Giorgio Ghiotti – speciale Costellazioni

 
 

Speciale Dialoghi in occasione dell’uscita di Costellazioni di Giorgio Ghiotti (Empirìa, 2019). A cura di Michele Paoletti.

 
 

Costellazioni di Giorgio Ghiotti è la testimonianza che la poesia non è finita, anzi circola e scorre in modi nuovi e inaspettati. I giovani poeti si difendono da soli scrive Giorgio e abbraccia in queste pagine un’intera generazione facendo nomi e cognomi di coloro che secondo lui potranno intrecciare il percorso poetico in un lungo e fruttuoso dialogo. A patto naturalmente che si studi e si gettino così i semi per una critica che ambisca all’oggettività e riesca a prescindere il più possibile dal gusto personale. Un lavoro prezioso dunque perché misura di una vitalità e di una curiosità che mai dovrebbero abbandonare chi si dedica all’arte della parola.

 
 

Raccontaci com’è nato Costellazioni, il percorso di costruzione del libro, la struttura.

Proprio come le poesie più antiche, questo libretto ha avuto una prima gestazione orale, e solo dopo ha preso la forma di parole e frasi e paragrafi e capitoli. Intendo dire che Costellazioni, quando ancora non si chiamava così e non aveva destino di libro, si è andato stratificando lentamente e con passione rovente grazie agli incontri con poeti amici, con critici, con alcuni intellettuali insieme ai quali, in questi ultimi anni, ho parlato di poesia, di editoria, di politica, cioè di cultura. Davanti a una enorme finestra aperta sui tetti di Bologna, o sui gradini di una chiesa in piazza del Popolo, o ai tavolini di un caffè, o in viaggio in macchina verso il mare, ovunque abbiamo parlato, parlato, parlato. Parlare è la cosa più importante che ci sia. Confrontarsi, scontrarsi, non restare muti. Il silenzio mi insospettisce sempre un po’. Potrei dire che Costellazioni è nato insomma come libro collettivo, come tentativo di riflettere “sull’esito della mia generazione” (è un verso di Marco Papa) in un tempo ancora lontano da ogni esito possibile e tutto volto alle prove, al coraggio, all’incendio della poesia e della giovinezza. Ma un incendio che vorrei fosse possibile domare in qualunque momento, un fuoco del quale godersi le fiamme senza il rischio che bruci tutto lasciando dietro di sé solo cenere e relitti. Per questo, anche, Costellazioni è un invito ad armarsi degli strumenti giusti per iniziare a praticare la critica. Anche a vent’anni. Riflettere, interrogarsi sulla poesia, prendere delle posizioni rispetto ai versi che si vanno leggendo non è meno importante che scriverne, anzi.

Brevemente sulla struttura: il libro è diviso in quattro parti; le prime due di saggio vero e proprio, riflettono su alcuni nodi caldi e problematici della contemporaneità poetica, soffermandosi su nove voci di giovani poeti nati negli anni Novanta che a me sembrano, per le prime prove che ci hanno fornito, in qualche modo esemplari. La terza parte del libro è una piccola antologia di otto grandi nomi della poesia italiana che però, per svariati motivi, rischiano di essere dimenticati o di passare sotto silenzio (Marco Caporali per esempio, Paola Febbraro, o ancora Giovanna Sicari, Gino Scartaghiande e Sara Zanghì, tra gli altri…). La quarta e ultima parte del libro accoglie tre brevi saggi nel saggio: uno dedicato alla poesia di Biancamaria Frabotta, un altro alla poesia zoomoralista di Anna Maria Ortese e l’ultimo sul sesso della poesia, eteronimi pregiudizi e stereotipi compresi.

 

Il libro si apre con un’argomentata riflessione nata in risposta al saggio di Cesare Viviani, La poesia è finita. Diamoci pace. A meno che… (Il nuovo melangolo, 2018) in cui il poeta punta il dito contro la generazione di nuovi poeti tacciandoli di ignoranza, narcisismo, autoreferenzialità. Non credi che i meccanismi sociali (e social) che si sono affermati abbiano contribuito a questo atteggiamento?

Ne parlo spesso con il mio compagno, su questi temi più preparato di me (è specializzato in filosofia politica e teoretica). Gli arroganti ci sono sempre stati, i vanagloriosi pure e i falsari anche. Così come ci sono sempre stati i bravi poeti, gli onesti, i fin troppo umili. I meccanismi sociali con i quali oramai abbiamo familiarizzato hanno reso ancora più evidenti questi atteggiamenti, rivelandosi strumenti utilissimi e affascinanti per il primo gruppo citato. Il social ha una natura autoreferenziale per definizione, e sebbene essa venga spacciata per interrelazionale, il prezzo della socialità è l’incapacità di socializzare realmente. I meccanismi sociali rendono ipertrofiche le caratteristiche degli individui, e promuovono un grande male: la visione monolitica della persona, perché essa sia riconoscibile. È una trappola pericolosissima, nella quale qualcuno afferma persino di star comodo, una volta cadutoci dentro con tutte le scarpe. Ci avete fatto caso che i sedicenti scrittori, cantanti o artisti più seguiti sono quelli interessati unicamente all’autopromozione, alla celebrazione della loro opera e della loro persona? Ma non si annoiano ad avere sempre la loro faccia tronfia davanti, a sentire sempre la loro voce, a leggere sempre se stessi?

