Compitare nei cortili – René Corona

Compitare nei cortili - René Corona

Compitare nei cortili, René Corona (Puntoacapo, 2019)

Alcuni libri vengono incontro con una sorta di volontà seduttiva, portano titoli che accendono l’immaginazione, lanciano lusinghe a cui cediamo volentieri. Così avviene con il titolo Compitare nei cortili (puntoacapo, 2019), che René Corona ha scelto per il suo libro d’esordio poetico in lingua italiana, un lavoro che si aggiunge a un’amplissima produzione letteraria in francese e in italiano, dalla saggistica alla narrativa, dalla poesia alla traduzione. La prima fascinazione proviene dal verbo compitare, seguendo la definizione dei dizionari: «leggere lentamente, distinguendo e pronunciando separatamente i varî suoni di cui sono formate le parole o dividendo le sillabe». Da subito si delineano i contorni di una poetica, si mostra fondativa la devozione alla parola letteraria, la dizione paziente e scevra dalle frenesie del quotidiano. Che l’atto del compitare si svolga nei cortili non fa che ribadire il richiamo a una misura d’altri tempi, inesorabilmente perduti e per ciò stesso di continuo evocati, l’infanzia dei cortili di scuola, spazi del gioco e della fantasia senza assilli. La poesia eponima, che non a caso si trova nella parte conclusiva del libro, ne riassume la cifra: «altri giorni / compitare nei cortili / con l’odore di pioggia / caduta da poco / che porta via verso il velo del fiume viola / tutte le lettere sentimentali / i giochi improvvisati / gli ultimi voli» (compitare nei cortili).

Titolo e versi imprimono una precisa direzione, raccontano la malinconia come tono prevalente, temperamento del poeta pervasivo della sua scrittura in ogni evenienza. Tuttavia la tonalità malinconica si trova sovente stemperata, o per paradosso acuita, da uno sguardo ironico lampeggiante tra i versi con guizzo imprevisto. La mescolanza in mirabile equilibrio delle due componenti conferisce al discorso poetico un andamento dinamico, un alternarsi non solo di atmosfere e sfumature espressive, ma anche di accento e ritmo, ora pacato e sommesso, ora serrato e incalzante, persino travolgente.

La complessità di Compitare nei cortili si manifesta nella sua stessa architettura, uno stratificarsi di sezioni e sottosezioni, dove temi e motivi si agglutinano e si intersecano componendo una partitura nel contempo geometrica e fantasmagorica. Le poesie comprese nel libro coprono un vasto arco temporale, dal 1985 al 2017, con una coerenza di stile che ammette diversità solo in connessione alla varianza dei motivi ispiratori. Altro carattere precipuo della scrittura di Corona è l’accoglienza generosa degli autori amati, sia attraverso le citazioni in epigrafe (più di una ventina i poeti e scrittori riportati, da Ripellino a Campana, da Delvaille a Desnos, da Coetzee a Roth), sia all’interno dei testi, fitti di riferimenti espliciti o dissimulati alla letteratura otto-novecentesca, con una naturale predilezione per i poeti italiani e francesi frequentati a lungo come traduttore. Su tutti Gozzano e Bufalino, laddove un’intera sequenza è dedicata a Baudelaire sin dal titolo Baudelairestrasse.

Se la struttura del libro è composita, altrettanto multiforme è lo spirito poetico di Corona, riconoscibile per temi e lemmi ricorrenti, in rispondenza diretta al suo immaginario, al suo substrato emotivo. Nella prima sezione del libro, Da un’isola all’altra, la condizione di viaggiatore tra le due sponde dello stretto di Messina (Corona insegna Lingua e traduzione francese nell’ateneo messinese e vive sulla costa calabra) diviene il correlativo di uno stato psichico che fa assurgere l’isola a simbolo di un’esistenza solitaria e ondivaga: «da un’isola all’altra / ritroverai le stesse scimmie / le stesse malinconie / la stessa acqua» (sogno). Tra isole alla deriva e venti di scirocco «il mare […] manda / messaggi / senza bottiglia» e le onde hanno «il ritmo di un tango / malinconico» (seduzioni); si spande un aroma di disincanto quando «superato lo stretto rimane l’incertezza dell’isola» (scirocco ottobrino). Il poeta è già invischiato nel miele del tempo perduto, personificato nella proustiana figura di una «Maddalena impregnata di sapori che furono» (madeleines).

