Ermafrodito – Il Panormita

“[…] Replicare in poesia è una condizione della scrittura, ovvero la memoria è una condizione della scrittura, una sorta di statuto letterario, che la distingue da qualsiasi atto linguistico […]”. Sono parole di Nicola Gardini nel suo saggio sulla imitatio nella poesia del XVI secolo “Le umane parole”, del 1997. Ed è vero: ogni grande poeta della tradizione occidentale ha assorbito e riutilizzato, più o meno consapevolmente, materiale precedente a sé. Borges, del resto, era giustamente convinto che nessun poeta inventasse davvero nulla, spingendosi a notare, a titolo d’esempio, che tutte le metafore usate nei secoli da qualunque scrittore potevano ricondursi a pochissimi modelli antichi, che riemergevano con “sorprendente” costanza.

Il libro del quale parliamo in questo breve spazio è l’edizione Einaudi (2017) dell’Ermafrodito di Antonio Beccadelli, alias Il Panormita, curata e tradotta sempre da Nicola Gardini. L’autore e il suo libro si collocano proprio in quel XV secolo che scolasticamente segna la fine dell’umanesimo e l’inizio della imitatio degli antichi non tanto come maniera ma come disvelata essenza poetica.

Beccadelli (1394/1471) di Palermo (Panorum, da cui il suo soprannome) può essere considerato una sorta di avventuriero dell’umanesimo: durante gli studi soggiornò in vari centri culturali come Siena, Venezia, Bologna, Genova, e in seguito cercò fortuna come poeta di corte alla corte di Cosimo de’ Medici, maestro di eloquenza e ambasciatore a Pavia, consigliere e panegirista di Alfonso V d’Aragona a Napoli. Proprio per Cosimo de’ Medici scrisse nel 1425 l’Ermaphroditus, raccolta di epigrammi erotici in latino, a imitazione dell’antica letteratura priapea: un teatrino della sconcezza (scrive Gardini) lungo il quale proporre personaggi e situazioni il più depravate possibili.

Come scrive Ovidio nelle Metamorfosi, Ermafrodito fu il bellissimo figlio di Hermes e Afrodite che, secondo il mito, si fuse con la ninfa Salmace in un corpo con i genitali di entrambi i sessi. Da qui si ricaverebbe il riferimento alla bisessualità delle pratiche descritte negli epigrammi. Ma, secondo Gardini, la chiave del discorso va ricercata nel Simposio di Platone, dove vengono descritti due tipi di amore dipendenti da due distinte divinità: l’amore carnale e basso (Aphrodite Pandemos) e quello spirituale e celeste (Aphrodite Ouranos). Gli umanisti dell’epoca, quali Ficino o Bembo, preferivano riferirsi nelle loro opere alla Ouranos; la scelta di Beccadelli risultava dunque irriverente, scherzosa e anticonformista.

 
 
Se il titolo del libro, Cosimo, hai letto, in cima
         avrai notato scritto Ermafrodito.
Questo mio libro ha sia la fica sia la minchia:
         pertanto, quanto adatto gli è quel nome!
Ma se lo chiami “culo”, poiché col culo canta,
         continuerà ad avere nome giusto.
Ma se né questo nome piacesse né quell’altro,
         dagli quello che vuoi, basta non casto.
 
 
 
 
Per essere scopata Orsa monta Priapo:
         io faccio la sua parte, lei la mia.
Se vuoi che ti sostenga, muovi, Orsa, chiappa e coscia
         più piano, o il cazzo non reggerà il peso.
Poi bada a non cacciartelo di nuovo dentro il culo:
         per quanto tu, Orsa, voglia, al cazzo basta.
 
 

Il tratto che salta all’occhio, oltre al contenuto ostinatamente coprolalico, è la volontà di imitare e citare gli antichi, sia nello stile che nei contenuti. Alcuni umanisti lodarono la fattura degli epigrammi, la varietà delle situazioni descritte e il realismo delle stesse, ma molti lo tacciarono di immoralità.

 
 
Se naso lungo annuncia clitoride ben lungo,
         ad Orsa il suo le arriva fino ai piedi.
Ma se lungo clitoride ben lungo naso annuncia,
         Orsa, t’arriva il tuo fino al ginocchio.
 
 
 
 
Se in spalla metti i cazzi che hai preso nel didietro,
         Mamuriano, e non crolli, beh, sei un toro.
 
