Dolore minimo – Giovanna Cristina Vivinetto


Dolore minimo, Giovanna Cristina Vivinetto (Interlinea 2018, prefazione di Dacia Maraini, postfazione di Alessandro Fo)

 

A narrare il mutare delle forme in corpi nuovi
mi spinge l’estro. O dei, se vostre sono queste metamorfosi,
ispirate il mio disegno, così che il canto dalle origini
del mondo si snodi ininterrotto sino ai miei giorni.

[…]

E su tutto l’architetto pose l’etere limpido
e leggero, che nulla ha della feccia terrena.
Le cose aveva così appena spartito in confini esatti,
che le stelle, sepolte a lungo in tenebre profonde,
cominciarono a scintillare in tutto il cielo

[…]

Si vive di rapina: l’ospite è alla mercé di chi l’ospita,
il suocero del genero, e concordia tra fratelli è rara.
Trama l’uomo la morte della moglie e lei quella del coniuge

[…]

Atterrito fugge e raggiunta la campagna silenziosa
lancia ululati, tentando di parlare. La rabbia
gli sale al volto dal profondo e assetato come sempre di sangue
si rivolge contro le greggi e tuttora gode del sangue.
Le vesti si trasformano in pelo, le braccia in zampe:
ed è lupo, ma della forma antica serba tracce.
La canizie è la stessa, uguale la furia del volto,
uguale il lampo degli occhi e l’espressione feroce.

 

Questi sono i versi che aprono le Metamorfosi di Ovidio. Opera che bene oggi ci deve tornare in mente prima di poter entrare all’interno del primo libro di Giovanna Cristina Vivinetto: Dolore minimo (Interlinea 2018, prefazione di Dacia Maraini, postafzione di Alessandro Fo). Perché in Ovidio la metamorfosi è quasi sempre posta in relazione a fatti tragici, a stupri, a violenze che producono la metamorfosi in senso punitivo o come atto di pietà. La stessa transessualità è comunque prodotto di un trauma o di un contesto culturale maschilista. Tiresia alla quale viene chiesto di paragonare il piacere sessuale del maschio e della femmina per sapere chi provi più piacere. Ermafrodito che viene aggredito da Salmacide. Ifi che per non venire uccisa dal padre viene cresciuta dalla madre come un maschio e poi viene trasformata da Iside. Ceni che viene stuprata da Nettuno e poi chiede di diventare uomo per non subire più violenza.

Allo stesso modo non possiamo non riportare alla mente Kafka e il suo scarafaggio che, proprio in virtù della metamorfosi, racconta l’incomunicabilità, l’alienazione umana che la metamorfosi fa emergere ma che non può essere accettata. Laddove è paradossalmente più semplice accettare la trasformazione in sé colta senza domanda alcuna sulle motivazioni.

Il concetto di metamorfosi in buona sostanza è un caso eccezionale che mina e demolisce ciò che è la certezza, la costruzione stabile sulla quale siedono gli esseri umani. Anche quand’essi si dichiarano aperti di mente e pronti all’accettazione del diverso in realtà si trovano sospesi di fronte alla caduta dei punti di riferimento tradizionali che non sono tanto quelli dati (reali o presunti, non si entra qui in merito) dalla natura (anche per il semplice essere nati maschi o femmine almeno a livello fisico) quanto quelli inerenti le convenzioni sociali e culturali (il vedere il maschio e la femmina come stereotipi).

Il libro di Giovanna Cristina Vivinetto in questi giorni è stato oggetto di asprissime critiche che, a ben vedere, spesso poco hanno a che fare con una vera e propria opinione letteraria consapevole del libro. ProLife, in maniera decisamente inappropriata, ha mosso un attacco a un’etichetta che viene messa a prescindere dal libro e dall’autrice. Perché oggi Dolore minimo si trova oggetto di critiche quanto di plausi (mi venga concesso di porre il dubbio anche su questo) a prescindere dalla qualità del libro. L’etichetta apposta di libro transgender nasce da una sorta di tema dichiarato che produce ciò che da alcuni anni ci è più facile fare: tifoseria da stadio. E la tifoseria nasce sulle bandiere, non sulle storie. E mi viene il dubbio che non si stia leggendo Giovanna Cristina Vivinetto ma si stia discutendo di un’idea astratta legata a questo qualcosa che è il transgender.

