il dramma delle piccole cose insignificanti – Marco Tufano

 
 
 
 
Le notti smarrite d’inverno
nella periferia illuminata
dagli occhi dei gatti ai bordi
di questa eterna quotidianità
portata fuori quando è buio
arrivano sulle palpebre pesanti
 
e un freddo pesto le stringe
per cavarne un altro verso
e un gemito sofferto, tanto
che è vivo in vapore acqueo
 
dalla bocca il dramma
delle piccole cose insignificanti.
 
 
 
 
 
 
Tutto è nel campo visivo e prende posizione
localizzato nel ritratto – statico – di tutto l’esistere
su questa terrazza con vista sui rami inverditi
tutto vive nelle proposizioni senza fiato
 
ci basterà davvero l’immobilità?
 
perché rimaniamo larve di un’ipotesi,
rocce erose dagli eventi.
 
 
 
 
 
 
Si rimane dispersi e distanti miglia
dai propri corpi quando non c’è tempo
ma solo altro vuoto tra un battito e l’altro
di palpebra, di ali di gazza in questa terra
rimasta dispersa e che percorro a piedi scalzi
sulla polvere, con le mani secche e la bocca impastata
a raccontarci la presunta felicità delle piccole cose.
 
 
(Marco Tufano, Granito e bauxite, Transeuropa, 2020)
 
 

In questi testi di Marco Tufano è possibile rinvenire il ritratto di una generazione che vive all’esterno di un’ipotesi di stabilità e benessere, immagine che viene trasfigurata nel paesaggio di una periferia sofferente, irrealizzata, abbandonata alla propria inerte stagnazione. In questa cornice si assiste al rovescio delle piccole cose – in dettagli trascurati e insignificanti che realizzano una prospettiva esistenziale di immobilismo – che lascia senza fiato e senza possibilità di salvezza.

Già il primo testo inizia tra “notti smarrite d’inverno / nella periferia” in una “eterna quotidianità” che pesa sullo sguardo dell’io lirico, in un “freddo pesto” dove il tentativo di “cavarne un altro verso” diventa un “gemito sofferto”.

Dalla bocca l’unica parola che riesce a fuoriuscire è “il dramma / delle piccole cose insignificanti”, una testimonianza dei dettagli in cui nessuno sembra riconoscere alcun valore, la voce tragica di una dimensione negletta, che diventa richiamo collettivo a una sensibilizzazione verso ciò che appare privo di qualità o significato.

“Tutto l’esistere … è nel campo visivo” e in una prospettiva come quella descritta questa consapevolezza appare come disperata e lucida assenza di una concreta possibilità migliore o significativa: “tutto vive nelle proposizioni senza fiato”.

Questa stagnazione certamente non può essere avvertita come sufficiente (“ci basterà davvero l’immobilità?”), e la sua stretta impedisce l’evolversi da uno stato larvale di un concreto progetto di realizzazione personale e sociale, di salvezza (“rimaniamo larve di un’ipotesi”). Nonostante l’apparente solidità di chi la vive, questa condizione consuma anche la volontà più ferrea e resiliente (siamo infatti “rocce erose dagli eventi”).

Pertanto “si rimane dispersi e distanti … dai propri corpi” mentre il tempo fugge, e resta “solo altro vuoto … in questa terra rimasta dispersa”.

Eppure, nonostante “le mani secche e la bocca impastata” dalle circostanze ostili e dalle esperienze di vita che sembrano negare la conquista di un proprio spazio vitale umano, accogliente e significativo, si rimane in ogni caso insieme “a raccontarci la presunta felicità delle piccole cose”: una possibilità immaginata, “presunta”, apparentemente non conosciuta, che non neghi il minimo squarcio di possibilità di sublimare quel timore di assenza di significato e di prospettive in una realtà preziosa, conquistata con fatica e resilienza, in cui poter concretizzare un’autentica e semplice serenità, armonizzando quelle “piccole cose” con il proprio rovescio (apparentemente) insignificante, riscattandole in nome di quella marginalità da cui ha avuto inizio il viaggio di gran parte delle nuove generazioni.

Mario Famularo

 
 
 
 

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