After rain – Giovanni Ibello

Foto di Dino Ignani

After rain

Il diaframma
è sotto l’arco del giorno,
lo vedi
l’ultimo rantolo del sole?
Questo è l’anatema della terra,
la nuda prigione
di un costato.
L’iride
l’argento nero
nel vuoto delle ossa cave
si risolve
l’equazione del volo.

II

Se non vuoi arrivare alla lacerazione
non dire una parola
che sia una.

Anche tu la chiami morte
questa armata silenziosa senza lume?
Questa rete di spade
incrociate sopra i corpi,
l’antilope che si ritira tra i canneti.
La preghiera del giorno: siamo muti.
Tutto si separa per venire alla luce.

Giovanni Ibello, Turbative siderali (Terra d’Ulivi ed., 2016)

Giovanni Ibello non scrive “di silenzio, ma di vuoto”. I testi su cui intendo soffermarmi, tratti da Turbative siderali (Terra d’Ulivi ed., 2016) lo evidenziano abbastanza bene. In “After rain” si assiste a una personificazione del tempo atmosferico, in cui l’assenza di rumore dopo la pioggia viene rappresentata affannosamente – il diaframma appare schiacciato sotto l’arco del giorno, che lo costringe al silenzio, e il sole emette un ultimo rantolo, che non è dato ascoltare, ma che può essere visto. Il sentore oppressivo persiste nei lemmi, densi e gravi: l’anatema della terra, la nuda prigione di un costato. Eppure il vuoto che si prospetta, che in un primo istante appare irrimediabilmente ostile, viene risolto come condizione necessaria per il volo: l’utilità di quel vuoto, nelle ossa cave degli uccelli, è ciò che ne permette la leggerezza e la sospensione al di sopra della terra. Mi viene di pensare ad alcuni versi di Magrelli: sono il callo osseo / che cresce nella frattura / Il vuoto mi alimenta / finché dura, ma ancor più al Daodejing, quando suggerisce che la parte vuota di un vaso ne costituisce l’utilità. Particolarmente efficace da un punto di vista espressivo il contrasto lessicale e il fulmen in clausula finale, che realizza un sentore di dissipazione dell’oppressione percepibile nel resto del testo, proprio mediante il vuoto, e non contro di esso. Il secondo testo suona come un monito: Se non vuoi arrivare alla lacerazione / non dire una parola / che sia una. In questo caso il silenzio – il vuoto di parole – ha anch’esso un’utilità, che è quella di impedire la lacerazione. Nuovamente il contrasto è con un termine ostile, che viene dissipato attraverso la prospettazione di un’assenza, di una negazione, ma non in chiave distruttiva o ablativa – piuttosto come soglia di una possibile serenità, di accoglienza; come se la reale ablazione e disgregazione fosse causata (e ciò è vero soprattutto nel nostro tempo), dall’eccessiva proliferazione di parole e di presenze, che, giunte ad un’ipertrofia dove questo eccesso si risolve in una terribile svalutazione e omologazione, lasciano come migliore soluzione un fare tabula rasa per concentrarsi sull’essenziale, dopo aver rimosso il superfluo in un procedimento di severa sottrazione.

Il testo finale sembra accogliere queste istanze, con diverse sfumature: Ibello chiede a un tu imprecisato Anche tu la chiami morte / questa armata silenziosa senza lume? – come a dire: credi che questo silenzio, questo vuoto, significhino morte? Significhino dissesto e distruzione? l’antilope che si ritira tra i canneti sembra proprio il mantra immaginifico del chiamarsi fuori da quella densità di presenza cui accennavo prima, che non può che portare a un appiattimento della parola e del suo valore – ma il discorso può traslarsi anche ai rapporti umani e ad ogni prospettiva di senso e direzione – ed ecco La preghiera del giorno, l’impegno da perseguire: siamo muti.

E attraverso la separazione da quell’ingorgo indistinto, così come un vaso pieno di terracotta non potrà servire a nulla, senza il vuoto che gli consente di accogliere l’altro-da-sé, allo stesso modo quel vuoto di parole e di presenza, assoluto potenziale, potrà consentire ad ogni cosa di venire alla luce, per poterne apprezzare il reale valore, dopo un procedimento di sottrazione del superfluo, per provare ad evidenziare ciò che è essenziale, e non può essere rimosso.

Mario Famularo

 

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