 

Ormai è semplicissimo trovare un editore per pubblicare la propria raccolta di poesia. Credi che questo consenta la diffusione di “brutta poesia” e quindi avvalori la tesi di Viviani riguardo ad autoreferenzialità e narcisismo?

L’indipendenza di una casa editrice dovrebbe rappresentare la sua forza, e garantire la qualità del suo catalogo. Su che cosa dovrebbe puntare un piccolo indipendente di poesia se non sulla qualità delle sue proposte? Tralasciando il discorso dunque sulle storiche collane di poesia, che è un discorso altalenante e non più autorevole (pur conservando per fortuna autori dall’enorme dettato poetico), moltissime collane di piccoli editori si sono avvalse, nel tempo, di consulenti o direttori per così dire di “chiara fama”: la poesia di Passigli la fondò Mario Luzi, ‘Poesia e variazione’ di Empirìa è cresciuta sotto l’occhio vigile e cristallino di Daniela Attanasio, la poesia di Ensemble l’ha seguita Gezim Hajdari. Per fare un esempio più recente, è Fabio Pusterla a occuparsi delle ‘Ali’ Marcos y Marcos. Il controcanto lo fanno però una miriade di piccolissime accessibili davvero a tutti. Editori che non puntano sul testo, ma sulla vendibilità del prodotto, creando intorno al libro tutto l’apparato necessario alla promozione dell’oggetto. Quindi sì, certo, in un certo senso è vero che la semplicità della pubblicazione incoraggia la circolazione di cattiva poesia (poi bisogna capire cosa intendiamo per buona e cattiva poesia); però è vero anche che non è una situazione nuova, o “allarmante”: nel post ’63 le porte dell’editoria si fecero più leggere che mai, e si spalancarono a molti, per non dire a tutti. Però questo non mi preoccupa; come scrivo nel libro, voglio credere con Fortini che il caos sia la condizione per il fiorire del buon gusto e dell’intelligenza.

 

Costellazioni affronta anche il problema della critica. Ad un certo punto scrivi: “Parliamo insieme di poesia, dialoghiamo, scriviamo di poesia, critichiamola. Cioè pratichiamo la critica. Anche a vent’anni.” e fornisci una serie di strumenti, di direzioni per mettersi in cammino. Un’esortazione ai tuoi coetanei?

Sì. Un’esortazione nata dal fatto che già alcuni – penso a Gianluca Furnari, a Sacha Piersanti, a Stefano Bottero – si stanno dando da fare in questo senso. Può accadere: quando i poeti sono veri poeti, sanno leggere e scrivere della poesia altrui con assoluta chiarezza e lungimiranza critica.

 

Cosa ne pensi dei laboratori di scrittura e delle scuole di scrittura in genere?

Credo nelle scuole di lettura, non in quelle di scrittura. Vecchia storia già detta e ridetta, ma la migliore scuola di scrittura è il libro, di poesia, di prosa, di saggistica; è il libro. Leggere Giorgio Bassani vale cento volte un corso di scrittura creativa. Parliamo di Arpino? Della Suora giovane, solo per restare nella prosa? No, altrimenti non la finiamo più, meraviglioso Arpino. E poi è un’ottima scuola di scrittura è il viaggio, l’arte, la musica. Soprattutto la musica.

 

Riformulo una domanda che ad un certo punto poni al lettore: Sarebbe possibile creare una rivista dedicata alla poesia italiana giovane o dobbiamo rassegnarci al sopravvento di blog e pubblicazioni on line?

Di certo è possibile, ma bisognerebbe canalizzare le energie, dialogare molto insieme, cosa sempre problematica. Vuol dire avere voglia di ascoltarsi, vuol dire essere disposti ad abbandonare un io ipertrofico e a lavorare insieme. L’attenzione sulla rivista cartacea non è il punto centrale; l’attenzione è per un modo di fare squadra che potrebbe risultare vincente: non pensare agli altri come “avversari”, ma come compagni di strada. Io quando leggo un poeta giovane davvero bravo sono estasiato, non invidioso, e mi viene naturale sentirlo parte di un flusso poetico e per così dire “epocale” (nel senso proprio di appartenenza a un’epoca) che chiamerei ‘la generazione’. «Il successo di nessuno può passare per il fallimento di un altro, tantomeno per il successo di un altro» (lo ha detto Gaja Cenciarelli a proposito del suo romanzo La nuda verità, Marsilio 2018).

