Giulio Maffii


 

Michele Paoletti intervista Giulio Maffii

 

C’è vento nella gente eppure la gente non si ascolta, né ascolta il proprio subbuglio interiore preferendo abbandonarsi ad una calma apparente. Come quella dei morti che tuttavia sanno aspettare e restano in attesa di notizie dai vivi. E sono più vivi di noi quei morti in ascolto, nascosti intorno mentre il corteo di coloro che restano arranca indifferente al tempo e alla memoria. Intanto gli inverni chiudono la terra e non hanno bisogno di sapere da dove passi la salvezza, se nell’incontro di due corpi in una forma chiamata forse amore oppure semplicemente in uno scambio, lo scontro di costole e labbra. Sta a noi scavare, portare alla luce quel seme che cova nel buio della terra e lasciarsi scuotere da quel vento che può farci vivere senza dover fingere. Ignorare le promesse di dicembre per costruirne di nuove, irrinunciabili.

 

Come nascono le tue poesie?

Dare una spiegazione su come nascono le poesie è come raccontare ai bambini che le cicogne portano i neonati. Il poeta scrive biografie. In un modo o nell’altro le scrive, siano personali, storiche, della natura; biografia significa anche storia, quella universale e quella personale. Il poeta è un soggetto politico perché deve combattere la soggettività borghese che rischia, con un sistema capitalistico virtuale, di far crollare l’apparato poetico. Il mondo “reale” si proietta nel mondo poetico inteso come ipertesto sorretto da scrittura e idee. La soggettività borghese non include architetture, ricerca, sperimentazione che non sia vuota già alla nascita perché implosa prima di espandersi per mancanza di una architettura. Questo a causa di un ego autoriferito e di un narcisismo patologico che non ha, tra l’altro, spiegazioni logiche. Quindi si parte da un progetto, un progetto ben preciso da sviluppare, non da una scrittura casuale, un agglomerato di versi. Chi fa poesia studia, approfondisce, costruisce e narra, racconta un qualcosa.

 

Il poemetto che segue l’intervista si intitola La calma apparente dei morti. Recentemente a Firenze hai tenuto una lectio poetica dallo stesso titolo. Ce ne vuoi parlare?

La lectio in realtà è stato un divertissement, nasce da due miei interventi: uno fatto a novembre scorso in occasione del congresso internazionale “Identity agonies: Living dyingly” tenuto all’Università di Padova, ove afferisce il master in “Death studies and the end of life”, l’altro in occasione di un workshop presso la Società Italiana di Antropologia a Firenze. Ho ripreso i concetti base delle mie relazioni sulle “prove tecniche di resurrezione”, ovvero l’incontro tra storia, antropologia, analisi e letteratura come mezzi di sopra-vivenza. Un piccolo viaggio nel mondo della poesia, dai greci ai giorni nostri con raffronti tra poesia tanatologica e altro. Attraverso la scrittura il nostro sé patiens può divenire un sé triumphans. Il poemetto omonimo ricalca queste linee.

 

Parlando della tua recente raccolta Angina d’amour (Arcipelago Itaca, 2018) Francesca Marica la definisce “Una raccolta in cui la presa di distanza dal passato è intrecciata all’incertezza per il futuro, nella vigenza di un tempo presente dai contorni  sfuggevoli e evanescenti”. Ce ne vuoi parlare?

In Angina d’amour, pubblicato grazie alla lungimiranza di Danilo Mandolini (Arcipelago Itaca ed.), si mescolano l’amore, nudo, divorato, esasperato, con l’ironia, tagliente e disperata (già il titolo è esplicativo nel senso); un omaggio a T.S.Eliot nel centenario della canzone d’amore di Mr. Prufrock e un lavoro sul lutto. La varietà dei registri è il gioco poetico su cui si basano le “narrazioni” dentro una precisa architettura poetica che sonda ed esonda nella brevità del foglio. Costruzione e sfasciamento. La Marica nel suo intervento, che ho letto sulla rivista Argo con molto piacere, ha colto gli elementi del nucleo di base, ovvero il “cuore” anginoso del lavoro.

