Editing si o Editing no – sulle recenti discussioni sul Corriere della Sera


 
 

Come ogni anno agosto porta nei giornali delle belle discussioni letterarie. Quest’anno il focus è sulla figura dell’editor a partire da un’intervista a Ginevra Bompiani (qui) a cura di Roberta Scorranese a cui fa eco, sempre sul Corriere della Sera, Ida Bozzi con un’articolata riflessione che prende in causa diverse figure della filiera editoriale (come Carlo Carabba, Nicola Lagioia, Ferruccio Parazzoli, Federica Manzon – qui).

Voglio usare questo spazio domenicale di Laboratori Poesia per argomentare un poco anche io, dal punto di vista dell’Editoria di Poesia, il tema. Senza alcuna presunzione di dire qualcosa di nuovo o vero, o più o meno vero di altro, ma solo con l’esperienza di 11 anni di Casa Editrice specifica del settore.

 

Innanzitutto per capire la situazione normale e costante di un Editore di Poesia, al netto delle solite e consumate lamentele di buona parte degli autori (o presunti tali), si leggano l’intervista a Nicola Crocetti e la riflessione sul suo modello di Editoria uscite a gennaio 2018 (qui e qui) su Pangea. Pezzi impietosi che raccontano un’Italia ostile alla Cultura, alla Poesia, nel momento stesso in cui la magnificano.

Perché il vero problema della Poesia e della Letteratura oggi non è una presunta morte (ne scrive bene Maurizio Vicedomini sulla Rivista Grado Zero – qui) che a ben vedere è impossibile (non è possibile far morire una realtà ricorrente, variegata, vivente ed esistente in funzione della nascita di intelletti che per definizione e buona statistica continuano a nascere, siano essi 3 o 4 in un secolo come diceva il buon Moravia, o più), ma la presunta vita di presunti autori e poeti e le loro azioni (e conseguenze).

A lato delle difficoltà economiche che Crocetti sottolinea, non senza una ruvida eleganza e con sottointesi importanti, facendo un focus sulla mancanza di fondi istituzionali e sulla quasi impossibilità di vivere di pure e semplici vendite (la qual cosa è la vera critica, perché il libro è per concetto un prodotto da vendere e l’Editore, dichiarando la mancanza di fondi istituzionali, praticamente dice che è più facile chiedere soldi allo Stato che chiedere al popolo italiano di comprare libri), quello che emerge dalle sue parole, ma anche da quelle di Matteo Fais e Davide Brullo, è uno stato di diffusa confusione e mancanza di punti di riferimento a parte quelli che sappiamo essere importanti.

E si possono addirittura intravedere mode in questo. Tolti quei cinque sei autori inattaccabili per definizione (non per bravura ma perché sono comunemente definiti tali, quindi non si può dire altrimenti se non nel privato di una cena o aperitivo, e questo a prescindere dal loro oggettivo valore che verrà riconosciuto dal tempo, non da questi contemporanei e da queste voci), resta un insieme spropositatamente grande di autori che a ondate si presentano o vengono presentati in uno o nell’altro modo. E voglio qui provare a definire alcune di queste che ho chiamato ondate (per il semplice fatto che l’onda di mare in effetti penetra la spiaggia, e lascia segni, ma solo per un breve lasso di tempo, perché è nella natura della sabbia essere provvisoria, potremmo quasi dire, utilizzando un termine contemporaneo, precaria, ed è nella natura dell’onda ritornare inesorabilmente nel suo mare magnum):

 

Una ondata è quella che vuole i poeti giovani, sempre più giovani, chiamati grandi fino alla loro consumazione psicologica con derive più o meno grottesche. Sistema che nella deriva (appunto grottesca, ne abbiamo avuto un chiaro esempio recentemente) produce ilarità ma non critica al sistema che pretende e fagocita ragazzini sovrailluminandoli e sovraesponendoli.

Un’altra ondata è quella che vuole la misura di un poeta sulla misura dei like che riceve (qui siamo quasi al miglior Black Mirror).

