Endimione – Claudio Damiani

Endimione - Claudio Damiani

Endimione, Claudio Damiani (Interno Poesia, 2019).

Endimione (Interno Poesia, 2019) è il titolo dell’ultima fatica poetica di Claudio Damiani ed è suddivisa in quattro sezioni (Rifacendo tutti i calcoli; Quanti baci ti avevo dato; Ti tengo la testa fra le mani; Ho fatto questo sogno).

Quella di Damiani è una scrittura ariosa, la parola si posa sulla pagina e preme sulla coscienza del lettore con il suo interrogativo ricorrente: «Che ci sto a fare io qui?». Dedurre una possibile risposta a tale interrogativo è alquanto estraniante, poiché il poeta può tentare di avvicinarsi alla verità solo attraverso mezzi che esulano dalla mera razionalità. Probabilmente, Damiani deve a ciò la scelta di battezzare la sua silloge con il nome con cui è noto quel personaggio che la mitologia greca ci consegna e descrive come un bellissimo pastore intento a sognare ad occhi aperti la sua amata luna.

«Con un tono assolutamente naturale», la scrittura di Claudio Damiani ci restituisce in maniera impalpabile e trasognata il reale, la quotidianità e l’asprezza delle domande precarie che ci frugano dentro fino a destabilizzarci. Un’abilità del poeta risiede qui: rendere nella leggerezza dei versi ciò che leggero non può essere, ovvero «la nostra caducità/ e intendo ciò che non è ammissibile/ con la mente, cioè il nostro finire,/ ciò che non potremmo mai capire/ e accettare».

Tutto è in dialogo, il poeta dialoga con la natura, con la campagna: si immagina pastore, si identifica con Ἐνδυμίων: «Siamo qui e ci vengono dubbi atroci,/ la notte siamo assaliti da sogni incomprensibili/ il giorno proviamo a capire, ma non capiamo/ […] provando a trasformare in bene/ anche i mali».

Damiani dorme e sogna. Sognare non è illudersi, non è bramare. È scegliere d’interrogarsi e mettere in discussione il mondo, prendendone le distanze attraverso delle visioni oniriche, in luoghi ameni, bucolici, o appartati, per mezzo di qualche fantasticheria pulita e grazie ad un sempre sano bisogno di verità.

Sognare è il processo che avvicina alla verità e che permette di far assumere una postura differente al poeta: «la mia osservazione è a occhio nudo», scevro della palpebra, dunque aperto e pronto a scrutare ben oltre le nuvole e al di là di tutte le altre cose belle che lo circondano, come, ad esempio, gli alberi, i rami, le radici, il sole, le nuvole. Il sogno apre una nuova prospettiva, la visione scava e indaga un’altra visuale, più fluida e pacata per le cose, più dolce e delicata per l’amore.

Questa è la prova: raggiungere la bellezza eterna, sognandola ed esorcizzando i mali che penalizzano la vita umana e terrestre.

Così iniziava l’opera omonima del poeta inglese John Keats: «A thing of beauty is a joy for ever», ponendo romanticamente sullo stesso piano sia la bellezza che la gioia.

Ma interrogare la bellezza è osservare – in un certo senso, sia platonicamente sia in maniera passionale – l’amore etereo, quello che può essere raggiunto solo grazie al pensiero umano: «mi piace pensare al tuo corpo/ senza guardarti/ solo pensarti […]/ sentire che le parole ci legano/ e ci costringono a abbracciarci». Dunque, il pensiero (così come le parole e la poesia) non è altro che quella “fellowship divine/ a fellowship with essence”, ossia quella “divina comunione” cantata da Keats e che raggiunge il suo vertice con l’essenza. Bizzarro, ma vero: si tratta di una comunione che offusca il paesaggio, perché ci rende “free of space”, cioè liberi dallo spazio, quello stesso spazio che tanto racchiude le cose belle e terrene.

E di riflesso, da «eroe pluridecorato,/ vetrina di ferite», Damiani sembra cogliere tutto ciò, scrivendo: «Poi veniva sera e tu eri più bruna/ si faceva più scuro il tuo viso,/ gradatamente, passo dopo passo,/ il giorno era finito,/ ma sentivo il tuo respiro».

