Il futuro non è più quello di una volta – Mark Strand

Il futuro non è più quello di una volta – Mark Strand
(Minimum Fax 2006, selezione, cura e traduzione di Damiano Abeni)

 

Quella di Mark Strand (1934-2014) è la storia di un poeta narrativo forzato, dalle aspettative dei genitori bibliofili, a cui non andava bene un figlio studente d’arte. Ma l’arte la corteggerà tutta la vita fino a scrivere una monografia su Hopper e i suoi paesaggi di solitudine metropolitana dove però campeggia la luce, mentre nella poesia di Mark Strand, poeta laureato, premio Pulitzer, alfiere dei nichilisti, vince l’ombra, la luna, la disillusione, il nulla appunto. Molte poesie nell’antologia Il futuro non è più quello di una vota (verso scritto per la guerra in Vietnam) sono sulla morte con la maiuscola a volte, personificata. Eppure lui, che amava Venezia e l’Italia che valorizza le rovine, di contro a un’America tutta nuova, tutta in verticale, di fondo è rimasto un pittore mancato: le sue composizioni sono tutte cose e assenze, volumi e spazi. E se da giovane studiò con Albers amava pure Kafka, Borges, Calvino, il misterioso che è in loro e più avanti il surrealismo, Ersnt, De Chirico, Magritte ma anche Rembrandt.

Se Strand è stato eletto da una generazione quale nichilista supremo che aveva una sola regola: comporre in modo che il primo verso, il verso di mezzo e l’ultimo stessero insieme, per poi dimenticarsi della poesia scritta e ricominciare da capo con un’altra narrazione, ha pure scritto un prontuario per poeti e di sé più che un metafisico dell’assenza diceva che si riteneva divertente. Canadese-americano, ha studiato la poesia dell’800 italiano, e negli ultimi anni affermava che gli uomini passano, armi, bagagli e sentimenti, da una catastrofe all’altra, in attesa della successiva. Diceva che, anche per coloro i quali Steve Jobs conta più del Papa, più avanza la tecnologia, più è importante la necessità di salvarsi spiritualmente.

Uomo del Novecento, ha scritto: “Il ventunesimo secolo mi piacerà”: “(…) Allora un uomo si volse / e mi disse: ‘Anche se non mi piace il passato, il buio che ha in sé , / il peso del suo non insegnarci niente, il fatto che lo si perda, il suo tutto / che non chiede nulla, il ventunesimo secolo mi piacerà di più, perché / in esso vedo una persona in accappatoio e pantofole, dagli occhi scuri e povera, che cammina sulla neve senza lasciare la minima impronta’ / ‘Oh’, esclamai, nel mettermi nel cappello, ‘Oh’”.
Nella sua vita è anche passata un donna luminosa, una donna-cometa, e i ritratti di lui sono sempre sorridenti, ritratti di un sobrio magro sorridente, che non dava alcuna importanza al successo (ha insegnato in 11 università, è stato invitato in 8 ).

Ha scritto versi come :
“Ogni attimo è un posto / dove non sei mai stato”.
“Il vento arriva da poli opposti, / si sposta piano // Lei volteggia nell’aria fonda / Lui cammina sulle nuvole / (…) / Il vento li porta più vicini. / Si salutano con un cenno della mano. // Più vicini, più vicini”.
“Il poeta non riusciva a parlare di sé, / ma solo delle sfumature che portavano verso e via da lui”.
“Prima la pensai nel diafano scenario della circostanza / poi al di là di esso, nel candore non creato da alcuno”.
“Se un uomo capisce una poesia / avrà dei problemi”.
“(…) persino le sillabe forzate del declino sono respiro”.
“Glorifico le nuvole che sono polmoni di luce”.

 

Pierangela Rossi

 
 
 
 

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