Czesław Miłosz

Czesław Miłosz
 
 

Eh no, lettore, non abiti una rosa: / questo paese ha i suoi pianeti e fiumi, / ma è fragile come il lembo del mattino. /(…) A noi tocca parlare in modo rozzo e aspro. Così si conclude il Trattato poetico (Adelphi) del 1956 di Czesław Miłosz, poeta polacco, premio Nobel. Qui traccia un affresco storico-poetico della poesia e dei poeti del suo Paese allo scoppio della prima guerra mondiale. Con nome e cognome. Miłosz non ama la loro poetica ma di quelle poesie si sente impregnato, come un bravo figlio che non dimentica il padre invecchiato. Il poema Trattato poetico è suddiviso in IV parti, dalla prima guerra mondiale all’America. Tutto il libro è un inno alla poesia che ogni cosa include, resa in endecasillabi, doppi settenari, eccetera. Segnalo come gesto estremo di acribia, il fatto che ben metà libro sia composto di note al testo dello stesso Miłosz.

Il distico Poesia è solo la commozione è evidentemente anche ironico. Eppure Miłosz è convinto che servano, ma non durino, i romanzi e i saggi: Perché ha più peso una strofa tornita / di numerose e laboriose pagine per quel mistero condiviso che è la poesia.

 
 
 
 
I
 
Poesia è solo commozione, la brezza che dimora
nei punti di sospensione, dopo la virgola.
 
Scorre, ondeggia intraducibile,
supplisce alla preghiera. Così sarà da allora
vietato il respiro della sintassi d’uso.
“Eh, giornalismo. Che parli pure in prosa”.
Finché, nelle scuole di un’avanguardia nuova,
chiameranno scoperta un divieto invecchiato.
 
Non tutti i poeti scompaiono senza lasciare traccia.
 
Il giorno svanisce. Hanno acceso candele.
Sugli Oleandri non schioccano più
gli otturatori dei fucili
e i prati sono vuoti. Calzate
le scarpe da fante partirono gli esteti.
I capelli spazzati dal garzone del barbiere.
Sui campi nebbia e l’odore del fumo>.
 
 
 
 
II
 
Crescerà il convolvolo dal sangue disseccato.
dove s’inclina la segale sorgeranno boulevard.
Chiederà una generazione: così è stato?
 
Finché, o città, non resterà pietra su pietra
e passerai. La storia dipinta
sarà consunta dalla fiamma. E per la tua memoria
una moneta disseppellita.
Per le sconfitte avrai una ricompensa.
Saranno i poeti i tuoi bastioni,
segno che l’unica patria è nella lingua.
 
Ah, il prezzo, il prezzo che si paga
per la felicità dei giovani, la primavera e il vino!
 
Mai ci fu una simile Pléiade.
Ma nella loro lingua un difetto brillava,
il peccato d’armonia, la stessa dei maestri.
E il coro trasformato non rassomigliava
al coro disordinato delle cose comuni.
 
Nascevano germogli, c’era fermento là
dove non può arrivare la parola tornita.
 
Chiunque in questo secolo tracci
con bianca mano una serie ordinata di lettere
sul foglio, sente bussare, sente le voci
di poveri spiriti prigionieri nel muro,
nel tavolo, in un vaso di fiori.
Cercano di comunicare come fu
proprio la loro mano a trar dalla materia
ogni oggetto abitato
da ore di tormento, di noia, ore disperate,
senza poter svanire. Si spaventa così
chi impugna la penna. Oscuramente
in sé sente crescer l’orrore. Cerca
di riacquistare l’innocenza infantile,
ma inutili sono precetti e scongiuri.
 
Ecco perché la generazione nuova
amava quei poeti con moderazione,
rendendo loro onore, ma con un po’ di stizza.
Si cercò allora un balbettio programmatico,
solo la balbuzie sembrava esprimere un senso.
 
 
Da Bei tempi. Cracovia 1900-1914, in Trattato poetico
 
 
 
 

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