Ecolalia – Marialoreta Mucci

Ecolalia di Marialoreta Mucci (RP Libri, 2019).

Sono circa una trentina di pagine, quelle dell’opera prima di Marialoreta Mucci: Ecolalia (RP Libri, 2019), silloge costellata da un uso sovrabbondante di vocaboli contemporanei — eppure inusuali — il cui scopo è quello di riempire la profondità del distacco risultante dall’intensità del dire. Un dire che barcolla fra il poetico e l’apoetico.

C’è una profondità dettata da una percezione empatica della realtà, percezione che non concede alla quotidianità di assolvere il disfacimento dei valori sociali. Tuttavia, poetando, un’unica strada appare percorribile alle parole di Marialoreta Mucci, poiché «l’alfabeto è un linguaggio ancora da colonizzare» in questo mondo surclassato dal progresso e perciò contornato da innumerevoli innovazioni, sia virtuali che fisiche, in cui la comunicazione viene svèlta attraverso ogni sua crepa, sia asfissiante che adiuvante.

Dunque, si direbbe che il linguaggio sia uno strumento da reinventare, cioè da aggiornare affinché possa stare al passo della continua civilizzazione; ma se «per estinguere il tempo dovresti togliere il verbo», ecco che la poesia s’impegna a resistere, denunciando la falsità che caratterizza «potenti le voci ma solo nei microfoni/ nelle radio, nelle tv/ afone ma potenti». La realtà è amplificata e vi regna non solo il dio denaro, bensì la «vanità» (che in un verso della raccolta di Mucci rima con «pubblicità», l’ipocrisia e il pregiudizio.

Se nel loro quotidiano automatismo le parole «celano l’intensità della connessione», altrettanto automatico è il modo in cui esse vengono sminuzzate e riaccorpate assieme, di proposito, per essere poetate senza far sì che venga omessa l’onestà del dire: «le arterie del mondo sono pixel di petrolio/ le arterie del mondo sono corolle di cloro». Infatti, il temine Ecolalìa allude al ripetere meccanicamente, in modo addirittura (quasi) sintomatico, parole udite da voci altrui. E qui viene ad innescarsi quel meccanismo pronto a partorire numerosi neologismi, in serie, quasi fossero un prodotto prefabbricato del linguaggio:

 
 

Ecosorrisi
a risparmio energetico
ecoletture
di funerali d’alberi
per stampigliare le stronzate
di editori redatti dai coglioni altrui
l’ecosostenibilità dell’economo
economizzatore
di ecosistemi
l’eco di Maria
ai piedi del legno legnante
di un uomo che spira spinato
che implora abbandonato
devotamente ateo.

 
 

Come suggerisce il prefatóre, Alessandro Carlomusto, si noti come «le ripetizioni, gli echi fonici, le allitterazioni creano fra le parole i più diversi tipi di rapporti, dall’accostamento violento di immagini, alle allusioni poetiche più spietatamente parodiche – è il caso dell’abile rilettura di un celeberrimo passo montaliano in chiave di sfibrante quotidiano»:

 
 

Montale
 
Ho steso allungandomi il braccio
almeno un milione di panni
e adesso che piove è un p**** dio a ogni goccia.

 
 

Inoltre, Marialoreta Mucci tenta anche una poesia (tematicamente) non introversa, non impermeabile alla sostenibilità, tramite l’ottima consuetudine della paronomasia e dell’allitterazione, così come grazie alla prosa poetica che lievita nella chiusa della silloge: «io non sono un poeta e pertanto […] sono invisibile, invivibile sono inconciliabile sotto una conchiglia ascolto il lamento del mare sommerso dal plastico che si compatta. Ascolto il cielo che piange e scroscia nelle fogne. Seguo il dito che tocca lo schermo che striscia e sguiscia sulle sensazioni, sui mondi connessi e i firmamenti».

Infine, per quanto riguarda questi ultimi temi ed altri ancora (più delicati), rimando (nuovamente) alle esatte parole di Alessandro Carlomusto: «l’attenzione alla Terra come corpo pulsante, la sofferta identificazione con l’Urlo di Munch, fino all’estremo e disperato tentativo di contatto con Dio: un percorso che, come segnalano […] i rimanti della poesia più esplicita in tal senso – Rubare il cielo che non era di Dio – è una corda tesa fra l’approdo appunto a Dio (che è come dire Io) e la fuga dall’oblio».

 

Vernalda Di Tanna

 
 
 
 
Le rose mute periscono afone
disossano la terra in lembi di organza
e l’anima non esiste eppure in essa alberga
la lotta secolare tra bene e male.
 
 
 
 
Ecosostenibili
per l’economia
tutti malati di ecolalia
fotografando l’essere
con l’ecografia.
 
 
 
 
Ho bevuto tutto l’inchiostro del mondo
per paura di scrivere
loro poi si son lavati le mani inventando le tastiere.
 
 
 
 
Rubare il cielo che non era di Dio
per convertirmi
per salvare una nuvola dall’oblio
per salvarmi io
potenti le voci ma solo nei microfoni
nelle radio, nelle tv
afone ma potenti
potenza saranno soltanto i battiti cardiaci
si odono i voli degli uccelli diramati
forti solo nell’aria.
 
 
 
 
G8
 
Amaranto di sangue il cranio infranto
sui muri sociali
sulle carcasse militari
sulle macellerie sociali, sulle carcasse neuronali.
 
Amaranto di sangue il cranio infranto
sulle macellerie sociali, sulle carcasse neuronali
eburnei i crani sotto gli allori
vermigli sotto le corone di spine
spirano prati depravati e asfalti deprivati
arbusti dei tuoi mille corpi
esangue la tua verginità
per dissanguamento di voluttà.
Amaranto di sangue il cranio infranto.
 
 
 
 

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