Un’altra ondata è quella che vuole la rincorsa ai Premi Letterari (a prescindere dalla loro mediocrità o meno) con un curioso effetto collaterale. Molto spesso i vincitori di un Premio vengono chiamati come Giuria per un altro Premio. Sempre, ribadisco, a prescindere dall’effettivo valore o meno dell’autore.

Un’altra ondata è quella che vuole il presenzialismo più aggressivo e bieco agli eventi. Non tanto per gli eventi in sé ma per farsi vedere e conoscere gente utile (più al poeta che alla poesia, che in questo diventa solo un pretesto).

Un’altra ondata è quella che vuole la creazione di gruppi di autori che si sostengono a vicenda, spesso aggregandosi in eventi specifici, riproponendo le dinamiche della lobby che loro stessi criticano (quando non li coinvolgono).

Un’altra ondata è quella che vede la creazione di snodi dove una figura di chiara visibilità (non chiaro valore, che in queste dinamiche non è contemplato) porta avanti quelli che potremmo chiamare i suoi adepti non di rado con evidenti conflitti d’interesse che però, in una cultura italiana ormai assuefatta, passano visti ma non discussi.

Un’altra ondata è quella che vuole la traduzione selvaggia all’estero a prescindere dall’effettiva circolazione e valore dei libri.

Un’ultima ondata che mi viene ora in mente (sicuramente sto dimenticando qualcosa) è quella che vede la nascita e il proliferare del self-publishing (intendendo con questo anche quella parte di editori fraudolenti che pubblicano tutto indiscriminatamente). Realtà dove non esiste filtro, confronto o altro. Realtà a dire il vero aiutata dalle istituzioni nel momento in cui hanno dato la possibilità anche ad autori singoli di poter acquistare un codice Isbn, legittimando quindi l’esistenza del libro senza Editore.

 

Tutte cose che accadono e che hanno come minimo comun denominatore l’autore. Non l’Editore né l’editor. Quell’autore, quel poeta, che da qualche anno considera il marketing più importante dell’opera e che si trova d’accordo con i lettori e i (presunti) critici che decidono sulla base della visibilità (social o meno) e dell’utilità più spicciola. In un mondo dove il concetto del rispetto e della reputazione non sono più legati al quanto effettivamente mi aiuti a crescere ma più al quanto soddisfi la mia vanità l’ago della bilancia è diventato un semplice like o un ancor più semplice tu poi fai qualcosa per me.

Cosa c’entra questo con l’editing? Moltissimo, perché spiega la difficoltà dei poeti di oggi di accettare un editing e l’equivoco che c’è attorno a questo concetto. In narrativa l’editing rende più fluido il testo, controlla e corregge errori d’intreccio, aiuta l’autore a scrivere un’opera che venderà e legittima la discussione da cui sono partito che vuole l’autore più responsabile e colto e meno legato alla figura dell’editor. In poesia questo non è possibile per tutta una serie di motivi che vanno dall’idea finto romantica dell’autore geniale a prescindere fino a quanto appena detto, cioè che il punto non è più il testo ma l’autore (e la sua vanitosa necessità di non essere messo in discussione o criticato, a prescindere dall’effettivo valore dei suoi testi, tanto ci sarà sempre un gruppo di amici che lo sosterrà a prescindere).

In poesia l’editing è un confronto di opinione tra un autore e un editor che deve avere una chiara competenza nell’ambito. Non ci si improvvisa editor, non si mette mano a un testo senza competenze, preparazione ed esperienza. Certo oggi siamo abituati a vedere nascere riviste insalata che vivono di dilettantismo, festival che stanno in piedi nonostante scelte discutibilissime, autori che pubblicano il loro primo libro ed eccoli già chiamati a fare corsi di poesia e comparsate nelle scuole e università. Ma tutto questo ha un termine. Il tempo, come per l’essere umano, è giusto e implacabile, e tutto ciò che non ha come fondamenta un progetto serio e severo di qualità è destinato a esaurirsi (in una realtà come la nostra, poi, che ha fatto della velocità e dell’assenza di memoria storica una bandiera, direi che l’esaurimento si attua nel giro di pochissimo). Così l’editing, che vive di tempo che si è sedimentato e che viene utilizzato per capire l’autore.

