Il nome di mia madre – Andrea Castrovinci Zenna


Il nome di mia madre, Andrea Castrovinci Zenna (Ensemble, 2018).

Il nome di mia madre, opera prima di Andrea Castrovinci Zenna (Ensemble, 2018), è una raccolta caratterizzata da un prorompente manierismo, sintomo di un cifrario prezioso e tuttavia, al contempo, innaturale, per la lingua di un poeta di oggi. Eppure, quella di Andrea Castrovinci Zenna, è una scelta praticata in via del tutto consapevole, come dimostra immediatamente, in Una premessa sola: «I versi – sarò un po’ pedante – / saran quasi sempre consueti, / di sillabe e accenti usuali, / per fingerli alteri alle insidie / del tempo, da illuderli eterei / così da raggiungerla: / son versi a un’insegnante / da un deficiente scritti / da uno che in fondo non sapeva cosa / fare: non ha capito mai che cosa / volere, solo cosa non volere». Negli ultimi versi della raccolta, quasi circolarmente, la consapevolezza si riduce in tristezza e amara rassegnazione: «Son stanco, madre, sai? L’endecasillabo / di terzo accento e sesto non lo vuole / più nessuno? Non so / che trovino in coloro che i concorsi / di poesia vincono: forse son tutti / semplicemente bravi, / compositori di anastrofi ardite, / di metafore, iperbati, sineddoche; / Forse, anche, da un male / così scarno e comune / il pubblico ormai è immune, / la morte d’una madre, sai che storia! / Ci vogliono poesie per la memoria /di eventi contingenti, / che ne so, migrazioni, / esplosioni, notizie da Tiggì? / E le rime? Non paiono più offrire / un balenìo di senso? / Mi sento fuori tempo, / pare non piacciano più».

Una premessa che assembla richiami montaliani del Non chiederci la parola che squadri da ogni lato assieme a quelli ispirati dal D’Annunzio del Poema paradisiaco (e specialmente di Consolazione, poesia citata non a caso in esergo alla prima sezione della raccolta). Per non parlare di pennellate simboliste, del rifare il verso al Pascoli così come a Stéphane Mallarmé: «E quando i cirri, da bianchi a vermigli / si tingeranno nel tramonto d’oro / ascolteremo il frinire sonoro / delle cavallette a sera; berremo / il sussurro di rosa / e d’azzurro del cielo». Si direbbe che sia proprio una nostalgia a doppio taglio, quella che traspare: una nostalgia per la madre, una per la poesia d’altri tempi. La scelta di un ritmo e di un lessico stridenti per le orecchie di un lettore odierno è giustificata dal desiderio del poeta di ricongiungersi alla madre, in qualche modo. La parola si svuota del suo ruolo principale per assolvere il suo compito, in quanto meta-limbo. La malinconia è fotografata oggettivamente, in un richiamo ai Pastori di Gabriele D’Annunzio: «Migriamo per terre lontane, / sì come i rondoni dal ramo; / migriamo e nel petto rimane / l’anelito a un pronto ritorno. / Passarono mesi, poi un giorno / dicesti al telefono “Nonna / sta male; anemia cerebrale; / – fu un ictus un colpo improvviso – / è paralizzato il suo viso». Eventi melanconici e dolorosi compongono una «colloquialità mesta», intimi e quotidiani, ma se è vero quel che credeva Ludwig Wittgenstein (ovvero che «Per scendere nel profondo è necessario non abbandonare i propri soliti ed immediati dintorni»), Castrovinci si insinua nell’imbuto della profondità con una delicatezza vaporosa, ancorato agli immediati dintorni della sua sfera privata. Come rifugge il solipsismo? Con un dialogo che vede protagonista la voce poetante a confronto con l’io-snaturato della madre-passato, un io permanente nella memoria del poeta. Una sottile consolazione, per un dolore spesso, che forse solo il racconto in poesia può tentare di esorcizzare, in qualche maniera. Come un mantra, una preghiera, o un ricordo. Un’ossessione parallela a quella mallarméana per ciò che riguarda l’azzurro; e leopardiana, per via della focalizzazione melanconica e dolce: «Le dolci giornate / d’azzurro garrenti». Impossibile ignorare che dalla raccolta evapora un richiamo all’Animula vagula blandula dell’imperatore Adriano (specialmente in questo verso: «una timida vagula serenità…»).

L’ossessione maggiore fra tutte, più ardua da esorcizzare, però, resta imprigionata in questi versi: «moristi sola, / senza un figlio, senza un parola / di conforto, senza un grido di aiuto, / di emottisi cruenta / […] / Ai viventi il tormento / di pensarti da sola / nell’ultimo odioso viaggio»; poiché nelle preghiere e nel bisogno di credere ancora «al vago azzurro intorno / al sussurro del giorno che finisce / ridevano al tramonto / soavi gli occhi tuoi, / occhi che oggi non puoi / aprire: così sconto, nell’odoroso maggio, il vuoto dell’ultimo tuo vїaggio».

Verndalda Di Tanna

 
 
 
 

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