo
mentre respiro l’ancóra
dei tuoi occhi nei miei.
Il domani, un grattacielo.
 
 
 
 
 
 

MARCO AMORE, SILVIA CECCARELLI

 
 
 
 
Fiori monodose per uso inalatorio
 
La domenica entravo
nei bar in incognito
e mi sedevo in disparte nel dehors
senza ordinare niente ai camerieri – stavo aspettando
inutilmente che arrivassi.
 
Ogni domenica
parlavo di abolire il welfare state
al vetro dell’acquario tropicale
faccia a faccia con una tazza di caffè.
 
I camerieri recitavano senza copione
gironzolando tra i tavoli
gelosi come un Otello
con un vassoio da portata
e un blocknotes.
 
Restavano sotto la pioggia ore e ore,
la pensilina sfondata
gli vomitava a dirotto
sulla divisa sintetica azzurra: il treno che aspettavano
non arrivò mai
. Le condizioni atmosferiche
che sfogliavano quei giorni senza lacci
bagnati due volte nello stesso fiume
erano abiotiche per antonomasia. Prossima fermata
l’inferno
.
 
 
 

*

 
 
 
Ancora scorre questo fiume di mani impetuose,
mi porta alla deriva nell’attesa
di una voce che si veste di silenzio
trovando il passo mancante
alle parole…
 
ma tu non ci sei, amore mio.
 
Un sospiro di luce
su questo orizzonte slabbrato
dilata volti senza nome
 
proiettando un’ombra sul muro.
 
L’amore è questione di punti di vista,
ma se sei ipermetrope non vedi oltre.
 
 
 
 
 
 

MONICA MESSA, ANNA DE LEO

 
 
La prima volta
non fu quando ci spogliammo,
ma qualche giorno prima,
quando mi scrivevi
osservando un quadro.
 
Non fu neanche
quando posasti
le tue dita sulle mie labbra,
ma quando disegnasti
del mio viso il contorno.
 
Le parole sulla carta
celebravano i nostri corpi,
tanto da farmi sentire il pennello
che terminava l’ovale del viso.
 
Ci esplorammo
con parole e immaginazione,
i lacci si erano sciolti,
non c’era Tempo e Spazio,
solo Anima.
 
L’ultima volta
non fu quando ci lasciammo
ma mesi prima,
quando sentii
gelo nel mio nome.
 
In quello spazio
avevo capito che
solo io ero il poeta
del Corpo e dell’Anima.
 
 
 
 
 
 

MONICA QUINTABÀ, LORETTA TARTUFOLI

 
 
 
 
Innamorarsi
 
Innamorarsi
appagati da sorrisi senza tempo,
tra sensazioni di braccia e
candor di pelle.
Qui
le parole offrono aria al cuore,
proteggendo affinità dell’essere.
Mi avvicino a te e l’aria è
un vento che si fa più forte,
sorvola i tetti e sbatte le finestre,
le spalanca e penetra all’interno,
la stanza invade
del tuo aspro profumo.
Sei di erba e miele, linfa e radice.
E distinguo te da me,
nell’affiancarsi di giorni chiari,
nessi utili al dolore
e alla meraviglia.
Meraviglia di quanto ci circonda
dell’alba, delle stelle, d’un sorriso,
il tuo sorriso che diventa sole,
diventa luce fuoco e acqua e vento.
Vento che ancora ci conduce lontani
volando sopra i petali di un fiore.
E ti chiedo di raccontarmi il futuro
nell’attesa che questo vento riavvicini
l’orizzonte, sveli passi distinti di reciproco
rispetto, nel gioco del vivere dei nostri fragili
incanti affidati a un destino di liberati confini.
E liberi incamminarsi verso il tempo
sapore di miele sulle nostre labbra.
 
 
 
 
 
 

FAUSTO MAIORANA, GIORGIA VECCHIES

 
 
 
 
Rimani
 
Ho visto i tuoi sassi allineati sul tavolo
li hai raccolti e messi assieme
muove emozioni non te li fanno più amare
 
Ho trattenuto per troppo tempo
quei grumi di orgoglio allineati
emozioni che non so più ascoltare
 
Le lacrime raccolte diventano amare
ma non temere, ci sono io
a levigare i tuoi sassi domani
 
La tua voce ha lisciato
emozioni amare e ruvida coscienza
si tempra il fluido dorato del pianto
 
Tengo quello con le conchiglie fossili
sulla mia scrivania di legno
appoggiato sulle poesie dalle rime lacunose.
 
La voce del mare risuona nella mia casa
legno e sassi legati allo scoglio del silenzio
la voce è brezza mi riscalda il senso delle parole
 
dette un tempo e non dette uguali
tra i silenzi angusti, rimani
che resti solo calore e attesa
 
…diventa un sogno
per il quattordicesimo giorno
di febbraio
 
 
 
 
 
 

MARIA LUISA BIGAI, SANDRO PECCHIARI

 
 
 
 
E poi ti avrei atteso
dietro gli spigoli e le cose
nell’ombra che fa l’erba a primavera
sui muri scavalcando le incertezze.
Avrei atteso l ombra
che si allunga come fa l’erba,
gli spigoli del vento
di primavera contro i muri.
 
Le linee lungo i muri è quanto resta.
Linea d ombra a spaccare il mezzogiorno
Linea di luce a tagliare la notte
e in mezzo tu,io, vento ed erba accesa.
 
Senza temere linea che dimezza
Giorni e notti: sarà il vento
a portarle via? Resteremo accesi
in attesa di un’incertezza?
 
Vento verde
che trascolora e nelle vene vento
Luce che il vento ignora
e le attese
 
 
 
 
 
 

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