Daniela Pericone

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Michele Paoletti intervista Daniela Pericone

 
 

Daniela Pericone è nata a Reggio Calabria, dove vive. Ha pubblicato i libri di poesia Passo di giaguaro (ed. Il Gabbiano, 2000), Aria di ventura (Book Editore, 2005), Il caso e la ragione (Book Editore, 2010), L’inciampo (L’arcolaio, 2015) e Distratte le mani (Coup d’idée, 2017). Cura con enti e associazioni, eventi e incontri culturali. É autrice e interprete di letture sceniche e reading. Suoi testi di critica letteraria, poesie, prose brevi sono presenti in volumi antologici, riviste culturali, siti e blog letterari. Collabora con varie riviste su carta e online.

 
 

Come nascono le tue poesie?

L’impulso alla creazione poetica è qualcosa che nasce dai meccanismi inconsci e magmatici dell’io (mi interessano molto a questo proposito le vie aperte dagli attuali studi di neuroscienze). Osservando dalla mia soglia potrei dire che la prima apparizione di senso si origina da un atto percettivo, sia che derivi dall’esperienza esterna, sia dall’elaborazione interiore di concetti, sentimenti o ricordi, non ultimo il contatto con le opere di altri poeti, in grado di innescare catene associative di immagini e sensazioni dagli esiti imprevedibili. Sento molto vera, e affine al mio temperamento, l’idea che da poesia si genera poesia, come per benefico contagio. Ma per quanto si possa riflettere sulla sua scaturigine, rimane un accadimento ineffabile, che lascia attoniti a ogni suo verificarsi, e assorti, quasi imprigionati, in una specie di velamento dello sguardo. Solo dopo avviene il passaggio alla lucidità del lavoro intellettivo sul nucleo linguistico emerso, che sia un grumo sillabico, una parola, una sequenza di termini. Sino al formarsi dell’intera composizione, che potremo ritenere riuscita se avrà condotto a un’epifania, ampliato una visione, dato una scossa al risaputo.

 

Quale pensi debba essere il ruolo della poesia oggi?

Non credo che il ruolo della poesia possa cambiare nel tempo o secondo il contesto culturale, semplicemente perché la poesia non ha una specifica funzione sociale se non quella connessa al lavoro sulla lingua. È la più alta espressione della creatività umana in campo linguistico, tanto da rispecchiare il livello evolutivo di una determinata cultura. La sua qualità di arte semantica mi fa ritenere che non possa avere intenti comunicativi di servizio o finalità direttamente concrete (per cui esistono il giornalismo, la politica, la sociologia, ecc.).Al riguardo mi vengono in mente i famosi versi di Franco Fortini, “…La poesia / non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi”. L’attitudine etica del poeta consiste nell’assunzione di responsabilità a operare con rigore e accuratezza sul linguaggio, il suo lavoro contribuisce a modificare la realtà nella misura in cui stimola ogni atto conoscitivo, amplifica le prospettive, moltiplica i punti di vista. La disciplina e la pazienza, la dedizione disinteressata e la sobrietà come stile di vita possono agire in contrasto con l’approssimazione dilagante, porre un argine al degrado dell’ignoranza. La scelta dell’impegno civile, la presa di posizione all’interno del corpo sociale (doverose in particolari contingenze storiche, come quelle che stiamo vivendo) appartengono all’essere umano tout court.

 

Leggendo le poesie contenute nella tua raccolta Distratte le mani (Coup d’idée, 2017) mi è tornato alla mente lo spazio sonoro di Amelia Rosselli, lo stretto legame tra parola, suono e pensiero. Qual è il ruolo della componente sonora nei tuoi testi?

Non c’è dubbio che la sonorità linguistica sia fondamentale nel mio modo di concepire la poesia. Il linguaggio poetico è un fitto di corrispondenze foniche e semantiche, con precise valenze simboliche, e il senso è guidato dal principio musicale, il quale determina ritmo, misura e tono del verso. Tuttavia non si deve considerare il contenuto come secondario o imperscrutabile. Per me la poesia dovrebbe tendere a un equilibrio tra l’esplicito e l’oscuro, un testo, per quanto ellittico, dovrebbe sempre offrire dei varchi di senso; mi piacerebbe che non rimanesse inattingibile dietro una sonorità fine a sé stessa, e pure che non esaurisse le sue potenzialità evocative e polisemiche nell’eccesso di chiarezza comunicativa. Anche per non incentivare la tendenza alla banalizzazione del linguaggio, o l’appiattimento dovuto alla povertà lessicale della comunicazione di massa, non esito a utilizzare termini inusuali, più “risonanti” rispetto alla monotonia del parlato quotidiano, attingendo alla ricchezza della nostra tradizione letteraria. Inserirli in un contesto moderno ne esalta la preziosità sonora e l’ampiezza di sfumature di senso, ascongiurare la dispersione di un patrimonio linguistico che da sempre ci contraddistingue.

 

Parlando di Amelia Rosselli, mi viene da chiederti quali siano i tuoi autori di riferimento, quelli a cui torni nei momenti in cui lavori su un nuovo libro.

