Emilio Villa

 
 
La guerra è là sull’orlo di finire,
e fui soldato, pigro di patria,
maschio, mite di sentimenti,
mi sono comportato poco, anzi niente,
una minuta recluta da niente, una frasca,
minuta recluta esclusa da pietà, se tu consideri
pietà, odio, e patria non essere in natura:
 
però nel luglio liquido seguivo
col corpo a rondinella tesa
che rada fosco laminato di smeraldo
e arancio,
 
un lunghissimo esercito di folli leghe
marcianti su un settore di chilometri scarsi;
 
ero impiegato straripante di solitudine
nel giuoco indiavolato delle furerie,
parapiglia di alluminio a ogni rancio;
 
e già per segretissimo scrutinio lo sapevo,
chi non cura la canna, e non la tira
a pomice, interamente a specchio,
e chi non cura la bandiera sensitiva
nel fodero di seta;
 
i plotoni a fiumana dentro quattro mura,
il reggimento dentro un guscio d’uovo,
o dentro i secchi;
 
colonne di registri, bagagli di intendenze,
e le camorre al ciclostilo, e le matricole
di zinco gelato tintinnando
 
sull’ossa dello sterno, e chi non sfrutta
ogni fil d’erba sul terreno frale, chi non riesce
a rompersi uno stinco nel cadere,
o l’osso del collo, che soldato sei?
 
Mi mettevo in un cantone della stanza di picchetto,
tra la muffa, a scuro, a leggere il giornale
all’incontrario, sempre con una fretta irragionevole.
 
“Uomo da niente, recluta senza
seme e numero” gridavo al filo del telefono
da campo, “così come sono
 
perdetemi di forza, ma salvatemi,
consideratemi nel nerbo dei pochi,
un numero segreto, senza scampo,
non cresciuto, ma salvatemi
le penne, e io ci sto! Anch’io
 
ho lavato il corredo,
il grasso della gavetta,
come tutti, in fondo alla vasca…
 
E voglio un esercito gentile, un’arma
sana, per tagliar fuori il Po
con una sega in tanti pezzi, colonnello!
quanti sarebbero i coperti sulla mensa
ufficiali, o nelle stalle, qualche istante
prima della battaglia che non scocca!
 
Piove. Piove senza rimedio. Storna,
ah, storna da me, gentile colonnello,
questi pensieri coraggiosi…
 
e in ogni crepa d’arido un fringuello
in gabbia, con foglie di lattuga
a volontà perché si nutra prima della fuga
 
e in ogni lista di sabbia una matricola
fosforescente di fucile, un mortaio
da I4I che spari sotto l’acqua
 
e spari lune; un bersagliere
con di molta scabbia.
 
Siamo nel pieno della nostra cosa,
siamo nel giusto della nostra usanza,
siamo in guerra, in pianto, nell’errore,
 
ho ancora carità abbastanza che ci vuole
per ripensarmi uomo, per sentirmi in posa
dipinto sull’attenti e gli occhi all’infinito,
per chiamarmi vinto. Vinto.”
 
Ciò detto confermato e sottoscritto per esteso,
credevo allora d’essere sincero,
perfetto, esaurito, e finalmente
fermo in un attenti che non veda
più terreni accidentati o panorami o aria
 
grigia, o il polso ancora morbido, commisto
alla figura dritta come un legno
vivente di una sola tarma,
una ramazza smessa per disuso,
 
e allora: “Signor colonnello
dei miei stivali, io vorrei
permesso per andare libero alla caccia
di lepri, di lumache, di gazzelle,
d’api, con la faccia, qui nei dintorni,
tra gli abeti che seminano il bello,
l’umido e la penombra…
 
Io vorrei darmi in braccia, a una grande primavera
teutonica, a pie’ dei lecci: o lupo
di favola, o lupo di convento
o di ringhiera o di trincea, orinare
controvento nel dirupo, questa è la vera,
questa è la sola naia; poi morire
con la morte in cuore e con il cuore in gola.”
 
 
 
 

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