Motivo per cui trovo fondamentale appellarci a Ovidio, a Kafka, per riappropriarci, riattribuirci (termine che volontariamente riprendo da un testo dell’autrice: Un errore semantico si nasconde / nella parola riattribuzione. / Il prefisso ri– mi dice che c’è stata / una perdita, qualche tentativo / abortito, un’ingiustizia / che si vendica riprovando / a mettere a posto le cose), dello strumento critico della lettura. Che deve essere approfondita, consapevole, aperta alla discussione che è anche un mettersi in discussione. Ribadisco: cosa ci dicono Ovidio e Kafka? Che le metamorfosi sono eventi eccezionali in risposta a destabilizzazioni, che sono esse stesse destabilizzazioni, Ma è veramente così? Per Kafka evidentemente no in quanto la metamorfosi altro non fa che evidenziare una destabilizzazione, un’alienazione, già esistente. E nostra.

E forse in fondo questo stiamo facendo. Di fronte all’idea dei versi di Giovanna Cristina Vivinetto stiamo rifiutando la destabilizzazione, il confronto con noi stessi. E ci barrichiamo dietro facili bandiere tutto sommato consolanti perché conosciute.

La poesia di Dolore minimo è una poesia, come bene sottolinea Alessandro Fo, estremamente misurata e calibrata a fronte della giovanissima età dell’autrice (24 anni). Questo a livello formale ma non solo. Anche a livello di racconto non si nota mai un eccesso, mai un caduta verso le tematiche che la critica più semplice si aspetterebbe. Uno dei connotati che più contraddistinguono questo libro è proprio la delicatezza del dettato, la totale assenza di eccesso.

Torno un istante, l’ultimo, alle critiche: Ci mancava solo che finisse in versi poetici, la transessualità […] Vuoto, appunto!. L’accusato vuoto in realtà non trova riscontro alcuno fra le pagine del libro Interlinea che bene si connota invece di una natura squisitamente femminile e che si muove appunto per dolori minimi, minime variazioni invisibili ai più e che mutano l’esistenza alla pari della farfalla di Lorenz. Indicando una pienezza, per quanto invisibile. La Vivinetto intesse nell’opera un climax narrativo autobiografico che, fino a quasi tre quarti buoni del libro stesso, se non si conoscesse la biografia dell’autrice potrebbe benissimo indicare la voce di una donna che vive le normali trasformazioni del corpo e del carattere nella fase della crescita.

Perché le metamorfosi, per quanto inaccettabili per la nostra cultura (si pensi che viviamo in un periodo in cui i padri dai loro posti fissi sicuri insegnano ai figli che la precarietà è un valore aggiunto), sono parte integrante dell’essere umano e soprattutto del femminile. Lo spaesamento, le domande su di sé, il chiedersi chi sono in diverse forme è di fatto la crescita di una donna in un corpo che non riconosce più. A cui si deve abituare, che deve costruire.

La tematica transgender arriva a un certo punto in punta di piedi senza comunque mai diventarne il vero soggetto. Cambia il corpo ma la questione non è mai questa: il punto è la relazione di sé e degli altri con la scelta, la scoperta del proprio io, l’accettazione stessa della propria scelta (che potrebbe benissimo non essere quella ma un’altra, la dinamica risulterebbe uguale). Basti leggere, in uno dei pochissimi testi (se non proprio l’unico almeno con certa evidenza) in cui si parla di rapporti sessuali, di cos’è il reale valore aggiunto del rapporto stesso che non è il corpo, il sesso, ma attraverso la relazione con l’umanità altrui la congiunzione con la propria natura profonda a livello psicologico, esistenziale. Giovanna Cristina Vivinetto non ci racconta il sesso ma la femminilità, le interrogazioni dell’io, che in maniera del tutto kafkiana evidenziano non la sua anormalità ma la nostra.

