Dal sottovuoto. Poesie assetate d’aria – Matteo Bianchi

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Dal sottovuoto – Poesie assetate d’aria (Samuele Editore 2020, collana Scilla, prefazione e curatela di Matteo Bianchi).

Autori inseriti: Alessandro Agostinelli, Erminio Alberti, Lucianna Argentino, Franco Arminio, Alberto Bertoni, Maria Borio, Franco Buffoni, Anna Maria Carpi, Valentina Colonna, Flaminia Cruciani, Maurizio Cucchi, Francesco Forlani, Tiziano Fratus, Giovanna Frene, Tommaso Giartosio, Fabrizio Lombardo, Franca Mancinelli, Gerardo Masuccio, Stella N’Djoku, Roberto Pazzi, Umberto Piersanti, Giancarlo Pontiggia, Rossella Pretto, Eleonora Rimolo, Valentino Ronchi, Federico Rossignoli, Paolo Ruffilli, Anna Ruotolo, Gabriella Sica, Stefano Simoncelli, Tiziano Scarpa, Luigia Sorrentino, Mary Barbara Tolusso, Mariagiorgia Ulbar, Gian Mario Villalta.

 

La metà dei proventi ricavati dalla vendita del volume saranno devoluti in beneficenza per rispondere all’emergenza sanitaria con un aiuto concreto.

 
 

Ho sempre pensato la poesia come un dialogo a distanza, dove l’altro è necessario ma assente, e allo stesso tempo non necessario ma presente. Perché la poesia, quando vera poesia, prescinde dall’autore e si concentra sull’interlocutore avendo bisogno di lui, pena l’inconsistenza del dire. Ma allo stesso tempo la sua non presenza amplifica il dettato divenendo tratto indispensabile e verticale, un affondo. Insomma si scrive poesia quando si parla a qualcuno che c’è, ma solo se non c’è.

E poi il problema del cosa dire, tema enorme, molto spesso abusato ma importante. Perché se lo stile è portatore di significato al pari del significato stesso, ciò che un testo dice è la colonna portante, il cemento con cui si costruisce la struttura. E cosa deve dire la poesia?

Uno degli obiettivi di un testo, sempre a parere di chi scrive, è l’interpretazione e la testimonianza della realtà nella quale l’autore vive. Non è certo il suo unico significato possibile, ma dall’avvento dei Social e della tipografia digitale abbiamo visto emergere tutta una serie di autori autoproclamatisi sorretti da piccole combriccole di elogianti. Ma la realtà resta quella di sempre: se si cerca il favore dei mediocri bisogna dare loro qualcosa di comprensibile per loro.

È poesia questa? O è una possibile poesia? Personalmente non lo credo, e pur essendo il mio punto di vista opinabile (per definizione) bisogna considerare un dato di fatto che viene dalla storia recente: il largo pubblico lo si può incontrare abbassando il proprio registro al loro, oppure lo si può educare.

Questa affermazione parte ovviamente da un paradosso: oggi abbiamo maggiori strumenti ed opzioni e molta meno cultura. Questo è un paradosso che l’attuale quarantena ha messo bene in evidenza, pur in un altro ambito. Pensavamo infatti d’essere forniti di una tecnologia avanzata, futuristica, eppure passiamo le nostre ore di lavoro a dire mi senti? Non ti vedo bene. Non ti sento più. Cosa hai detto?. Ci siamo accorti che la realtà non è quella che effettivamente pensavamo di avere.

Così la cultura. Abbiamo una percezione di ampia cultura, di possibilità infinite grazie (prima volta nella storia umana) alla rete, eppure nell’applicazione quotidiana gli esiti di questa sono ben pochi, e magri. Si pensi ad esempio al razzismo che negli ultimi anni ha vissuto nuova vita qui in Italia.

In tutto questo la figura del poeta, il poeta vero, assume i doverosi e necessari connotati di un interprete. Non è più un vate, un sacerdote della parola, non è colui che scrive cose piacevoli, emozionanti (sia lasciato questo al consumismo della transitorietà, dell’effimero), ma colui che cerca di assottigliare lo scarto di cui sopra. Che cerca di far aderire quanto più possibile percezione a realtà.

Questa azione ha un nome ben preciso: consapevolezza. Al poeta oggi si chiede di comprendere, attraverso strumenti acquisiti tramite studi ed esperienze, il contesto in cui vive. E questo non prescinde dall’io, si presti attenzione, perché il poeta stesso è persona che vive in un dato luogo e periodo. Ma è suo dovere (perché ogni buon poeta sa che scrivere non nasce da un’esigenza, ma da un’assunzione di responsabilità) tentare risposte a domande che non sapevamo, o non volevamo sapere, di avere.