 

Capire l’autore, questa è la chiave dell’editing in poesia. L’editor inevitabilmente ha una sua direzione, delle sue preferenze, ma se è bravo riesce ad allinearsi all’autore e a capire come migliorarlo. Perché ogni autore è inevitabilmente e implacabilmente vincolato alla sua opera, l’editor no. E in virtù di questo ne vede criticità e margini di crescita (se ci sono) sulla base di competenze tecniche ed esperienza.

Ma all’autore il peso di accettare che ci possono essere margini di crescita, che una terza persona può suggerire una diversa versificazione, un’implementazione delle figure retoriche, il taglio di determinate parti dell’opera e via dicendo. Senza imporsi ma confrontandosi. L’opera resta sempre dell’autore, ma è un’opera che nasce da un confronto serio e consapevole. Diventa un’opera sociale, potremmo quasi dire civile appellandoci a quella linea di pensiero che vuole tutta la poesia una poesia civile.

Nessuna mitizzazione dell’editor quindi, in poesia, che anzi vuole spesso insulti anche poco carini allo stesso, ma un mettersi a discutere pagina per pagina, verso per verso. Per cosa? Non per vendere di più, ma per far dare di più all’autore nella radicata convinzione che ogni libro di poesia sia un qualcosa da dare agli altri.

 

Certo in un mondo di hashtag è difficile dire a un autore guarda che questo testo non ci sta oppure guarda che qui non stai dicendo nulla, ti sei lasciato affascinare da un qualcosa di troppo privato. È difficile chiedere a una persona di guardare più alla crescita umana e poetica che alla visibilità. In un mondo che cerca pretesti per esporsi e non riconosce le competenze l’editor è visto come una persona qualunque che non ha diritto di mettere mano all’opera. E va bene, ma non lamentatevi dopo. Perché i risultati, in poesia, non si misurano di anno in anno, ma di decennio in decennio. E di poeti che sembravano destinati al cielo e poi scomparsi è pieno il mondo.

 

Il dovere di un poeta non è mostrarsi e vendersi, ma scrivere qualcosa di importante. Qualcosa che va oltre l’autore stesso e che a un certo punto lo esclude perché la natura della poesia è diventare essa stessa il focus, dimenticando l’autore (ovviamente di poeti che hanno bene in mente questa lezione ce ne sono, si pensi ad esempio a Lucianna Argentino – qui – Fabio Michieli – qui – Vincenzo Mascolo – qui – Roberto Cescon – qui – Alberto Toni – qui – Giovanna Rosadini – qui – eccetera).

Questo un bravo editor lo sa, e da dietro le quinte di un lavoro nascosto ai più (perché l’autore resta sempre l’autore, e a lui va tutto il merito, e non di rado poi si monta la testa dimenticando il lavoro svolto) aiuta l’autore a ottenerlo mettendolo ad esempio di fronte a delle piccole dinamiche (dinamiche, non regole) di cui parlavo ieri nella seconda parte dello speciale estivo di Laboratori Poesia (qui) e che voglio riproporre:

 

1. leggere e studiare a fondo gli autori del passato e i contemporanei, capendone stili e messaggi

2. vivere una determinata esperienza che stimola la mente a una rielaborazione che tenga conto di studi e letture fatte per comprendere e dire qualcosa che è successo o si è capito

3. scrivere quel che si voleva scrivere

4. chiedersi se quel che si è scritto funziona, comunica

5. rendersi conto che le parole, rese consapevoli dagli studi e letture fatte e inconsapevoli dalla rielaborazione personale, si legano e dicono qualcosa di altro rispetto a quanto avevamo in mente di dire

6. limare il testo sulla base della presa di coscienza del messaggio altro implicito nel testo

7. chiedersi all’interno della propria contemporaneità come si inserisce tale testo, o meglio l’opera nella quale è il testo

8. rivedere il testo sulla base di quest’ultima riflessione

 

Per cosa tutto questo lavoro di conoscenza dell’autore, della sua cultura, della sua esperienza, e per cosa tutto questo approfondimento delle sue potenzialità (quando ci sono)? Per amore della poesia. Nonostante tutto.

 

Alessandro Canzian

 
 
 
 

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