Il numero completo dei giorni – Giovanna Rosadini


Dopo Unità di risveglio, uscito nel 2010 per Einaudi, Giovanna Rosadini pubblica Il numero completo dei giorni con Nino Aragno Editore (postfazione di Davide Brullo) e continua, direi anche con un successo che ha del notevole, il percorso iniziato nel 2010. Un percorso che è sostanzialmente di scavo, non tanto di ricerca quanto di osservazione chiara e semplice. Perchè quando si scava dentro la terra umana si hanno comunque due possibilità: o si cerca qualcosa di specifico, o si attende (come secondo la mia valutazione fa l’autrice) di scoprire qualcosa aprendo se stessi a tutte le evenienze e accettando tutto ciò che emerge.

Giovanna propone una poesia che non chiede di essere accettata, non chiede a nessuno approvazioni o lusinghe e anzi rifiuta totalmente quei sottili riferimenti o espedienti che tanti poeti utilizzano per farsi apprezzare. Giovanna ha la forza di un’intelligenza poetica che si isola, che guarda sé stessa e la propria esistenza per attingere direttamente all’esperienza, al vissuto, affidandosi così a quell’enorme caratteristica oggi tanto rara nella letteratura: l’onestà.

Il numero completo dei giorni, che taluni potrebbero definire un’opera spirituale, non è un libro che entra nella vita e nel cuore delle persone ma al contrario pretende che il lettore entri in esso per seguire il percorso specifico che l’autrice determina e sigla, per poi alla fine della lettura portarci a chiedere cosa ci è rimasto, cosa ha suonato all’unisono, cosa abbiamo imparato.

Non intendo qui entrare in merito alla struttura del volume che è stata già ampiamente spiegata altrove (ad esempio qui) ma voglio anzi tentare di spiegare cosa a me è rimasto di questo libro. Che immagino avrebbe potuto benissimo intitolarsi L’urto delle cose (da un testo) senza che nulla potesse cambiare. Perchè Il numero completo dei giorni è di fatto la cronaca (e in questo riferimento possiamo benissimo citare le Cronache bibliche, che emblematicamente in ebraico si intitolano Cose dei giorni) di realtà che si urtano, come due pietre che sbattute creano scintille di luce. Scoprendo così, o avvicinandosi alla scoperta, di ciò che realmente è. Come se si potesse guardare un fiore senza essere vincolati alla relatività dei colori ma solo percependone l’interezza (appunto la completezza) dell’esistenza.

Ma dove la luce è più forte anche / l’ombra è più densa e profonda. Fin dal primo testo Giovanna riflette sull’antitesi che sta alla base dello scontro, dell’urto. La luce è più forte dove l’ombra è più densa, svelando così la necessità dell’ombra per vedere la luce. Ed altrove Quest’inizio parla / una lingua riesumata, fissata nell’eterno / istante in cui è stata pronunciata – / eternamente prossima ad essere dimenticata nella continua contrapposizione che, vissuta e rivissuta, diventa armonia e comprensione. Perchè da questo flusso d’esistenza che ha in sé corpo, presenza e sapore / di ferro fra i denti emerge la completezza dei giorni che non è composta tanto da un numero completo quanto da una completezza del numero che ritorna a sé, alla necessità di ridirsi (non di ripetersi) ingoiata nel silenzio recente che / ti chiude, e raccontar cose passate. Una completezza che ha in sé l’incompletezza, un tutto eracliteo che dalla ruvidità dell’urto fa scoprire quanto Può essere dolce l’estate, / di brezze marine e chiara luce.

In fondo il percorso di Giovanna è il percorso medesimo delle religioni precattoliche, quando la pietra aveva lo stesso peso del cuore, l’esodo lo stesso valore dell’incontro, quando il sacrificio era sinonimo di fede (prima cioè di quell’immenso abuso che abbiamo fatto del concetto di perdono). Da questo il simbolismo del libro, la sua struttura, il suo essere un percorso che come ho detto alcuni potrebbero definire spirituale e religioso ma che in effetti non cita mai Dio, né ha bisogno di farlo. Perchè Giovanna in questi versi non racconta una sua ascesi al divino ma una sua discesa nella terra, nella cenere, negli elementi costitutivi dell’uomo (non si dice forse polvere eri e polvere ritornerai?) che lei stessa dichiara nella continua sottolineatura dell’urto: Beviamo insieme / all’acqua cenere e polvere d’oro.