 
 
 
Perché chi in culo e in bocca l’ha infilato una volta,
         leggiadro autore, non ne fa più a meno?
Perfino il tonto Bretone, fattone un assaggino,
         compete col Senese in questo amore.
Napoli cede ai Galli, Firenze ai Cimbri appena
         a quelli venga a tiro un ragazzino.
 
 

Poggio Bracciolini, che pure apprezzò l’opera, la giudicò tuttavia una facezia paganeggiante con la quale non era il caso di perdere tempo, soprattutto per l’autore.

Beccadelli si difese citando (come in parte già aveva fatto negli stessi epigrammi) gli illustrissimi predecessori che avevano trattato questo genere di poesia: Catullo, Virgilio, Teocrito, Ovidio, Marziale, Saffo, Tibullo, persino gli insospettabili Cicerone e Plinio il Giovane. E così facendo, nota Gardini, il Panormita “[…] nella ricerca di argomenti che tappassero la bocca una volta per tutte [ai suoi detrattori] fu costretto a stabilire una tradizione e così dimostrare la necessità della letteratura. […]”. Nella sua apologia, Beccadelli mise al centro “[…] prima ancora che la poesia e le sue abitudini, il poeta e i diritti dell’immaginazione.[…]”, grazie ai quali la letteratura può essere “[…] il solo modo per parlare degli istinti […]” e per “[…] ammettere nello spazio del sociale le inclinazioni di ciascuno […]”. Un’annessione che è anche rivendicazione e, in quanto tale, appello alla dignità della parola umana.

 

Proprio questo ci insegna l’opera in questione, seppur così equivoca: consapevolezza di una tradizione e culto della parola come mezzo inesauribile di espressione, senza cedere a facili quanto autoreferenziali narcisismi che, ahimé, troppo spesso si leggono nella nostra contemporaneità, e che con la necessità della letteratura non hanno nulla a che spartire.

Consapevolezza vuol dire studio: la poesia come gesto puramente spontaneo, cosa vera solo in parte, ha creato da molto tempo la deriva della spontaneità a tutti costi, che si traduce in banalità. Nel “semplice e spontaneo” Saba mormorano i più classici e solidi nomi del XIX secolo europeo; nell’Ungaretti “sperimentatore per necessità” nelle trincee del Carso riecheggiano cliché dell’epica omerica e di Dante; per non parlare di Eliot, Pound o Zanzotto, collettori e fecondi fagocitatori di molteplici vestigia antiche. Certo, poeti “studiosi” ci sono anche oggi, ma non sempre riescono a trovare lo spazio che meritano.

Ben venga dunque l’antico, beffardo e divertito esempio del Panormita a ricordarci che studiare non vuol dire appesantire, ma alleggerire il verso e farlo muovere con noi o, se se si vuole, commuovere.

 
 
Se ti fermi un pochino e leggi questi versi,
         saprai quale puttana è qui sepolta:
“Alla patria mi tolse, graziosa e giovinetta,
         con lacrime e preghiere un pretendente.
In fiandra venni al modno, girai per ogni dove;
         Siena m’accolse infine come un porto.
Nichina fu il mio nome, nome noto; i bordelli
         abitai; luce fui del malaffare.
Ero bella e ben fatta, profumata, dell’oro
         più preziosa, più bianca della neve,
dalle Taidi senesi quella che nel bordello
         meglio sapeva scuotere le chiappe.
Con la guizzante lingua ridavo baci ai maschi,
         baciavo pure dopo la scopata.
Il mio letto coprivano candide coltri;
         brava la mano strofinava i cazzi.
C’era un catino in camera, lìspesso mi lavavo;
         la fica zuppa mi leccava un cane.
La notte, quando schiere d’ uomini mi volevano,
         cento me ne facevo, mai saziata.
Ero dolce, ero arguta; piacevo a tanti, ma,
         tranne il prezzo, per me niente era dolce.
 
 

Se questi sono i risultati di un poeta che nella sua produzione ha principalmente imitato i classici (ma del resto quella fu la stagione durante la quale iniziava l’esperienza della imitatio umanistico – rinascimentale), ben venga l’imitazione. O meglio, parafrasando il titolo del famoso saggio di Eliot, la tradizione e [dunque] il talento individuale.

 

Federico Rossignoli

 
 
 
 

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