 

In Costellazioni dedichi un capitolo, I sommersi salvati, ad un gruppo di voci di autori contemporanei “sulle quali troppo si è taciuto per difetto di critica, pigrizia dei lettori […]”. Come hai operato questa scelta?

I poeti e le poete che ho antologizzato con tre testi ciascuno li ho scoperti nel tempo, sorprendendomi ogni volta della loro marginalità, della loro scarsa circolazione. Qualcuno, per fortuna, in questi ultimissimi tempi (due, tre anni) sta andando incontro a una seconda primavera grazie a molti giovani lettori in grado di amarne i versi: Gino Scartaghiande, per esempio, «il più notevole poeta di quegli anni [gli anni a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta]» (Carlo Bordini, La zona grigia, in Difesa berlinese, Sossella 2019). Pur essendo introvabile presso qualunque editore – peccato mortale.La mia è stata una scelta operata secondo quei criteri critici che cerco di esporre anche nel primo capitolo del libretto: bilanciando in me giudizio di merito e giudizio di gusto. Solo a lavoro concluso (c’è chi penserà non sia vero ma ti assicuro che è così) mi sono accorto che, su otto poeti, sette sono/sono stati pubblicati da Empirìa, editrice di Costellazione e del mio ultimo libro di poesia, La città che ti abita. Non era premeditato. Ma sfido a leggere La pazienza di Marco Papa senza considerarlo un libro centrale della poesia italiana dell’ultima coda del Novecento. E poi c’è Marco Caporali, la voce più lucida e appartata di questi anni. O Giovanna Sicari, che per fortuna al pari di Scartaghiande sta andando incontro – anche se troppo tardi, ma io spero che in qualche modo riesca a vederlo – a una importante riscoperta presso i lettori più giovani…

 

Il libro si conclude con una riflessione sul sesso della poesia in cui chiedi: “è possibile indovinare il sesso di chi scrive dalla sua voce poetica? Io non credo […]”. Mi piacerebbe approfondire il perché di questa riflessione.

L’estate di tre anni fa ero stato invitato insieme a Biancamaria Frabotta a Rimini per tenere un incontro dal titolo “Le maestre della poesia”, un incontro insomma sulla poesia al femminile. Probabilmente gli organizzatori si aspettavano un discorso sulla presenza o l’assenza delle donne nella poesia o nel canone, ma noi non avevamo affatto voglia di parlare ancora di questo (il che non vuol dire che non ci sia bisogno di continuare a denunciare questa situazione). Ne abbiamo parlato insieme e ci è sembrato che un taglio particolare col quale affrontare la faccenda fosse non quello del poeta o della poeta, ma della voce poetica. Dunque: si può capire il sesso di chi scrive dalla sua voce poetica? L’esordio postumo di Beppe Salvia e la poesia di Cristina Annino dimostrano che no, non è possibile. Alcuni sostengono che le poete si differenziano dai poeti per i temi. A me sembra un’idiozia, un pregiudizio. Mi ero ripromesso, prima o poi, di scrivere un pezzo a partire da quel nostro intervento. Così è nato il “saggio nel saggio” Il sesso della poesia. Eteronimi, pregiudizi, stereotipi.

 

Spedirai il libro a Cesare Viviani?

Perché no? Per dirgli grazie, soprattutto. Non sto scherzando, sono serissimo. E comunque non passasse per un attacco questo libretto: prendendo in prestito le parole di Dario Bellezza sul palco di Castelporziano, nel mezzo di urla musica e davanti a un pubblico che si faceva beffe dei poeti, “un poeta va sempre applaudito e rispettato.” Costellazioni è un ragionare sulla poesia, a partire da posizione diverse – talvolta estremamente opposte – a quelle espresse da Viviani. Io amo la critica quando assume le fattezze del dialogo.

 
 
 
 

Giorgio Ghiotti è nato nel 1994 a Roma, dove si è laureato in Lettere presso l’Università “La Sapienza”. Ha esordito nella narrativa con la rac­colta di racconti Dio giocava a pallone (nottetempo, 2013) e nella poesia con Estinzione dell’uomo bambino (Perrone, 2015). Ha inoltre pubblicato una raccolta di interviste a grandi scrittrici e poetesse italiane in Mes­demoiselles. Le nuove signore della scrittura (Perrone, 2016), il romanzo Rondini per formiche (nottetempo, 2016), con Angela Bubba Via degli Angeli (Bompiani, 2016) e una seconda raccolta di poesie, La città che ti abita (Empirìa, 2017). Collabora con riviste e giornali e con la casa editrice Bompiani.

 
 
 
 

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