Gabriele Galloni

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Michele Paoletti intervista Gabriele Galloni

 
 

Gabriele Galloni è nato a Roma nel 1995. Esordisce nel 2017 con la silloge poetica Slittamenti (Alter Ego – Augh! Edizioni). Autore e ideatore, per la rivista Pangea, della rubrica Cronache dalla fine – dodici conversazioni con altrettanti malati terminali. Sue poesie sono apparse su Atelier, Nazione Indiana, Clan Destino.

 
 

Come nascono le tue poesie?

Di solito parto da un’immagine, un fotogramma di vicenda, una situazione – la narrativa non mi abbandona mai. Cerco di misurare e limare quello che voglio dire; lo costringo nella melodia della metrica, che mi permette di consumare il consumabile nel modo migliore possibile – cioè puntando all’essenziale e senza sprechi linguistici. Altre volte invece mi visita improvviso un verso, undici sillabe perfette, e da lì continuo sviluppando o riducendo, mutilando. Sono molto puntiglioso in questo.

 

Quale pensi debba essere, secondo te, il compito della poesia?

La poesia non ha nessun compito. Chi pensa che la poesia abbia dei compiti non ha il minimo senso della realtà; scrivere versi è una cosa bella e inutile. L’ultimo e importante baluardo, anzi, contro l’dea dilagante dell’Utile e della Necessità. Niente riflessioni mistico-salvifiche sulla poesia, per favore. Fanno soltanto ridere.

 

La poesia è una forma di sopravvivenza?

Poesia come sopravvivenza. Uhm, è una domanda interessante e anche ironica considerando che il mio ultimo libro ha come tema una ipotetica civiltà di morti. La poesia non è una forma di sopravvivenza personale o collettiva, ma letteraria. Una testimonianza del Nulla. Anche per questo non credo alla poesia civile o politica: è uno sbaglio culturale, prima ancora che estetico; e non basteranno tutti gli esempi del mondo a farmi cambiare idea. La poesia deve sopravvivere soltanto a se stessa. E poi, poesia o non poesia, può darsi che io finisca ugualmente per uccidermi. Dunque per me niente sopravvivenza.

 

Per il sito pangea.news hai curato una serie di interviste con malati terminali, Cronache della fine. Ci vuoi raccontare qualcosa, qualche momento particolarmente intenso?

L’esperienza più devastante dei miei ventitré anni. Per ora non riesco a parlarne volentieri, sai. La prima cosa che impari è che a molte persone, in fondo, non importa granché di andarsene; ti rendi conto quanto l’importanza della vita sia relativa. Ad alcuni veramente non importa un cazzo di morire. Ti prendono in giro, spesso sono aggressivi. In loro non c’è la disperazione del malato terminale, ma quella dell’Umanità intera; la disperazione di ogni passo vivo. Durante le prime interviste erano i malati a dovermi togliere dall’imbarazzo. Ti trovi lì e pensi: cosa ho da dire a una persona che forse non si sveglierà domani? E lei cosa ha da dire a me? In alcuni momenti ho persino pensato che il mio non fosse un lavoro così importante ma un mezzo come un altro per solleticare il voyeurismo dei lettori – piace molto leggere di malattia, decadimento; piace leggere i rimpianti, i dolori altrui. Questi sono stati in assoluto i momenti più difficili – ero tentato seriamente di smettere, di accantonare il progetto. Ma poi ho pensato: è giusto che chi ha ancora voce racconti la sua storia, il suo frammento di Storia. E così…

 

In una recente intervista ancora su pangea.news hai dichiarato di non avere autori attuali di riferimento. Cosa pensi della poesia contemporanea?

No, non ho autori attuali di riferimento. È sano averli; altrettanto sano è abbandonarli. Il mio unico riferimento, ora, è la Ferita che voglio aprire e succhiare; e il modo in cui mi è dato di farlo. Cosa penso della poesia contemporanea? Ci sono cose buone e molta fecal matter. Come, immagino, in ogni tempo. Si è felici e infelici ugualmente, a prescindere dai versi che ci vengono propinati. La questione non è così importante.

 

Gli inediti che presentiamo sono tratti dalla silloge L’estate del mondo. Sembra di cogliere un forte legame con il ricordo, con la memoria.

Molto spesso soffro di nostalgia. Un libro come L’estate del mondo è quindi il mio definitivo altare di sacrificio. Culto del ricordo, dell’Estate, dei luoghi marginali; del Mare e dei corpi. Più di così: c’è tutto il mio Atlante Emotivo, lì dentro. Vorrei vivere in una estate perenne; una estate vissuta sempre alle sette di sera, quando la carne brucia di meno e il caldo non soffoca più nessuno. Voglio che L’estate del mondo sia il mio Libro, il mio capolavoro. Ecco: un personale mille e non più mille. Galloni e non più Galloni.

 

Cosa pensi del rapporto tra poesia e social? É possibile creare una sinergia, o la poesia dovrebbe stare lontana da queste forme di comunicazione?

I social aiutano la diffusione della poesia. Contribuiscono anche alla diffusione della brutta poesia, ma che importa? Non mi sento di condannare nulla. Bisogna, piuttosto, fare attenzione che attraverso i social non si creino – come spesso succede – strani parametri di valutazione letteraria. Il problema dei social, in questi casi, è proprio l’assolutismo delle opinioni. Ma è un problema che non mi riguarda; io utilizzo i social solo per curiosità antropologica. Soprattutto verso me stesso.

 
 
 
 
I
 
Anche questo significa venire
al mondo in piena estate. Non soltanto
le feste disertate dagli amici –
 
ma ogni giorno contare, nel cortile
dei caseggiati popolari, tutte
le orme di gatto, tutte le radici;
e i rami mutili e le pallonate
a disperdere l’afa.
 
 
 
 
II
 
Ricordami, a settembre – come ricordi l’ultima
stanza della tua casa al mare, in fondo
al corridoio e piccola così
da contenere a malapena un letto.
Sarà il tempo per noi sempre più stretto
rifugio.
 
 
 
 
III
 
               Campo
 
Un giorno la vedremo intera, questa
stagione. Basterà
un fuoco in spiaggia a memoria di festa
e il bagnasciuga a dire l’aldilà
delle conchiglie mai raccolte:
 
               Controcampo
 
così tante – ricordi? – che per tutta
la notte ci hanno tormentato. In sogno
maree su maree di conchiglie.
Il letto ne fu invaso; le lenzuola
ci ferirono per tutto il tragitto fino alla spiaggia.
 
 
 
 

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