 

Per il sito di Carteggi Letterari curi la rubrica di recensioni Flashes e dediche. Come scegli i libri da recensire?

Nella mia rubrica su Carteggi Letterari che mutua il titolo dalla quarta sezione de “La bufera e altro” di Montale, di solito parlo brevemente (un flash) di libri che in qualche modo mi hanno colpito in positivo per una ragione o un’altra. Cerco di dare voce alla poesia contemporanea e ad autori meritevoli. Tralascio le grandi cariatidi del mondo poetico, anche perché non mi sembra di aver letto ultimamente bei libri scritti da parte dei “nomi” che implodono su se stessi, attratti da altre cose, da altri processi strumentali e di potere e non più da un reale interesse poetico.

 

Che idea ti sei fatto della poesia dei nostri giorni?

La poesia contemporanea rivela un processo dinamico senza soluzione di continuità. Non credo ai concetti come “generazione”: siamo lontani da una organizzazione critica che permetta una nomenclatura, una tassonomia poetica. Sembra che le consorterie e le “scuole” invece vogliano accentrare il concetto storico e darsi una propria autorevolezza, autoproclamandosi periodizzate. Il livello qualitativo è molto buono, la difficoltà sta nello stanare la bella scrittura nella miriade di offerte a causa del sovraffollamento e frammentazione editoriale (con i relativi problemi legati alla distribuzione e vendita), per questo bisogna leggere molto ed aggiornarsi continuamente, non leggere soltanto se stessi. C’è da porre attenzione anche ad altri fenomeni di ibridazione o di ritorno ad un concetto di oralità che mi sembrano davvero interessanti, quando supportati da una solida base teorica e non pura espressione egorroica.

 
 
La calma apparente dei morti
 
Perché mai gli inverni chiudono la terra
occludono il seme dentro il nostro ventre
-dio salvami e andiamo a pranzo insieme-
Non si tralascia niente di innevato
ci si prepara a germinare
C’è vento nella gente
la gente dorme nei palazzi
e quando dorme non si ascolta
 
I morti attendono notizie
-hanno il dono dell’attesa-
vita che cerca vita
perché mai gli inverni
hanno tradito una nascita
la sacra resistenza al niente
L’andatura floscia degli impiegati
dopo un pranzo di lavoro
ricorda l’uscita dalla bocca di una chiesa
 
Tutto è già noto
consumato e nuovo
tutto è indifferenza
viviamo di terre spente
tra il poco e l’ardore
quando precipiti in te
 
Per inganno i vivi sono come li ricordi
come tu li implori o trafiggi
tribolazioni che abbattono ginocchia
senza il minimo pudore del vento
Perché mai gli inverni hanno bisogno di sapere
se mi appendi mi annodi mi allacci
alla parabola del corpo samaritano
alla simonia dei tendini
non hanno bisogno di sapere
se la salvezza passa da una congiunzione
se resiste all’urto di costole e labbra
mentre l’universo esplode tra le mani
o nella cavità del buio
 
Le siepi ascoltano le cose
La curva delle risposte si adagia tra le ossa
disarticola la gola
attraversa questa strada
Poi qualcuno abiterà il corpo
tra plagi e passaggi di luce
dai volti alle pietre
alle memorie del pavimento
Nessun tormento in questa residenza
somma degli indirizzi perduti
 
Altre promesse aveva fatto forse dicembre
noi siamo gli ultimi a fingersi vivi
Qui c’è la calma apparente dei morti
non ci danneggia il tempo
il residuo delle storie
le perdite illimitate
e l’umiliazione di morire al mondo
Nous sommes mors ame ne nous harie
 
perché mai gli inverni
 
 
 
 

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