Poesie queste su cui si potrebbe e si dovrebbe dire tanto, anche se scritte da una ragazza estremamente giovane. Poesie che hanno la capacità, spesso veramente riuscita, di trasformare una condizione naturale (il sentirsi femminile in corpo maschile) in una questione esistenziale di scoperta e riscoperta, di costruzione e ricostruzione non senza mutilazioni, rinunce, dolori che non sono esclusivamente fisici ma soprattutto emotivi, psicologici, nel rapporto col mondo. Mondo che viene svelato, denudato, atteso. Si legga ad esempio il testo sulla nonna quando Le bastò poco in verità / per convincersi dell’apparente / benignità di quel male grumoso. / Diede al nipote un trafiletto / di una rivista cattolica in cui / si parlava proprio di persone / come Pippo, come suo nipote. / «Vedi, amore di nonna, la Chiesa / ti accetta. Dicono, qui, / che quel che hai è una cosa normale. / Il Signore ti ama, il papa / vi riconosce tutti come figli». / Da allora si quietò la madre / di mia madre, ormai sicura com’era / che anche suo nipote avrebbe avuto / un posto in Paradiso, foss’anche / l’ultimo e il più angusto.

Libro apparentemente autobiografico, anche in questa dimensione ha la capacità di porre una questione importante. Quando l’autobiografia è poesia e quando non lo è? A mio avviso, e lo ritrovo in Dolore minimo, lo scrivere di sé, il raccontarsi diventa poesia quando il sé diventa punto di partenza e non di arrivo, quando l’io è pretesto per parlare dell’essere umano in quanto tale. E in Giovanna Cristina Vivinetto emergono versi che vanno con meticolosa precisione proprio in questa direzione:

 

Imparai così dall’imperfezione / degli alberi nel farmi ramo sottile / e spigoloso per tendere / obliquamente / alla verità della luce.

Capivi, madre, l’ordine nascosto / delle cose – così quando ai miei otto / anni sussurravi «figlia mia», / io ti rinnegavo tante volte / quante erano le foglie che svolavi. / «Siamo foglie d’autunno, figlia mia» / era il tuo unico, dolce monito.

Solo ora comprendo, / a ventidue anni e un nuovo nome, / quanto male avrei fatto / a rinnegare l’antichissima voce / che mi ha fatto salva la vita.

E forse, figlia mia, sei giunta di notte / quando le ore non hanno volto, / né pianto, né ombra di nome / per mostrarmi che in ogni vita / c’è un punto esatto che cede / ma anche un punto, più occulto, / che resiste.

Allora ci fu solo da sbrogliare / gli anni subìti, mettere a posto / le parole e liberare all’aperto / quello che a mani giunte si temeva. / E quel mostro che in tanti anni / avevo allontanato, fu assai più / docile quando, abolite le catene, / lo presi infine per mano.

Da quando il corpo ha cominciato / a mutare, ogni punto è una parete / sfondata. Non ci sono più angoli / inviolati a contenerti.

Tu resti. Così la pelle sconquassa / in marea e il corpo s’apre / a voragine. Inghiotte tutti / in un gorgo verticale d’odio. / Rimaniamo soli, come allora, / e il peso della pelle si screzia. / Questo – dici – è il male necessario / all’accettazione.

Ma le cicatrici restano e neppure / quelle il corpo dimentica. / È come se la natura, liberata, / vi ballasse ora adagio sopra / a ricordarci che mai a niente / si rinuncia per sempre.

 

Un’attenzione particolare l’autrice la concede al concetto di nome. Perché a tutti gli effetti viviamo in una cultura del linguaggio e ciò che siamo viene identificato dal nome. Non siamo più uomini o donne con una storia ma impiegati, poeti, operai, politici, imprenditori eccetera eccetera. Ma i nomi non dicono chi siamo bensì cosa facciamo (e già De Saint Exupery ci avvisava in qualche modo di questo). E così la metamorfosi dell’autrice ingloba la necessità del cambiamento di nome che diventa una delle cose, assieme alle abitudini, più radicali e identificanti della metamorfosi stessa. E più dolorose.

 

Quando anche il tuo nome verrà sbagliato, / farfugliato in sillabe di indifferenza / c’è un dolore minimo / acquattato tra le parole.

Ci aggrappavamo ai nomi / come per un gioco di violenza. / Questo mio nome, che tu conosci / – a te solo appartenevano le sillabe – / io questo nome credevo d’averlo / dimenticato. Ma nei giorni senza scampo / tu me ne rinfacci ogni lettera

Non i luoghi, non le mani che ci afferravano, / non il male che mi dici – e che sfugge / e questa volta ti stupisce alle spalle. / Rimane tutto dentro il tuo nome

Io non so fra quanto e dove / fioriranno i germogli, non so / se avranno un nome o saprò chiamarli.