Nel corpo centrale del libro, costituito dalla sezione Vite barocche, scandita a sua volta in sei momenti, mutano in parte luoghi e geografie ma non i paesaggi interiori. I mari e le isole fanno ancora da sfondo a vicende amorose tormentate e donne chimeriche, tuttavia se incombono dolori e delusioni, per una sorta di compensazione il linguaggio si fa più ironico e giocoso: «piovevano cuori e dispiaceri / nella stanza dei nostri umori / volevo comperarti azalee / per profumare le tue cattive idee» (cuori e dispiaceri). È un crescendo di inventiva, una fiumana di visioni e fantasie, una commistione continua di vocaboli comuni o bizzarri, calembours e neologismi. Il poeta, non c’è dubbio, si diverte (come un redivivo Palazzeschi). Ma il gioco non è frivolo, al contrario, è tutto un ribollire di letture che premono alle porte della mente, una intera letteratura muove l’intelletto, impone la sua presenza inestimabile, irrinunciabile. L’esistenza del poeta si riconosce solo tra sogni e parole, corre sul filo della memoria e della dimenticanza, «fragili versi / come festuca che l’onda dei giorni / travolge / e spinge via verso il vuoto // o / nemico anemico / obliami» (vite barocche).

In questi snodi emergono i topoi cruciali del pensiero poetico di Corona, l’acqua e il tempo, strettamente legati a figurare la mobilità della condizione umana e universale, la transitorietà dell’esistente. Pensiamo alle parole di Iosif Brodskij dedicate a Venezia nel suo Fondamenta degli Incurabili, per il quale l’acqua «è totalmente sinonimo del tempo» e «il pensiero stesso ha la trama dell’acqua». Ora l’elemento acquatico va a mutare forma, quasi impercettibilmente da marino diventa piovano, dalla serie di Strade piovane con riflessi fino all’ultima sezione Piogge, che racchiude Acquerugiola domenicale e Pozzanghere autunnali. Perché se esiste una stagione adatta a richiamare la malinconia e la fuggevolezza del tempo, questa è l’autunno con le sue trame crepuscolari: «non riflettere troppo sotto la pioggia / confonditi con essa / potrai lasciare così le giuste tracce / del tuo passaggio» (tracce). Dopo il clamore estivo subentra una sorta di sollievo, un abbandono languido ai ritmi lenti e al silenzio delle giornate autunnali, tanto più consone al temperamento umbratile e nostalgico del poeta: «irretito dalla nostalgia / messere estate voi non siete che un villano» (solstizio).

Un’evidenza particolare merita la serie dei Poemetti in prosa cavaliera e/o giardiniera à la manière de. Con la consueta verve ironico-malinconica i testi qui compresi introducono una variante stilistica, l’accostamento di versi e prosa, spogli anche in questo caso di punteggiatura, come a scongiurare qualsiasi ostacolo al flusso dei pensieri. Un connubio dagli effetti in estrema misura lirici e surreali, di cui si mostra felice esempio tra i tanti il finale di balconi: «Intanto le ore sgualcivano i vetri della clessidra i giorni si staccavano effimeri dai calendari i mesi e gli anni affilavano la loro malvagia depravazione e inesorabilmente ogni cosa tornava al suo posto di sempre Tranne il tempo / Un certo Magritte si incaricò delle bare».

L’impianto formale dei poemetti preannuncia il nucleo di chiusura, un fulminante Autoritratto dell’autore in quattro tempi tra prosa e versi, che condensa i punti cardine della poesia di Corona. Quasi una summa poetica, dove la levità del gioco letterario e l’agro disincanto del vivere concordano a suggerire una via di fuga, un senso ancora possibile, che riconcili l’arte e la vita: «frugare nelle pattumiere dell’esistenza / per trarne essenza di rosa / grattarsi via tutte le rogne del quotidiano / e mentre il sole tramonta sul mare / allontanarsi per cercare / un’ultima volta una carezza / una parola / un gesto gentile» (cane o uomo).

