Giovanni Raboni

 

Sia detto, amici, una volta per tutte: / a correre rischi non è soltanto / la credibilità della nazione / o l’incerta, dubitabile essenza / che chiamiamo democrazia, / qui in gioco c’è la storia che ci resta, il poco che manca da qui alla morte. Ecco che, nel 2004, il genio di Giovanni Raboni scrive, tra storia e Storia, l’epicedio di mano propria, negli Ultimi versi. Oggi che c’è un grave imbarbarimento dell’Italia e dell’Europa, che avrebbe detto allora?

Indignazione e passione civile hanno sempre accompagnato Raboni, mutava solo il bersaglio del sarcasmo, dell’ironia. Ma questo libro (Garzanti, 2006), ha un duplice motivo d’interesse.

Mentre la lacerazione di Raboni si stempera, in forma di preghiera, poesia a metro chiuso e strazio c’è il dolore per il compagno di Patrizia Valduga, in uno scritto che segue e che solo per la pigrizia d’inventare una nuova parola, è detta postfazione. E se Giovanni va indietro con la memoria (il padre malato che voleva libri, libri, libri) preparandosi al distacco e sostituendo la dolcezza alla rabbia, Patrizia Valduga mostra senza pudore lo scorticamento di cuore e intelletto, l’amore finale per due. Patrizia Valduga, dopo il lutto, si consacrerà ad amministrare la memoria di Raboni.

Pierangela Rossi

 
 
 
 
Giovanni Raboni
 

Nessuno, credo, potrebbe seriamente mettere in dubbio l’importanza – l’importanza decisiva rispetto all’intero – delle ultime pagine di un romanzo, delle ultime battute di una sinfonia, degli ultimi minuti di una partita di calcio.

Tempus tacendi… Una fitta quasi insostenibile di felicità al pensiero che un giorno o l’altro potrei davvero leggere Dickens e Tolstoi, andare al cinema di pomeriggio, ascoltare i quartetti di Beethoven e i lieder di Schubert senza doverne rendere conto a nessuno.

È impossibile guardare il tempo senza vedere la morte, così come è impossibile guardare il mare aperto senza vedere l’orizzonte. Uno, per non vederla, dovrebbe passare tutta la vita di profilo come l’one-eyed jack, il povero fante monocolo delle carte da gioco. E il bello è che anche la morte, come l’orizzonte, è sempre alla stessa distanza.

Solo adesso comincio a intravedere il significato di un’immagine che da molti anni inesplicabilmente nutro e mi nutre, quella di mio padre che dopo il primo attacco cardiaco (il secondo, pochi mesi dopo, lo avrebbe ucciso) se ne sta a letto, di buonissimo umore, legge o rilegge tutti i romanzi possibili. Rivedo le pile di libri sul comodino, l’azzurro dei vecchi Einaudi, il verde della , il giallo dei Classiques Garnier… E ricordo la mia sorpresa, il mio superstizioso sgomento: perché leggere tanto, perché impadronirsi di tante storie, di tante verità se gli restava così poco tempo per usarle (…)

Non assaporo ancora, ma già immagino la gioia di accumulare silenziosamente dentro di me beni infruttiferi e intrasmissibili e sento che potrebbe essere la più pura, la più sottile, la più perfetta delle gioie. (…)

 

E il libro di Raboni si chiude su un’immagine: Il thriller dell’eternità.

 
 
 
 
Patrizia Valduga
 
-Resisti, amore mio senza respiro:
ho il cuore in te, per te tiro il respiro.
 
Giovanni, vivo più della mia vita,
tienimi in vita finché tu sei in vita.
 
 
 
 
-La tua Milano, amore, fa paura
e mi tratta da esule e sbandita.
 
E in casa nostra ogni cosa
Mi guarda male, come risentita.
 
Ogni cosa ti chiama, ti reclama,
e mi lascia così, sola e spaurita.
 
E tutto il tempo testimonia il tempo
Del dolore indiviso della vita.
 
E in tutto il tempo trovo tregua il tempo
Che ti sto accanto, anima ferita.
 
 
 
 

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