è un’altra la vita, un indizio di luce inesplosa – Daniela Pericone

 
 
Dentro
bisogna entrare dentro
affondare il volto dentro l’acqua
non è come dicono
che si deve spingere e lottare e sbracciare
per restare a galla
piuttosto scivolare per sopravvivere
assaggiare l’abisso
guardarlo a occhi salati e spalancati
sentire che si muore d’inedia
in superficie che andare verso il fondo
è risalire.
 
 
 
 
 
 
Pensare a chi muore
equivale a pensare a dio
un unico vuoto abissale
la differenza è una questione di tempi
diversi solo i ritmi degli assenti
tra chi un bel giorno svanisce
e chi è vanescente da sempre
ma vince chi se ne è andato
su chi non è mai stato.
 
 
 
 
 
 
Io non ho soluzioni da dare
dovrei dire che quelle rimaste
siano solo risposte sbagliate
e tanto sapevo e sentivo
se annodavo un capestro ai capelli.
Eccomi ancora così
scolpita nel tempo a un’assenza
d’accordi, esiliata alla fonda
con un piede nell’acqua di mota
a parlarmi da sola, a ripetere
che va bene così, che pure una storia
maestosa sarebbe finita
ch’ogni cosa è in scadenza
– si perde la nota perfetta nell’aria insonora.
E seppure la ignori non posso evitare
una fitta infedele
– le risposte diventano schiuma
evanescenza di ipotesi, sentieri
che ridono ma non portano a niente
perché qui e ora e ancora
è un’altra la vita, un indizio
di luce inesplosa.
 
 
(Daniela Pericone, L’inciampo, L’Arcolaio, 2015)
 
 

Il filosofo giapponese Nishitani Keiji, in un saggio su Nietzsche ed Eckhart che scrisse mentre studiava in Germania con Heidegger, prospettò un modello dove esponeva che la disperazione nichilistica non può essere superata dall’esterno ma solo dall’interno del nichilismo stesso, nelle sue profondità.

Leggendo il primo dei testi di Daniela Pericone, qui proposti, non ho potuto fare a meno di ricordare questo principio, che sembra involontariamente richiamato (magie di una serendipità sincronica, quando menti diverse affrontano problemi analoghi): “Dentro / bisogna entrare dentro / affondare il volto dentro l’acqua”. Anche procedendo, sembra richiamato il “si-dice” heideggeriano, da aggirare e ignorare: “non è come dicono”, non bisogna cercare di “restare a galla”, ma piuttosto “assaggiare l’abisso”, percepirlo intimamente dentro la carne, anche solo per ipotizzarne un superamento – che l’incoscienza dello stare in superficie rende impraticabile ma, prima di tutto – rende invisibile e inimmaginabile una sua necessità: “si muore d’inedia / in superficie” mentre “andare verso il fondo / è risalire”.

La riflessione continua a muoversi in profondità, affrontando la morte e il suo “vuoto abissale”, che viene comparato al divino. L’autrice perdonerà l’ulteriore citazione di Keiji, ma la sua filosofia, a differenza di quella di altri esponenti della scuola di Kyoto (Nishida e Tanabe in particolare) non vede la vita e la morte come correlative, implicazioni l’una dell’altra, ma come sincroniche: “Intendo dire che, mentre la vita rimane vita e la morte rimane morte, entrambe si manifestano in ogni data cosa e che l’aspetto della vita e l’aspetto della morte possono essere sovrapposti in modo da essere entrambi simultaneamente visibili. In questo senso, un tal modo d’essere può essere definito «vita-eppure-morte, morte-eppure-vita»”. E nel secondo testo l’io lirico si tratteggia come “vivo-eppure-morto” (“chi non è mai stato … chi è vanescente da sempre”) mentre “chi muore”, oltre a essere approssimato al divino, nel suo svanire “un bel giorno” diventa più vivo (“vince”) sul primo: “morto-eppure-vivo”. Una riflessione potente, su cui si potrebbe ulteriormente andare a fondo, cercando la differenza tra chi esiste ma non vive, e chi, vivendo ma svanendo in un colpo, lascia una traccia concreta di vitalità su chi resta.

E quindi? “non ho soluzioni da dare” e “quelle rimaste” sono “solo risposte sbagliate”: verità conosciuta e sentita, fisicamente, “scolpita a un’assenza / d’accordi”. Già la presa di coscienza di questo squilibrio esistenziale è fondante di una ricerca di possibilità di senso, nell’accettare che “va bene così, che pure una storia / maestosa sarebbe finita / ch’ogni cosa è in scadenza”.

Impermanenza, provvisorietà, fragilità dell’esistere: non è necessario – per quanto possibile – continuare a tessere legami di corrispondenza con l’oriente, ma l’accettazione della natura temporanea di ogni fenomeno, umano, naturale, spirituale, discostandosi dall’idea di un suo essenziale eternarsi, dall’idea di una necessaria e immutabile perfezione (“si perde la nota perfetta nell’aria insonora”) consente di accogliere una concezione di bellezza e di senso molto più calzante alla realtà materiale che ci circonda.

E nonostante resti sensibile e dolorosa la “fitta infedele”, in un gorgo evanescente di “ipotesi, sentieri” e “risposte” che “diventano schiuma … ma non portano a niente”, il segreto essenziale del vivere è altrove dalla parola e dal suo indugiare razionale su relazioni di domanda e risposta – “qui e ora e ancora / è un’altra la vita”.

È nel gesto minimo, nell’immaginare questo “altro”, che si nasconde “l’indizio / di luce inesplosa”, che si può rivelare solo dopo essere andati a fondo, integralmente, nel buio dell’abisso, per scoprirne il suo radiante e inaspettato potenziale, per consentire la risalita. È questo il vuoto (il cd. sunyata), un assoluto potenziale: e l’indizio di luce ha persino la parvenza di un satori, quell’attimo di rivelazione che da un dettaglio minimo e assolutamente trascurabile travolge di senso l’intero universo – un indizio su cui la Pericone fa riflettere con un dettato preciso, essenziale, attento al ritmo e al suono di ogni parola che, forse, non dà una risposta, ma impone più di una domanda al lettore attento.

Mario Famularo

 
 
 
 

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