è senza origine il lento approssimarsi di un addio – Vanna Carlucci

è senza origine il lento approssimarsi di un addio - Vanna Carlucci

 
 
La tua voce è una spia luminosa
scuce la notte
tocca i pensieri, i giorni scoperti, gli anni.
Ho bisogno che qualcosa cada
come Bach adesso nella mia stanza
con le sue mani a tagliare l’aria nelle mie mani.
Ho bisogno
che il rosso ceda sulla pagina e in questo spargimento
di sangue nelle dita mi renda il tuo fantasma.
Se il silenzio è
un movimento bianco che fa eco nel petto, un’improvvisa accelerazione di battito, un tonfo,
tu porgimi gli occhi
e fammi vedere
quanto affanno c’è nella distanza,
di questo viso che cerca la tua direzione
per una formazione cava che
scava gli zigomi, taglia le labbra ancora senza suono
divarica le ciglia non usurate dal mondo.
 
Fai in modo che io sia
la parola che ti manca
perché non c’è nitidezza nel ricordo,
è senza origine
il lento approssimarsi
di un addio.
 
 
 
 
 
 
Un buio in scomposizione
prova a mettersi a fuoco
prima di una reale venuta al mondo.
Per ora il tempo è un cervo che attende l’attacco per correre
che annusa ancora l’odore acre della casa
del sonno e di un’immaginazione calda sotto il cuscino.
Scavalco dal letto e faccio un passo di zampa
attenta a non svegliare i lupi dietro le pareti e
cammino, a piedi nudi
piena di potenza del tatto
della geografia delle cose sotto il peso del passo.
Allungo e deformo la lana del maglione
nascondo le spighe dei polsi e delle dita
– ossa piccole, dicevi, di latte –
come fossero parte di un inno sacro
e perfeziono la regola
la metrica del venir meno
del farmi seme
boccone tenero
pagliuzza che inganna l’occhio
utero
in questa scelta di riduzione.
 
 
 
 
 
 
Ero rimasta al suono della gola
che brucia da secoli
ora questa poesia è un rogo di stoppie:
ha limato i vocalizzi
ha creato un silenzio che nel buio scoppietta.
Intanto l’autunno ha falciato i capelli perché la nuca
fosse memoria luminosa
tenero ritorno
sezione morbida dell’occhio.
La luce neutra del giorno ha
azzerato il paesaggio
ha imposto
di protrarre la bocca alla fame delle parole
di cercare una disciplina violenta.
Il richiamo del lupo ha divelto i muri
lui è tornato sul mio volto buio
e le gambe sono diventate lance al galoppo.
Si scrive per fare di questa vita
una corsa luminosa
un tempo evaso
si vive per fare di questa pagina
una voce.
 
(Vanna Carlucci, inediti)
 
 

C’è una particolare tendenza al dinamismo, in questi testi di Vanna Carlucci, una sinergia di luci ed ombre, di movimenti scenici, ma anche una sottile insistenza sulla mancanza, sulla caduta, sui silenzi. Non sorprende affatto che l’autrice si occupi di critica cinematografica e di fotografia, per questi ed altri motivi, che vanno al di là dei vari “mettersi a fuoco” o di altre occorrenze lessicali; ad esempio, vi è una scelta accurata del contesto dove inserire il “soggetto” – o i più soggetti che si intrecciano – del testo, realizzando una sorta di “sceneggiatura” che porta ad una chiusa nitida, introspettiva, risolutiva: l’occasione narrativa, per quanto rarefatta a simbolo essenziale, trasfigurato, è infatti ricorrente in tutti e tre i testi.

Sin dal primo è presente la dicotomia luce ed ombra (“la tua voce è una spia luminosa / scuce la notte”) e l’esigenza dichiarata di movimento (“ho bisogno che qualcosa cada … che il rosso ceda sulla pagina”), nel tentativo di intrecciare alla parola la vitalità dello “spargimento / di sangue”, per riuscire a restituire “un’improvvisa accelerazione di battito”, un “affanno … nella distanza”; i soggetti e le azioni vengono tratteggiati in un “silenzio … che fa eco nel petto”, “senza suono”, nonostante l’energia delle azioni (“taglia … divarica … scava”) suggerisca una certa intensità.

Nella chiusa ogni azione e descrizione si concentra nell’esortazione finale, nella speranza di diventare “la parola che ti manca”, perché “non c’è nitidezza nel ricordo”: la presenza, l’intensa attualità del contatto, nella sua dinamica, si oppone al “lento approssimarsi / di un addio”, che arriva dal nulla, “senza origine”. L’opposizione è d’effetto, mostrando un’esposizione di fragilità e di vivacissimo affanno, sullo sfondo di una lenta ed imprevedibile dissolvenza.

Torna poi il “buio”, ma “in scomposizione”, e subito dopo “un cervo che attende l’attacco per correre” si intreccia al “peso del passo” dell’io del testo (e torna, nuovamente, l’azione); i piccoli gesti descritti (“allungo e deformo la lana del maglione … nascondo le spighe dei polsi e delle dita … cammino, a piedi nudi”) vanno a comporre una ritualità pratica, quotidiana, dichiaratamente foriera di senso e direzione (“come fossero parte di un inno sacro”), in una “metrica del venir meno” – volta a trasformarsi in “seme”, potenziale di fruttuosa fioritura, metamorfosi che è contestualmente una “scelta di riduzione”, nel mettere da parte la propria presenza, nascondendosi e dando maggiore rilievo all’altro da sé, e “utero”, accogliente possibilità di rielaborazione produttiva, promessa di rinascita.

Nel terzo testo, la dicotomia si sofferma tra il suono della voce (e non parola, si badi) e il silenzio, nuovamente: un “suono della gola”, una “poesia … rogo di stoppie” che “ha limato i vocalizzi … creato un silenzio che nel buio scoppietta”. Ritorna l’ombra, questa volta associata al silenzio, in cui la voce della poesia, riducendosi e bruciando, finisce per spegnersi; poco dopo, ecco una “memoria luminosa / tenero ritorno” e una “luce neutra del giorno” che “ha azzerato il paesaggio”: in questa scena di contrasti intensi, dove gli opposti sembrano ferirsi a vicenda per rivitalizzarsi e trasmettere questa energia a chi ne testimonia il potente intreccio, non sorprende allora la ricerca di una “disciplina violenta” tra azioni, di nuovo, particolarmente pronunciate (“ha divelto i muri … le gambe sono diventate lance al galoppo”).

Una compresenza di contrasti la cui energia contraria realizza un’intensa vitalità, dunque: ed ecco che la chiusa conferma l’intenzione del dettato della Carlucci, sia semanticamente che programmaticamente: “Si scrive per fare di questa vita / una corsa luminosa”, dichiara, congiungendo la luce a un’azione rapida – “si vive per fare di questa pagina / una voce”; non solo delle parole, si evidenzia nuovamente, ma una traccia umana, corporale, fisica – che conservi memoria tangibile del suo essere in relazione e del suo dinamismo, nel tentativo di restituirne sulla pagina tutta la potenza vitale possibile.

Mario Famularo

 
 
 
 

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