Dino Campana

 
 

Cosa può accadere di ferale nella vita di un giovane poeta, Dino Campana, autore dei Canti Orfici (e di altre poesie) se non dare il manoscritto di quello che sarà l’unico libro, in prosimetro, a Soffici e Papini che lo persero. Sarà anche stato il “poeta pazzo” come lo chiamavano ma solo l’idea di scrivere di nuovo i Canti Orfici, a mio modesto parere, può far diventare pazzi tutti i poeti sani di questo mondo… L’altro trauma, con diagnosi di schizofrenia, il ricovero in manicomio, dove resterà dai 33 anni fino alla morte, a Scandicci nel ’32 (nacque a Marradi nel 1885). I Canti Orfici sono un capolavoro “cubista”.

Scriveva Eugenio Montale: “… noi non sapremmo offrire altra chiave ai nuovi lettori degli Orfici se non questa raccomandazione di cogliere allo stato nascente la musica del poeta, viva un po’ dovunque e soprattutto in quegli abbozzi di mito – il ritorno, la notte mediterranea, la figura di Michelangelo, gli sfondi del ‘divino primitivo, Leonardo’ – dove Campana si arresta alle soglie di una porta che non s’apre, o talora s’apre per lui solo”. Canti Orfici c’è in una curata edizione di Einaudi del 2003 e del 2014, a cura di Renato Martinoni.

Pierangela Rossi

 
 
 
 
La chimera
 
Non so se tra rocce il tuo pallido
Viso m’apparve, o sorriso
Di lontananze ignote
Fosti, la china eburnea
Fronte fulgente o giovine
Suora de la Gioconda:
O delle primavere
Spente, per i tuoi mitici pallori
O Regina o Regina adolescente:
Ma per il tuo ignoto poema
Di voluttà e di dolore
Musica fanciulla esangue,
Segnato di linea di sangue
Nel cerchio delle labbra sinuose,
Regina de la melodia:
Ma per il vergine capo
Reclino, io poeta notturno
Vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo,
Io per il tuo dolce mistero
Io per il tuo divenir taciturno.
Non so se la fiamma pallida
Fu dei capelli il vivente
Segno del suo pallore,
Non so se fu un dolce vapore,
Dolce sul mio dolore,
Sorriso di un volto notturno:
Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti
E l’immobilità dei firmamenti
E i gonfi rivi che vanno piangenti
E l’ombre del lavoro umano curve là sui poggi
algenti
E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre
correnti
E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera
 
 
 
 
 
 
La petite promenade du poète
 
Me ne vado per le strade
Strette oscure e misteriose:
Vedo dietro le vetrate
Affacciarsi Gemme e Rose.
Dalle scale misteriose
C’è chi scende brancolando:
Dietro i vetri rilucenti
Stan le ciane commentando.
 
…………………………….
 
La stradina è solitaria:
Non c’è un cane: qualche stella
Nella notte sopra i tetti:
E la notte mi par bella.
E cammino poveretto
Nella notte fantasiosa,
Pur mi sento nella bocca
La saliva disgustosa. Via dal tanfo
Via dal tanfo e per le strade
E cammina e via cammina,
Già le case son più rade.
Trovo l’erba: mi ci stendo
A conciarmi come un cane:
Da lontano un ubriaco
Canta amore alle persiane
 
 
 
 

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