Il gelo metterà tutto a tacere – Michele Paoletti



 
 
 
 
Dalla montagna sgorga a perdifiato
un vento tiepido di attese. Un fiore
spacca il grigio della pietra, si aggrappa
contro i tronchi degli abeti.
Un pugno lo nasconderebbe per intero,
come strappare un po’ di primavera,
farla durare più del grido di uno storno
che vola verso il sole e non si volta.
 
 
 
 
 
 
A dicembre insiste lo scirocco,
sputa il salmastro contro le finestre
mentre le rose si confondono,
si gonfiano di petali e marciscono.
Non avevamo posto per l’inverno
in bocca vibrava il chiacchiericcio della sabbia.
Poi la tramontana brucerà le dita,
il gelo metterà tutto a tacere.
 
 
 
 
 
 
Il mattino fioriva sul lenzuolo sottile
che avvolgeva ogni nodo di carne
il contrappeso dei muscoli contro le ossa
la fuga del sangue dentro altro sangue.
Eri un incarto di gioia, aprivi appena
gli occhi contro la santità
di un cielo indifferente che accoglieva
il battito irregolare del tuo petto,
il respiro incerto, la ruga tonda
del capo poggiato sul mio braccio.
Lo stupore era un’onda bianca
la meraviglia di un giorno puro,
inciso nell’aria.

 
(Michele Paoletti, Foglie altrove, Arcipelago Itaca, 2020)
 
 

Le stagioni e i dettagli naturali, nel loro scorrere che muta ogni cosa vivente e non, si fanno in questi testi di Michele Paoletti occasione figurativa e simbolica di rappresentazione delle tensioni esistenziali della vita umana, nel suo affrontare i temi del desiderio, dell’attesa, della bellezza, della gioia: con un dettato sereno e limpido, la parola invita ad una accettazione delle apparenti contraddizioni del vivere, quasi a trasmettere uno stato di grazia dove la fugacità e la provvisorietà dei momenti felici diventa perno di orientamento e accoglienza del loro rovescio, delle asperità, in quanto componente integrante della dinamica naturale delle cose.
Già nel primo testo la solidità del monte è avvolta da “un vento tiepido di attese”: questo espediente instilla l’aspetto più limpido dell’aspettativa umana, che difatti si incarna in “un fiore (che) / spacca il grigio della pietra”, una bellezza fragile che “si aggrappa / contro i tronchi degli abeti”. Tale delicata valorizzazione resta, pur senza drammatizzazioni, consapevole che “un pugno” basterebbe a nasconderla “per intero”, per la facilità di “strappare un po’ di primavera”, consapevole della sua provvisorietà e gracilità, pur ricorrente – “come quella di uno storno / che vola verso il sole e non si volta”. In questa chiusa c’è sia l’indifferenza di tale elemento prezioso verso l’uomo – che deve pertanto avere l’attenzione di riconoscerla e curarla, sia un rovesciamento del noli respicere del mito di Orfeo, dove è la bellezza a non voltarsi, per chi non ha avuto l’accortezza di farne tesoro e l’ha perduta, e con essa la sua primavera.

Nel secondo testo è l’imminenza dell’inverno, con gli ultimi strascichi della stagione calda, a fare da protagonista: la confusione delle rose, che “si gonfiano di petali e marciscono” è un ulteriore rimando all’uomo che, abituato magari a uno stato di serenità o alla quotidianità delle proprie fortune, trascura l’eventualità di poterle perdere da un momento all’altro, convinto di “non avere posto per l’inverno”; la chiusa, con una sferzata che ha funzione di fulmen in clausula, ricorda che in ogni caso “il gelo metterà tutto a tacere”, che lo scirocco, d’improvviso, si farà tramontana che “brucerà le dita”.

Pertanto è necessario saper riconoscere il fiorire del mattino, la gioia di ogni piccola cosa che, pur partendo dalla meccanicità corporale (“ogni nodo di carne / il contrappeso dei muscoli contro le ossa … sangue dentro altro sangue”) si fa rinnovamento della vita (come anche delle primavere), con gli occhi che si schiudono, nuovi, “contro la santità / di un cielo indifferente”; cielo che, ciò nonostante, sa accogliere “il respiro incerto” e fragile, sia del fanciullo appena venuto al mondo, sia dell’uomo adulto che rinasce in questo procedimento di accoglienza completa.

Questa sensazione innocente, di cui la parola di Paoletti testimonia il rinnovarsi nella vita e nelle stagioni che ritornano, si staglia a salvaguardia degli affanni esistenziali, di fronte all’attestazione del gelo e del silenzio, come essenziale “stupore” e “meraviglia di un giorno puro / inciso nell’aria”.

Un ossimoro che riesce a trasmetterne, contestualmente, la solidità imprescindibile ed essenziale e la leggerezza fragile e provvisoria.

Mario Famularo

 
 
 
 

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