Dall’interno della specie – Andrea De Alberti

Dall’interno della specie di Andrea De Alberti (Einaudi 2017) è l’ultima pubblicazione di un poeta a dire il vero molto giovane (è del 1974) che alla sua quarta opera (le precedenti sono: Solo buone notizie, Interlinea 2007, Basta che io non ci sia, Manni 2010 e Litalía, La Grande Illusion 2011) restituisce una voce netta e matura, strutturata con una precisione individuabile.

Si tratta fondamentalmente di un’esplorazione all’interno dell’esistenza quotidiana che mette in relazione il macrosistema uomo con il microsistema io. E in effetti non potrebbe essere altrimenti per un poeta che decide di fare i conti con il che cosa sono/che cosa siamo dovendo giocoforza relazionarsi sia con la propria quotidianità sia con la propria vita sociale e in qualche modo anche con un’inevitabile presenza nella storia (che obbliga nostro malgrado a chiedercene il significato). Perché porsi una domanda non può prescindere dal vivere la domanda stessa guardando il proprio padre, il proprio figlio, le piccole incidenze della realtà quali l’Ikea e il clima sociale scandinavo che questa comporta.

Si parte da un’ipotesi insoluta, da un se al quale non si risponde: Se anche rimanesse per poco / il diritto di riversare il proprio amore / sui movimenti piu lenti del tempo, / se rimanessimo innocenti a ogni specie, / a ogni vana repulsione, / a qualsiasi cosa / data in prestito a un interno / già accaduto e già risistemato. Nell’intreccio non narrativo di sei sezioni questo se diventa L’evoluzione della specie e un fallimento amoroso / fra la scimmia e una persona […] la situazione di perenne decentramento / da ogni situazione stabile […] Sono un uomo diviso in anima e corpo, / un terzo dell’una, due parti per l’altro, / la testa come una ciliegia nell’alcool […] Vorrei essere King Kong, / una struttura contraria alle legge, / obbedienza all’istinto, un uomo tutto d’un pezzo […] Tutta la nostra vita non è al riparo, / i desideri hanno la punta dei piedi congelata, / ogni strada ha una minima percentuale d’incidente […] L’evoluzione è altruista, / a sopravvivere sono esseri buoni, / un bimbo di un anno ci informa di una presenza.

In un’intervista apparsa su Satisfiction del 2015 De Alberti suggeriva un’immagine, a definizione del suo stile, che bene descrive anche questo rapporto tra il sé e l’essere umano in toto: è il sasso lanciato nello specchio d’acqua che crea uno e poi due tre cerchi che si allargano via via fino di nuovo a scomparire. Sta al lettore coglierne in fretta il significato prima che il sasso affondi definitivamente. L’occasione al tempo era un’annotazione di Cesare Segre sul blocco comunicativo che emergeva da affioramenti di narrazione che restavano in qualche modo incompiuti. E che nell’edito Einaudi ritroviamo puntuali (dalla quarta di copertina): è sostanzialmente un poeta lirico. Scrive di sé, delle sue esperienze, della morte del padre, del rapporto con il figlio… Però lo fa con un taglio disassato rispetto ai canoni della poesia lirica. Questi temi entrano come di straforo in discorsi di altro tipo. Da quello paleoantropologico ed etologico che dà il titolo al libro, a quello che guarda ai fenomeni sociali della contemporaneità, siano l’Ikea o gli eroi della Marvel. Ne esce un viaggio antropologico-sentimentale lungo un percorso di poesie stranianti che catturano subito l’attenzione del lettore e lo coinvolgono in fecondi cortocircuiti mentali. È una poesia che provoca stupore perché nasce da una condizione di stupore e da quel po’ di confusione mentale necessaria per cogliere i legami fra le cose.

Questo sasso lanciato nello specchio d’acqua che si sperde in cerchi concentrici ma irregolari, sempre più sfumati e confusi, dicono anche la base di partenza di De Alberti quando vede suo zio che ha fatto la guerra in una casa sottoterra, / gli portavano di notte da mangiare. / Quando è uscito non riusciva a camminare. / Potrebbe parlare lo stesso, dire semplicemente / che ha vissuto una vita incolore. / Adesso fa il veterinario perche al dolore dell’uomo / non è abituato, preferisce a un malato un cane che muore. E che quando invece osserva la specie uomo: Non sapremo mai a chi sia venuta la brillante idea / di vendere vita dentro a una latta senza apriscatole, / non conosceremo le vittime e nemmeno i carnefici / in questa dimensione bruciata che è già archeologia / di carne viva, oppure tra un fossile e una scimmia che mi segue / negli angoli più bui di una storia già confusa, oppure l’anello mancante non è un essere umano, / un primitivo nascosto nel cuore di una caverna, / ma è un’assenza che genera linfa per una nuova terra.

Andrea De Alberti parte da una situazione generazionale precaria, decentrata, figlia di uno spaseamento lungo ormai decenni. Testimonia in versi un sentire comune: Non pensare più in grande di uno specchio da muro, / di una sedia rossa smontabile, di un tavolino laccato, / di una cassapanca portatile dove controllare / la situazione di perenne decentramento / da ogni situazione stabile. Querela, a tratti, questo sentire: Il dolore é come quando uno non sente al telegiornale / ma capisce da strani segni che qualcosa sta andando male. Fino a tentare di tanto in tanto una risposta a quel se iniziale irrisolto: Bisogna pensare all’evoluzione della specie / come a una ramificazione cerebrale / che lotta sottoterra per difendersi dal tempo […] lo sforzo di dimostrare / che chi non sa farsi figlio nel padre / ferma lì dentro lo scorrere del tempo.

 

Alessandro Canzian

 
 
 
 
 
 

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