Così credo che il suono primordiale / di ogni nascita sia una voce che chiama / un nome – è il pronunciamento / che rende vivi, reali. / Allora, che nome hai scelto, papà?

Lei, la Natura, si era appropriata di tutto: / ogni cosa ormai iniziava a portare / il suo nome. Il suo muto inganno.

Non so come l’avessi proprio tu / quello che in vent’anni andavo cercando. / Perché proprio tu e non un altro / – così caro verso questa carne / che a stento si riconosce – / ma per sbaglio nella tasca destra / dei tuoi pantaloni, prima di andartene, / appallottolato ho trovato il mio nome.

 

Un libro, Dolore minimo, che racconta con un verso calibrato a maturo, mai eccessivo, la maturazione di una ragazza in donna e che, grazie al pretesto della metamorfosi, evidenzia le difficoltà di trovare una propria identità nel mondo. Non senza un dramma che se pure fa affermare l’importanza del trovare un nome ammette anche che questo passaggio ha un dolore senza nome travalicando ogni possibile spiegazione e sintetizzando la ricerca del sé in tre versi che, alla luce di tutta l’opera, appaiono fra i più brillanti: Sedersi senza deformare è in verità / l’atto più sincero. Più rivoluzionario. / La manovra più difficile.

Versi che nascono da una metamorfosi scelta ma che bene oltre il pretesto iniziale arrivano a definire per un attimo la situazione dell’essere umano odierno. E questo, a parere di chi vi scrive, basta a poter parlare di poesia.

 

Alessandro Canzian

 
 
 
 
 
 
A quel tempo ogni cosa
si spiegava con parole note.
Sillabe da contare sulle dita
scandivano il ritmo dell’invisibile.
 
Tutto era a portata di mano,
tutto comprensibile
e immediatamente dietro l’angolo
non si annidava ancora l’inganno.
 
La poesia era uno scrupolo
d’altri tempi, un muto richiamo
alla vera natura delle cose.
Così dissimulata da confondersi
con i palloni, con le bambole
dell’infanzia.
 
In quei tempi non c’erano disastri
da centellinare, difformità
da curare dentro abiti larghi,
padri da rifiutare e nomi
da pedinare in fondo agli stagni.
 
Finché non è arrivato il transito
a rivoltare le zolle su cui il passo
aveva indugiato, a rovesciare
il secchio dei giochi – richiamando
la poesia invisibile che mi circondava.
 
Non mi sono mai conosciuta
se non nel dolore bambino
di avvertirmi a un tratto
così divisa. Così tanto
parziale.
 
 
 
 
 
 
È singolare come l’adolescenza
fu tutta un chiamarsi di corpi,
un vociare di mani alla ricerca
di sagome appena esposte alla luce.
Mai quiete le fragili esistenze
vicinissime al dolore e non saperlo.
Forse l’azzardo della gioventù
ci rendeva inesausti a proiettarci
fra due braccia per sentirsi uno,
così ingenui a fidarsi ciecamente
dell’altro. Così sciocchi da affidargli
la vita. Eppure un senso affiorava,
ci rinsaldava l’anima alla terra:
sfumavano i nostri tratti nell’eternità.
Ma quando il mistero d’infinito si sfaldò
– che ci ancorava avidamente ai giorni –
non ci rimase che quel dolore,
nostro inconosciuto compagno.
Certo, eravamo ancora intatti,
ma – così vicino, così rassicurante –
fu più facile per noi credere
trovare l’ultimo scampolo di ingenuità
nella sua pacata afflizione.
 
 
 
 
 
 
La verità è che i nomi ci scelgono
prima ancora di pronunciarli.
Sulle pareti, a ridosso delle strade,
nei vasi di garofani e ortensie,
sulle strisce d’acqua che rigano
le finestre al mattino, sulle
scarpe allacciate, sui pulsanti
dei campanelli, nelle stazioni
in disuso. Su tutto si coagula
un nome. Tutto ne risplende.
 
E chi fugge dai nomi sappia
che non si sfugge alla nominazione
perché i nomi legano in nodi
di verità strette da calzare,
costringono in sillabe da pronunciare
a detti stretti. Da far male.
 