Inoltre, così scriveva Franco Marcoaldi, a proposito di Keats, nella sua introduzione al libro di Robert Musil, I turbamenti dell’allievo di Törless, nell’edizione italiana (edita da Feltrinelli nel 2004): «In una lettera del 3 maggio 1818, John Keats paragona la vita umana a una grande casa con molte stanze, delle quali solo due può descrivere perché le altre gli sono ancora precluse. La prima è quella dell’“Infanzia”, o dell’Incoscienza, dove restiamo finché non cominciamo a pensare; la seconda è quella del “Pensiero Fanciullo”, piena di delizie e meraviglie, nella quale vorremmo intrattenerci per sempre; felici. “Ma uno degli effetti tremendi di aver respirato quell’aria è che il nostro sguardo si è così affinato che ora vede fin dentro il cuore e la natura dell’Uomo, e ci persuade che il mondo è pieno di Miseria, e Crepacuore, di Dolore, di Malattia e di Angoscia, per cui questa stanza del pensiero fanciullo a poco a poco si oscura e allo stesso tempo su tutte le pareti si aprono delle porte, ma sono tutte buie, tutte danno su anditi oscuri. Non si vede una proporzione di bene e di male. Siamo nella nebbia […] sentiamo il peso del Mistero».

Ciò che regola lo sguardo in tale direzione è il cielo, eppure, «rifacendo tutti i calcoli», resiste quell’istinto umano che è la ricerca della felicità, nonostante la consapevolezza continui a ricordare all’uomo e al poeta qual è il più tetro dei limiti imposti dalla vita: la caducità della vita stessa. La felicità e l’amore confluiscono nell’adorata Luna di Endimione, il quale, «da misure molto piccole», è capace di pensare il raggiungimento della bellezza – e dunque della verità – perché sogna ad occhi aperti il raggiungimento della stessa felicità, immaginandola.

A proposito di tutto ciò, sarebbe bene ricordare il peso che esercitavano su John Keats i versi 777-781, ossia gli stessi che compongono il Libro I del suo Endimione; versi che considerava fondamentali a tal punto da scriverne al suo editore J. Taylor, in una lettera del 30 gennaio 1818: «a regular stepping of the Imagination towards the Truth». E con questi versi – dopo “un passo regolare dell’Immaginazione verso la Verità” – Claudio Damiani concede alla sua poesia di lasciarsi alle spalle quella stanza dell’Infanzia e dell’Incoscienza di cui scrisse a suo tempo il poeta inglese: «l’aria è ferma, inodore,/ e questa notte, ecco, è passata».

Vernalda Di Tanna

 
 
 
 
Quello che a me non torna
cioè la nostra caducità
e intendo ciò che non è ammissibile
con la mente, cioè il nostro finire,
ciò che non potremmo mai capire
e accettare ma sempre resteremo
nell’incomprensione totale,
potrebbe essere che visto da un’altra prospettiva
potrebbe essere comprensibile, accettabile,
come quando diciamo che noi la quantistica non la capiamo
perché capiamo il nostro mondo fatto di misure medie
e le misure molto piccole non le capiamo,
se fosse invece che da misure molto piccole
la nostra situazione fosse comprensibile
e non assurda come a noi appare?
Se cioè da misure molto piccole
fosse tutto chiaro e noi fossimo salvi?
 
 
 
 
 
 
Mi piace pensare al tuo corpo
senza guardarti
solo pensarti, tenerti
nella mia mente,
catturarti nelle parole
senza guardarti
sentire che le parole ci legano
e ci costringono a abbracciarci.
 
 
 
 
 
 
Ti tengo la testa tra le mani
accarezzo le tue sopracciglia
il disegno delle tue palpebre
e sprofondo dentro il mistero,
poso le dita su una linea
percorrendo a velocità molto bassa
qualcosa che fu creato
a velocità inimmaginabile,
è come posare le dita
sulla lama di una sega elettrica
e allora sollevo la mano
e ti guardo, e senza capire
mi scaldo un po’ al tuo fuoco.
Sono fiamma le tue labbra
fiamma che brucia, fiamma che va tenuta
come il fuoco, a una certa distanza.
Il fuoco divora ossigeno
tu invece lo produci
come le piante
e avvicinandomi a te respiro
quell’aria senza la quale
non potrei vivere.
Tutti noi siamo come i condannati
a morte del risorgimento
ragazzi che prima di morire
hanno sulle labbra la parola “patria”

 
 
 
 
 
 
 

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