Daniela Pericone

 
 
 
 

madeleines
 
sempre quel sorriso triste nello specchio
e la cera della candela colata giù
sono anni di esercizio spontaneamente impresso
nel riflesso
eppure la Maddalena
saporita immagine nel bagliore esitante
e il sospirare per i tempi che verranno
allora come oggi
con i capelli radi e biancheggianti
non più l’avvenire quello si è poi svelato
impudico
con poche gradevoli sorprese
 
quello specchio di quell’orribile armadio
con quelle tristi imitazioni di poeti splenetici
mentre i trattori risalivano lentamente
fieno rondini e montagne scure
ingrigite soffocanti
 
ma oggi non sorridi più a te stesso
solo per caso hai alzato lo sguardo
Maddalena impregnata di sapori che furono
e hai attraversato il livore
della tua immagine in minuscoli anni-luce
spezzettati immagazzinati come il fieno
prima delle prime gocce
annunciando come al solito la fine di qualcosa
che anche quest’estate prima o poi è destinata
a finire
 
 
 
 
 
 
certami
 
le tue pantraccole da sgherro vigile
fanno scompisciare dalle risate il mio animo peritoso
ma alla mia musa non arrivi nemmeno ai talloni
figurarsi ai suoi stivali gatteschi
 
la tua mente fumida
certo si può rallegrare di tale ferace
vigilanza notturna
ma sappi che
 
il mio sonno è irenico e le mie notti portano sempre consigli
è questo il vero riposo del guerriero
raumilia anche i cuori più tortuosi di una viottola bagascia
come il tuo
 
 
 
 
 
 
vita vissuta nel tentativo di fermare il tempo
 
tagliaborse attaccabrighe perditempo
cavadenti strizzacervelli
fannulloni bighelloni scansafatiche perdigiorno
stracca piazze
tirapiedi leccapiedi baciapile pinzocheri bacchettoni
bigotti
capibastone magnaccioni mangiapreti
mangiacrauti mangiarosbif mangiarane macaroni
mi attaccavano bottone per un nonnulla
 
io avevo altri grattacapi
bancarotte sentimentali
disfunzioni poetiche
rendiconti inutili da stilare
 
ma non trovavo le parole giuste
per mandarli a quel paese
 
presi così l’ultimo treno della sera
e al primo passaggio a livello
attraversai e me ne andai
 
nel frattempo le rose morivano sui marciapiedi
e nel grande vaso annegato nell’acquaio
alcuni tulipani sbocciarono
 
appena in tempo per il grande rientro
dell’autunno
con anemoni e azalee nella cartella
(e voti di condotta pessimi)
 
e una matita spezzata per chiudere
con un tratto longilineo obliquo
indeciso
ma preciso
 
come una freccia nel batticuore

 

Un giorno stavo aspettando un autobus nella grande città ero di malumore e avevo un po’ di raffreddore Come Rimbaud vidi l’illuminazione della signora in bianco dagli occhi violetti e una barca sulle montagne L’autobus non arrivava e stavo rinunciando In realtà avevo già rinunciato avevo già ceduto già abbandonato Mi sentii terribilmente solo e ridicolo mentre la pioggia cadeva e la signora cieca con il bastone bianco mi spingeva giù nel rigagnolo Sul ponte della nave che affondava i miei ricordi fumavano il narghilè e si preparavano ad andare a cena con il capitano sua figlia il poeta Toulet
e la contessina dei Mirtilli blu
come la notte

 
 
 
 
 
 

compitare nei cortili
 
l’infanzia scorre a gocce sui vetri chiusi
e il ciliegio antico si china sul vialetto
per guardare le biciclette volare
o galoppare
 
il sole autunnale chiuso fuori
impreca contro i segreti delle letture
 
altri giorni
compitare nei cortili
con l’odore di pioggia
caduta da poco
che porta via verso il velo del fiume viola
tutte le lettere sentimentali
i giochi improvvisati
gli ultimi voli
 
altri crepuscoli disegnati
da frotte di ragazzini
schiamazzanti
e intanto
gli ippocastani si lasciano andare
a confidenze con le ombre
del vialetto e della sera
alleviata

 
 
 
 

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