Anche in questo caso bisogna però aggiustare un po’ il tiro, perché nelle lettere quanto nell’umano non ci sono formule esatte, non ci sono libretti d’istruzione. E le risposte che il poeta può dare non sono soluzioni né definizioni. Ma già riuscire a comprendere un dato momento esistenziale, o sociale, significa andare oltre l’immediato, il superficiale, e affondare in una concretezza che regola a tutti gli effetti la nostra vita.

La poesia ha questo compito, e lo ha avuto specificatamente in Dal sottovuoto – Poesie assetate d’aria curato da Matteo Bianchi per la Samuele Editore. Un’opera che nasce come un dialogo tra Matteo e gli autori, e non di rado tra gli autori stessi. Un’opera che proprio attraverso il dialogo tenta di fotografare il più onestamente possibile, il più umanamente possibile, non la quarantena ma l’uomo di oggi in quarantena.

Perché il mondo è improvvisamente cambiato, si è mosso più velocemente di noi nonostante stessimo correndo verso una sottile autodistruzione, nemmeno troppo inconsapevole. Già da anni avevamo capito che il sistema economico non era sostenibile, che la vita stessa (sia lavorativamente sia relazionalmente parlando) non era più a misura d’uomo. Ma abbiamo avuto bisogno di un virus che all’inizio ci è parso innocuo, poi tremendo, per farci fermare.

E ci siamo fermati, abbiamo dovuto fermarci. Ma da cosa? E se ripartiremo verso dove correremo? E oggi? Cosa esattamente stiamo vivendo o meglio, come esattamente stiamo vivendo? Questa sono le domande che i 35 poeti dell’antologia si sono posti. 35 tra i migliori poeti viventi. Di certo non tutti, come è giusto che sia. Un libro è un’entità finita che non può e non deve (pena l’effetto Parola plurale) debordare nell’eccesso. Ma in questo caso nemmeno nel difetto, altrimenti la fotografia del tempo ne sarebbe risultata compromessa.

Fra i nomi che ad esempio avrebbero potuto essere inseriti, e che per tutta una serie di cause non siamo riusciti a mettere (dico siamo essendo stato un minimo partecipe del lavoro di Matteo, enorme e molto puntiglioso, e qui gli voglio fargli i miei complimenti), potrei citare Claudio Damiani, Giovanna Rosadini, Gabriella Musetti, Giancarlo Sissa, Ottavio Rossani, e lo stesso Matteo Bianchi (della cui poesia mi sono occupato qui: Fortissimo – e qui: La metà del letto).

Quelli che sono stati inseriti, con un dialogo sui testi a 360 gradi, senza alcuna attenzione generazionale o altro se non l’effettiva capacità del testo di tradurre un momento (nei suoi diversi significati, metro di misura diverso dal giudizio estetico), consegnano a tutti gli effetti un solido e coraggioso ritratto dell’uomo di questi giorni. Con tutte le sue paure, aspirazioni, ricordi, astrazioni.

Perché questo non è un libro sulla quarantena, e tantomeno è un libro sul Coronavirus (termine che appare molto di rado). È un libro sull’uomo di oggi, sulla sua identità improvvisamente destabilizzata (distanziamento sociale, isolamento, prospettive di crisi). Il pericolo di un’opera banale e autocelebrativa, o addirittura come alcuni hanno insinuato di un’opera di sciacallaggio emotivo, era enorme. E di fronte agli esiti non può che dimostrare il coraggio di questi poeti, grandi poeti, che al netto del valore dei singoli testi hanno prestato le loro intelligenze per creare un dizionario emotivo del periodo.

Un coraggio non da poco. Un coraggio che è anche uno dei significati del termine poesia. E che oggi più che mai, in questo isolamento, serve a vivere oltre ogni autocelebrazione, oltre ogni cecità ed egotismo.

La poesia è e deve essere una parola coraggiosa, e solida. Data agli altri, e per gli altri.

Alessandro Canzian

 
 
 
 
Sono una vecchia iena
Che stancamente esce dalla tana
A procurarsi un cibo che non le va più.
Sono una vecchia iena malata
Che non vede le strisce. Per attraversare
Mi scuoto di sbieco e poi vado
Trascinando le zampe
Perché la iena malata irrisa bene
Dai cuccioli di un tempo
Si allontana dal branco,
Capo e coda ciondolando
Come un’anziana bibliotecaria
Alternativamente.
 
Franco Buffoni
 
 
 
 
 
 

POESIA A CONFRONTO: Cianfrusaglie

foto di Dino ignani


In questo piatto orizzonte post umano
di vuote identità estroflesse, di intimità
svendute alla quotidiana narrazione
oscena, difendo quel poco l’abitudine
anonima, domestica, come il pensiero
assorto di Zoe che si assopisce
e poi balza d’elastico incanto immutato
verso un apice reale, un apice
realmente immaginario nella sua fisica
normalità.
 