La letteratura poetica che si attraversa è nutrimento inesausto, anche quando non appare come riferimento esplicito o consapevole. Alcune predilezioni o affinità con poeti e linee letterarie possono persistere o variare nel tempo, assecondando mutate esigenze di stile, in ogni caso reputo imprescindibili, per rimanere ai nostri autori, Montale, Caproni, Giudici, Sereni, Calogero, Sanesi, Oppezzo e naturalmente Rosselli, accanto ai siciliani Bufalino, Cattafi, Ripellino, Piccolo, Insana, ai quali mi unisce un comune sentimento del mondo, una visione tragico-ironica, un gusto estetico ugualmente orientato a una dizione scabra o barocca. Con i contemporanei (troppo numerosi per citarli senza fortuite omissioni) è continuità d’incontro, confronto ineludibile. La mia lingua deve molto al poeta Nanni Cagnone, i suoi scritti (poesia o prosa, faccio a meno di distinzioni) sono luoghi inestimabili da frequentare, connubio di complessità lessicale e sintattica, immaginazione sontuosa e postura etico-eretica.

 

Parlando di Distratte le mani, Cinzia Demi afferma che [leggendo il libro si incontrano continui rimandi] “a un campo di battaglia dove si sta giocando un sfida terribile e che, probabilmente, non avrà né vinti né vincitori, anche se molte risulteranno le ferite e i dolori inflitti: la prima, quella tra l’uomo e il suo destino, magari comprensivo della dimensione amorosa; la seconda, un’analoga sfida, senza esclusione di colpi che verrà giocata tra il poeta e la poesia.” È così?

Dice benissimo Cinzia Demi, che ringrazio anche qui per l’analisi approfondita e intuitiva. L’attitudine della mia scrittura è certamente non consolatoria, tenta di avvalersi di uno sguardo lucido e quanto più possibile scevro di schermi illusori nell’impresa di esplorare la natura umana. Fare a meno di ogni sentimentalismo significa disporsi a considerare senza infingimenti il nostro stare al mondo, prediligendo punti di vista anche scomodi o dolorosi, dove agiscono mancanze, fallimenti, persino furori (è il titolo della sezione iniziale di Distratte le mani). Quello ch’è in gioco è appunto “l’uomo e il suo destino”, la sua vicenda ininterrotta di cadute e rinascite, inabissamenti ed emersioni. Una sfida cui non ci si può sottrarre.

 

Sono rimasto colpito da una poesia in particolare, la conclusiva della sezione FURORI che inizia con le parole ora vado a sparire. Immediatamente, sono risuonati nella mia mente i versi della Dickinson Accendere una lampada e sparire- / Questo fanno i poeti-. La poesia potrebbe essere dunque l’atto di accendere una consapevolezza, una scintilla che bruci oltre il tempo e chi l’ha generata?

La poesia della Dickinson è suprema evocazione di senso che si svela e arricchisce a ogni lettura. L’accezione del suo sparire implica l’allusione alla luminosità della parola poetica, che trascende il singolo, minimo esistere del poeta, destinato all’oscurità forse anche da vivo, di contro al tempo immarcescibile della poesia. Il mio sparire contempla la necessità dell’ombra, un sottrarsi al clamore, in una solitudine che dispone il pensiero all’atto creativo. Si può estenderne il senso anche ai disertori della sezione conclusiva del libro, coloro che inclinano a tenersi fuori dai ruoli precostituiti, dai consociativismi di ogni sorta, dalle forme convenzionali del vivere intese ad asservire l’umanità sotto uno stesso giogo. Il disertore è per certi versi un isolato, ma la sua lontananza è voluta, ne è ripagato con l’essere libero.

 
 
 
 
7.
 
Se dicessi, non pensare
distogli la mente dal fiato
che arranca, dall’alba che porta
l’acciglio, da mostri e naufragi,
meglio una vita leggera
l’istinto quasi animale,
e allora a che sono serviti
questi secoli a frotte
e millemiliardi di ore perdute
tra prove ed errori
e tenta e ritenta s’affina
parola ma lenta
malcerta a risolvere
il punto se valga per tanto
o per poco soffrire,
perpetuo stupore è dedurre
la regola senza rimedio
il gioco, un destino a finire.
 
 
 
 
 
 
7.
 
Nessuna tenebra
per quanto durevole
assedia immortale
o notte tanto ricolma
da spegnere albore
tuttavia un sole
di febbre longeva
riserva finale d’abbuio
e concentra la luce
a riparo di nomi
rifinisce il profilo
inciso alla tenerezza
delle pietre.
 
 
 
 
 
 
18.
 
ora vado a sparire, vi lascio dire fare
parlare, mi lascio stordire, voi lasciatemi
stare, io per me non sono niente, né voi
siete niente niente per me – un treno
m’è caduto ai piedi, no sono io caduta
da un treno, io ho deragliato, ho tirato
su il fiato, su l’ho tirato, giù mi tiro
giù, fuori tiro da tutti, fuori da tutti i furori
fuori di me fuori
 
 
Le poesie sono tratte da Distratte le mani (Coup d’idée, 2017)
 
 
 
 

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