Il tutto perchè Siamo qui per ritrovarci, per Germogliare, sapendo di poter illividire, per Riprender parte. / Sapere quale parte, e non dimenticare.


Alessandro Canzian









Siamo qui per ritrovarci.
Dove l’inverno sa di primavera
e ogni cosa ha una fissità senza
tempo che consegna enigmi.
Animali immobili nella savana
e rocce incise dai millenni,
l’albero nudo nel sole e nel vento
e la donna che non dice, remota.

Ma dove la luce è più forte anche
l’ombra è più densa e profonda…









Cage within a Cage


Quest’inizio c’è già stato, molto tempo
fa: vuoto sospeso dentro un altro vuoto,
riecheggiata eleganza del gioco – muovendo
dall’informe scuro e roco. Un mondo
è germogliato sui rifugi, nominato foglia
a foglia, stella a stella, sostanza sillabata,
fatta piena – parole accorse a dare forma,
materia germinata, vita moltiplicata sopra
la traccia di un’altra vita, membrana sbiadita
fino al nulla e rinverdita. Quest’inizio parla
una lingua riesumata, fissata nell’eterno
istante in cui è stata pronunciata –
eternamente prossima ad essere dimenticata.








Non può che essere così: generare, legare,
esporre, esporsi: accogliere la morbida
potenza del ramo che si allunga, la radice
che affonda in cerca d’acqua, l’intreccio,
la risonanza, la saldatura, l’urto delle cose;
scoperchiarsi al fulmine in arrivo, lasciarsi
spogliare dalla pioggia, invadere dal mare…
Germogliare, sapendo di poter illividire.








Il marche dans la ville avec un mot secret


Adesso la ferita si è fatta cicatrice, rilievo
sulla superficie – memoria dell’ustione, segno
di benedizione. Eppure ancora non c’è stato
ritorno, ma solo un lento perdersi alla veglia,
qualcosa che somiglia e non risolve, l’intravedere
un fuori dalle ombre. Forse non c’è più il luogo
che ci attende, mutato insieme al nostro divagare
per strade periferiche e lontane, slabbrato
alla sua tinta famigliare. O forse non ci sono
le parti che abbiamo interpretato – entrambi
angeli in armi, sorpresi sulla riva oscura
del passato. E catafratti dentro a un doppio
esilio, manchiamo noi stessi e chi ci chiede
di restare – e questo è il pegno da pagare.








Bastiamo appena a noi stessi, e
anche noi abbiamo bisogno, ancora,
di una madre. Beviamo insieme
all’acqua cenere e polvere d’oro.

Stai un po’ con me.








Dunque ritorni e svuoti il giorno,
frasi condensano nel grigio sospeso
al risveglio, chiuso cielo marcato
dai tetti in fuga. Questo è il nostro
orizzonte; oggi. Sotto, per strada,
la vibrazione si propaga come un contagio,
eco lontana che teniamo a bada. Ti fai
corpo, presenza, e polso per il mio
battito, prestito di sangue, cieco
ribollire premuto sul diaframma; sapore
di ferro fra i denti, e la lingua imbrigliata
si consegna al morso del silenzio.








Natura morta


Ricominciare da questa distanza,
dal fumo che dilegua nello spazio
nudo dove tutto è rimbombo, suono
rimbalzato all’infinito; qui abiterà
una più fredda calma, la scansione
riflessa degli oggetti, la fragile
precarietà delle forme, nei colori
pensati col buio. Lo sbieco della luce
farà il resto, risalirà le superfici crude,
le animerà di tepori, sfumature, volumi.
E ogni cosa sembrerà essere.







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