Francesco Sassetto – veneziano/ita

 
 
Background
 
                  Dipende da dove che ti vien, da l’aria
respiràda da putèo, le vose i oci
che te xe entrài dentro e se ga inciodà,
le man indurìe de me pare, le onge col nero
de i feri che no va più via, le so storie
de cavi e ascensori da montàr in quea dita
deventada multinasionàl
                                    e l’amigo cascà
da l’impalcadura, brusà ne la calse viva,
’na note in bianco e po’ el sciopero e la paura
de perdar el posto.
 
Dipende da mia mama maestra a vint’ani
ne le campagne de Pianìga, miseria
e litorina a le sìe e bicicleta su chilometri
de giasso e sassi, el paltò, sempre queo,
revoltà e messo a posto
                  e i fiói de i contadini,
trentaquatro putèi strucài nel magazèn
co la stùa a carbón, da insegnarghe
a scrìvar e contàr, a parlàr,
 
e ’na paga che no rivava al vintisète.
 
Dipende da le case abitàe insieme a èa, oci
che rideva, afito e precariato, magnàr
                  e boéte da pagàr, no ghe xe schèi ’sto mese
par la paruchiera, fa gnente, amor,
ti xe bela lo stesso
                                    fa gnente,
ma quei oci de sol se velava
e la strada tirava in salita.
 
E la pióva che passa i cópi róti e riva al sofito,
casca le giosse in camera da leto, ti ghe meti
soto un caìn e ti buti l’ocio a quando
che ’l xe pién
                  e restemo in quea casa
in nero e malsana perché l’afito xe bon,
ghe la femo, restemo e sognemo
’na casa megio, un lavoro sicuro, quel viagio
a Parigi rimandà ogni ano a l’ano dopo.
E riva un giorno che ti ghe mòi de sognàr, ti te alsi
de note a svodàr el caìn
                  ti tachi a porconàr
e i sorisi pian pian se destùa, ti xe stufo
de ’ndar sempre in salita, ti te ricordi
de to pare e to mare
                  le to raìse impastàe
de amor e fadìga, quel seme duro piantà
tra stómego e cuor, la to vita
                                    el to specio.
 
 
 
 
Dipende da dove vieni, dall’aria
respirata da bambino, le voci gli occhi
che ti sono entrati e si sono inchiodati,
le mani indurite di mio padre, le unghie con il nero
degli attrezzi da lavoro che non va più via, i suoi racconti
di cavi e ascensori da installare in quella ditta
diventata multinazionale
                  e l’amico caduto
dall’impalcatura, bruciato nella calce viva,
una notte in bianco e poi lo sciopero e la paura
di perdere il lavoro.
 
Dipende da mia madre maestra a vent’anni
nelle campagne di Pianiga, miseria
e littorina alle sei e bicicletta su chilometri
di ghiaccio e sassi, il cappotto, sempre quello,
rovesciato e adattato
                                    e i figli dei contadini,
trentaquattro bambini stretti nel magazzino
con la stufa a carbone, da insegnargli
a scrivere e far di conto, a parlare,
 
e uno stipendio che non arrivava al ventisette.
 
Dipende dalle case abitate insieme a lei, occhi
che ridevano, affitto e precariato, mangiare
e bollette da pagare, non ci sono soldi questo mese
per la parrucchiera, non importa, amore,
sei bella lo stesso
                  non importa,
ma quegli occhi di sole si velavano
e la strada andava in salita.
 
E la pioggia che filtra dalle tegole rotte e arriva al soffitto,
                  cadono le gocce in camera da letto, metti
                  sotto una bacinella e stai attento a quando
è colma
                  e restiamo in quella casa
in nero e malsana perché l’affitto è buono,
ce la facciamo, restiamo e sogniamo
una casa migliore, un lavoro sicuro, quel viaggio
a Parigi rimandato ogni volta all’anno dopo.
 
                  E viene un giorno che smetti di sognare, ti alzi
la notte a svuotare la bacinella
                                    cominci a bestemmiare
e i sorrisi lentamente si spengono, sei stanco
                  di andare sempre in salita, ti ricordi
di tuo padre e tua madre
                  le tue radici impastate
di amore e fatica, quel seme duro piantato
tra stomaco e cuore, la tua vita
                                    il tuo specchio.
 
 
Traduzione dell’autore
 
 
 
 

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