Maurizio Cucchi
 
 
 
 
 
 
Sono un punto solo nel deserto rosso:
oggi è questa la mia dimensione, un punto
che non ha lunghezza, larghezza, profondità,
caduto dalla parte più alta del cielo su una terra
piena di silenzio e pura improvvisamente.
Ti scrivo dalla zona rossa, ed è questa la verità:
i confini sono tracciati, il rosso ha riempito lo spazio
senza entrata né uscita, e tutti sono come me,
punti soli, senza illusione, nella prima primavera
del millennio che al tempo sta cambiando la faccia.
Ti scrivo e da questa stanza sussurro che se un punto
non ha dimensioni è perché forse le ha unite tutte in sé?
Pensarsi è unirsi – mentre la notte e il giorno
hanno un unico colore, e impariamo a pensarci,
e un bene, come mai, nuovo.
 
Maria Borio
 
 
 
 
 
 
Dal sottovuoto. Poesie assetate d'aria - Matteo Bianchi

foto di Dirk Skiba


Mentre in città chiudono anche i negozi i ristoranti
(la vita si ferma), la fila di carri funebri cammina
dagli ospedali al cimitero. In solitudine si muore,
senza aiuto o qualcuno a tenere la mano, alleviare
le ore, una morte a cui non avevamo pensato.
I nostri morti non hanno fiori funerali saluti,
solo altri morti in attesa di una tumulazione – in fila
le bare come treni in stazione prima della partenza.
 
Non vie di fuga ma una stanza che può somigliarsi
– il mondo soltanto – e non possiamo fuggire, non possiamo
che aspettare la fine dell’incubo, pregare a distanza
dai nostri appartamenti, amare negli stenti più forte ciascuno
con la stessa euforia di quando sentiamo più vicina la perdita.
In questa morte qualcosa ci mantiene più umani, dai rifugi
ci stringe già vivi di melodie salendo dai piani, riempiendo
i cortili che tengono insieme sconosciuti balconi per lottare
con tutto l’amore che non avremmo pensato un tempo di avere.
 
Valentina Colonna
 
 
 
 
 
 
Ci incamminiamo
uno dopo l’altro ai fiumi di pietra
dritti come cipressi al centro del tempo
i cieli armati di primavera.
Non possediamo nulla, solo bocche d’aria
e aureole ai piedi, impronte ammutolite.
Noi battiti digiuni, il siliquastro fiorisce.
Non avvicinarti, ti dico,
ora non puoi toccarmi.
 
Flaminia Cruciani
 
 
 
 
 
 

foto di Dino Ignani


Chiudersi in casa
 

Chiudersi in casa, come una parola
costretta a stare dentro la sua strofa
senza abbrutirsi. Anima mia, mia scrofa,
non trasformare in fango la tua aiuola.
 
Confronto la finestra del computer
col cielo incarcerato dietro il vetro.
Il tempo perso fa un conteggio tetro
delle mie primavere non godute.
 
Cazzeggio in rete, fisso lo spavento.
La pandemia toglie dal mondo un velo:
la specie umana brama il fallimento.
 
Una rondine vola a bruciapelo
qui fuori. “Il mondo è tuo!” grido contento.
Passo il vetril per lucidarle il cielo.
 
Tiziano Scarpa
 
 
 
 
 
 

Non è questo il tempo dei beati baci
bellissimi
neanche isolati dei caldi abbracci
umanissimi
sa d’inverno l’aria su sé stessa curva
dal gelo sferzata
nella triste privazione
per cosa limo senza i nuovi baci
i cari bei legami e gli arditi abbracci
se non un centimetro di splendore
il saluto a distanza di un metro
salvezza di un istante che non muore.
 
Gabriella Sica
 
 
 
 
 
 

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foto di Dino Ignani


Domestic Geo
 
In tutte le profumerie della città
manca l’odore della terra.
La primavera dietro un vetro
e i fiori tutti più belli
di quelli veri aumentano
paradisiaci sullo schermo.
I filmati di National Geographic
confermano che la lotta per la vita
non annoia gli animali mai.
Non sono solo le buone intenzioni
che contrappongono la telesorveglianza
all’influenza delle costellazioni:
da sottomessi agli dèi a dei sottomessi
il passo è breve quanto la distanza
tra l’escandescenza e la danza.
Leopardi, che pure aveva ragione,
non ha considerato che il piacere
duraturo ci avrebbe come specie
destinati d’emblée all’estinzione.
 

Gianmario Villalta
 
 
 
 

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