I nomi che mi hanno scelta
non trovarono angoli da rischiarare.
Cessarono presto i significati
mentre ero intenta a scavare in ogni
lettera. Speravo nelle eccezioni,
in costrutti arcani da indagare
per darmi un senso.
 
Ci rinunciai e con loro
all’arroganza della definizione.
All’insensatezza di attenersi
alle parole per vedere la realtà.
 
La verità è che la realtà
dormiva a un palmo dal naso
sepolta da un cumulo muto
di nomi.
 
 
 
 
 
 
Quando i nostri gomiti s’incontravano
sui banchi di scuola, tu ancora
non sapevi che in me stava attecchendo
il germe della diversità. Tu non
pensavi che la mia acerba ostilità
era un modo ingenuo di sfuggire
alla forma inaccessibile
della tua adolescenza. Ti amavo.
E come allora non ho lingua
per dirtelo – ora che non sai più
come mi chiamo, ora che un muro
di parole inespresse si è addensato
tra noi. Avrei dovuto essere chiara
fin da subito dirti che le cose
stavano così, e così, e non potevo
farci un bel nulla. La mia
diversità era solo un’altra faccia innocua
dell’essere normali. Ed è più ridicolo
che io ti pensi proprio adesso
che ho messo a posto le cose
– che rimpianga l’assoluta nullità
che c’è stata tra noi da un altro sesso
da un’altra città, da un nuovo
nome, da un’altra piccola vita.
Ma tu non ci sei, non ci sei
ed io avrei voluto solo
finire d’amarti in tempo.
 
 
 
 
 
 
Ci aggrappavamo ai nomi
come per un gioco di violenza.
Questo mio nome, che tu conosci
– a te solo appartenevano le sillabe –
io questo nome credevo d’averlo
dimenticato. Ma nei giorni senza scampo
tu me ne rinfacci ogni lettera,
mi dici: «Il tuo nome è tutto qui dentro»
e mi costringi nelle vocali.
Negli accenti che per vent’anni
ho combattuto. Con te è tutto
un indugiare sulle soglie del vero,
confondere i ricordi, i connotati,
far che nulla sia mai esistito.
Non i luoghi, non le mani che ci afferravano,
non il male che mi dici – e che sfugge
e questa volta ti stupisce alle spalle.
Rimane tutto dentro il tuo nome.
 
 
 
 
 
 
Ho sempre orinato in piedi.
Ho imparato ad espellere i fluidi
in piedi e per diciannove anni
ho sempre orinato così.
 
A vent’anni non ho più orinato
in piedi: mi sono seduta.
Non che fossi operata, non che fossi
già evirata: l’organo non era
mutilato. Intatto, orinava
come aveva sempre orinato.
Questa volta seduto, accovacciato.
Dopo vent’anni rifunzionalizzato.
 
Credono che la conquista di un corpo
transessuale sia l’alterazione del visibile.
Un corpo gonfiato, manipolato
che appaia quasi irriconoscibile.
 
Sedersi senza deformare è in verità
l’atto più sincero. Più rivoluzionario.
La manovra più difficile.
 
Sedersi e scoprire che il corpo
non si mortifica se cambia approccio
alla normalità – la sessualità
è tutto un groviglio da districare
nella mente – che non serve a niente
dilaniarsi pezzo dopo pezzo il corpo
per renderlo accessibile
se non si riesce a sedersi
con se stessi. Se non si è in grado
di consolare quell’intima diversità
che ci ha costruiti macchine perfette
benché contro la nostra piccola volontà.
 
 
 
 
 
 
L’altra notte, sai – adesso ricordo –
oltre l’amore paziente che mi hai dato
c’era qualcos’altro. Tu forse
non ci hai fatto caso. Tu pensi
forse che due corpi non abbiano
altro da darsi che i loro corpi.
Ma l’altra notte – ne sono sicura –
c’era qualcos’altro.
 
Non so come l’avessi proprio tu
quello che in vent’anni andavo cercando.
Perché proprio tu e non un altro
– così caro verso questa carne
che a stento si riconosce –
ma per sbaglio nella tasca destra
dei tuoi pantaloni, prima di andartene,
appallottolato ho trovato il mio nome.
 
Ed è così buffo sapere che ti appartenga
prima ancora d’appartenere a me.
 
 
 
 

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