E tu, come funzioni? – Laura De Beni

E tu, come funzioni? – Laura De Beni

 

Laura De Beni è una partecipante al Corso di Lettura e Scrittura Poetica della Samuele Editore a Maniago. Leggerà sabato 18 giugno alle ore 18 al Parco di Villa Baschiera Tallon alla manifestazione POETI ALLA BASCHIERA (qui). Una poesia narrativa e ammiccante che si nutre di diverse letture e composizioni d’immagini. Un verso capace di diventare metafora senza però alcun appesantimento o forzatura. Un dettato accattivante capace di abbracciare / senza manipolarne l’armonia.

 
 
 
 
 
 
Senti dai, mi offri un caffè?
Magari in una sala da tè col tavolo
che dà su un paesaggio straniero
che mi sa di più invitante, più vero.
Magari shakerato con due cubetti di ghiaccio
e ci aggiungo anche due dita di panna
che faccia schiuma, ma tanta.
Mi metto pure una gonna sopra il ginocchio,
o più corta, che ti mostri la mia incoscienza.
Poi sorseggiamo con calma il gusto accattivante
della primavera che arriva, senza farsi attendere
troppo sui davanzali dei nostri corpi.
Lei si che se ne intende di venti penetranti
e di rapidi cambiamenti e insegna
agli uccelli a gorgheggiare una romanza.
Uno di loro si deve essere annidato tra le mie
arterie, lo senti? – Chissà cosa vuol dire.
 
 
 
 
 
 
È che tu appoggi ironicamente
la batteria di pentole alla piastra
a ribollire, a fuoco lento, che io
invece scaravento sul cuore a divampare.
E mi ci disfo, bruciando sul tuo fiato.
E mi ci sdraio su questo letto
di polpa e spine sballottando
la testa tra le gioie. Sarà che, sai,
i sostantivi non hanno la stessa storia
tranne quando abitano – mine vaganti –
il dizionario. In tutti gli altri casi
soffrono il contagio.

 
 
 
 
 
 

Mi attende lo sbadiglio nel groviglio
della veglia, come l’alba controvoglia
quando non c’è verso di dormire.
Divorata da una stagione di lamiera
mi chiedo quasi latente
come funziona il telecomando,
come funziona l’avere sguardo
– e tu, come funzioni?

 
 
 
 
 
 

Ora è un giorno buono per filare
la gioia. Per fare del corpo un modo
di desiderare le cose, di tessere
la frattura col prossimo abbandono.
Di uscire coi calzini spaiati
sulla ghiaia e sentirsi sicura
che si apre un portone di fronte
a favorire le distanze.

 
 
 
 
 
 
Rallenta, rallenta, la corsa
dilata i minuti al respiro
strappato alle righe di un pigiama.
Siamo venuti nudi, stropicciati,
e nudi ritorneremo a un cosmo
privo d’alcun secchio
a fare massa col peso incalcolabile
di una piuma, di una cellula
sparpagliata di brillante felicità.

 
 
 
 
 
 

Quando tu appari al mio cospetto
tintinno al centro. E mi silenzio.
Se tu fossi un dio tutto mio
ti limiterei al maiuscolo
chinato sul nome. Nel muscolo
del mondo ti abbraccerei
senza manipolarne l’armonia.
 
 
 
 
 
 

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