Federico Rossignoli

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Michele Paoletti intervista Federico Rossignoli

 
 

Con questi tre testi Federico Rossignoli continua il suo percorso di ricostruzione dell’edificio della psiche (prendendo in prestito l’immagine utilizzata da Giovanna Frene nella prefazione di Spolia II, Samuele Editore, 2017), utilizzando i materiali che ci fornisce il Mito. Versi che raccontano il potere della parola, la sua capacità di resistere oltre il tempo, costruendo templi e basiliche / steli di pietra […] ombre costanti che durano oltre gli uomini. Nel primo testo ascoltiamo le parole di Peleo, il suo sbalordimento di fronte agli innumerevoli tentativi messi in atto dalla nereide Teti per sfuggire al matrimonio combinato, la presa di coscienza della distanza tra l’umano e il divino. Divino che diventa una presenza minacciosa, un’insidia per chi decide di intraprendere un sentiero battuto da qualcuno, in una fuga quasi estatica attraverso draghi ed erba pesta abbandonando a terra la carne in cerca di una vita più profonda.

 
 

Come nasce questo percorso attraverso il Mito?

I miti sono stati riscritti, rielaborati e ripensati per secoli, fino ai nostri giorni. Un percorso attraverso il mito è per me un’occasione di apprendistato, dialogo e confronto con i classici, antichi o moderni che siano, ovvero di inserirmi in una tradizione che ha detto e dice molto,  a volte cose indicibili, rimosse o scomparse. “Mito”, inoltre, vuol dire letteralmente “parola”: ogni poeta intraprende una personale ricerca sulla parola e sul linguaggio. La parola che interessa a me è quella che tenta di dire la totalità a discapito del particolare, quella che permette di “togliere di mezzo” l’autore e renderlo puro medium, semplice mezzo di questa totalità. Per provarci è necessario inserirsi in una tradizione che possa farti sentire accolto e perso allo stesso tempo. La scelta di lavorare sul repertorio mitico, così carico di simboli, allusioni, rifrazioni e prassi religiose, così aperto, mi è parsa quella più adatta a queste istanze.

 

Interessante raccontare la storia di Peleo e Teti dal punto di vista maschile.

In verità, il punto di vista di Teti, nelle varie versioni del mito, non emerge mai esplicitamente, se non nella forma di un marcato fastidio dovuto al matrimonio con un mortale. Durante tutta la loro breve unione, Teti non rivolgerà mai la parola a suo marito. Tuttavia Peleo, nonostante un passato turbolento, è un uomo retto e pio, ed è per questo gli Dei lo hanno scelto come sposo per Teti. Poiché fu predetto che il figlio di Teti avrebbe superato e scalzato il padre, convenirono che sarebbe stato meglio se quest’ultimo non fosse stato divino, ma mortale: ma se così doveva essere, che almeno si scegliesse il migliore dei mortali. E dunque questa unione squilibrata, assolutamente non alla pari, innesca la vicenda struggente del mortale che ha esperienza del divino, ma che è costretto a rinunciarvi quasi subito poiché “ripudiato” dal divino stesso, in quanto incapace di accostarvisi con pienezza. Nel breve testo al quale ti riferisci, Peleo, ormai “diseredato” ripensa a quando costrinse Teti ad accettare le nozze, domando le molteplici trasformazioni della Nereide: questa vicenda è un’allusione alla incessante fluidità, fecondità e indefinitezza dell’elemento acquatico, che per queste sue caratteristiche metamorfiche si trova ad essere dunque punto di tangenza tra ultraterreno e terreno. Come il protagonista del racconto di Tomasi di Lampedusa “La Sirena”, anche Peleo si trova ad avere nostalgia di un fugace amore con una divinità

 

Nei tuoi testi l’essere umano viene costantemente messo in discussione, si trova in continua assenza di equilibrio: il desiderio è bruciante e irraggiungibile, la fuga è liberatoria ma conduce verso l’ignoto.

Qui torniamo alla questione delle metamorfosi e ad un altro aspetto che trovo struggente dell’essere umano, che cerca lungo tutta la vita di definirsi e impadronirsi di una immagine di sé che possa essere stabile, o almeno funzionante, e spesso si trova a doversi rendere conto di essere qualcos’altro, magari ciò che si è voluto sempre evitare, e nel momento nel quale ci si “rende” conto bisognerebbe anche “renderne” conto. Se si leggono le “Metamorfosi” di Ovidio, in fondo, il discorso potrebbe apparire semplice: a volte la trasformazione conduce alla disperante libertà delle costellazioni, a volte alla dura e impenetrabile scorza di un albero. Del resto, si tratta di prendere atto della realtà: non è la vita stessa una costante metamorfosi?

 
 
 
 
La nereide
 
Bruciano le braccia di un fuoco che mi è ignoto,
il mare è sale e non dà sollievo,
spolpa il vuoto scavato dalla fiamma, la luce
innumeri prove evoca dall’acqua:
lei tutte le indossa, e veste la porta del cielo
per me che non ho passi per varcarla.
 
 
 
 
 
 
Presso i sarcofagi sgorga una fonte. Non bere:
una vita più profonda vi scorre.
Le parole incise hanno contemplato il sole –
fossero false, il marmo tacerebbe.
Parla invece, in colonne di templi e basiliche,
steli di pietra sporchi di porpora,
e in cima vivi végeti respiri. Sono ombre
più costanti di te, àcanti e papiri.
 
 
 
 
 
 
Reti di stelle ammettono gli occhi, ma la carne
resta a terra, scappa dallo sconfìnio
verso l’hortulus conclusus, i seni scottati
muniti di perle, un sottile stridìo
di foglie arrossate, qui sotto la terra dorme
e appena sopra draghi ed erba pesta:
qualcuno ha battuto un sentiero, ma allora
queste mura portano da qualche parte,
la luce copre la distanza, e nessuno potrà
darti colpa se t’imbatterai in un Dio.
 
 
 
 

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