Clery Celeste

Clery Celeste

 
 

Michele Paoletti intervista Clery Celeste

 
 

Clery Celeste (Forlì, 1991) è laureata con lode in Tecniche di radiologia medica presso l’Università di Bologna. Da gennaio 2015 fa parte della redazione di Atelier Poesia sezione on-line, da gennaio 2018 ne è la direttrice editoriale. È stata vincitrice di numerosi premi: “Tropea Onde Mediterranee”; “Agostino Venanzio Reali”; “E. Cantone”; “Pro Loco Fiume Veneto”; “Biennale internazionale dei Giovani artisti dell’Europa e del Mediterraneo”. Risulta finalista nel Premio Rimini (2014) e al premio Galbiate (2016). Nel 2018 è stata selezionata come finalista per il premio Cetonaverde poesia. Nel 2019 esce per Edizioni Gattili “La vita distesa”, piccolo libro d’arte a edizione numerata e limitata con un inedito. La traccia delle vene (LietoColle editore – Pordenonelegge, 2014) è la sua opera prima (nel 2015 è stata vincitrice del premio Elena Violani Landi, premio giovani Maconi, menzione speciale premio Carducci, premio Solstizio).

 
 

Come nascono le tue poesie?

I miei testi nascono tutti in maniera diversa, sono in un certo senso “figli unici”: all’inizio può arrivare un solo verso, oppure tutti i versi insieme, oppure a volte anche solo una parola. Di certo quello che li accomuna è il lungo tempo di rielaborazione e lavoro successivo alla prima stesura. Per me la poesia è come il vino: deve passare un periodo di stasi e di riposo durante il quale è possibile distaccarsi emotivamente dal testo. A questo punto si può lavorare al testo con sufficiente distanza, guardarlo come qualcosa “altro” da me.

 

Nei tre inediti che seguono sono numerose le immagini legate a piante e animali. Qual è il ruolo della natura nella tua poesia?

La natura nella mia vita ha sempre avuto un ruolo centrale. Quando ero piccola la vivevo direttamente, andando a cavallo ad esempio. Quando poi sono cresciuta per un periodo ho studiato biologia, prima di iscrivermi a radiologia, ho approfondito quindi il mio rapporto con la natura dal punto di vista scientifico, microscopico. Gli animali utilizzano comportamenti che si riproducono molto simili nei rapporti umani: è sorprendente vedere come il cucciolo di cuculo si insinua nei nidi di altri uccelli per rubare il cibo fingendo di emettere lo stesso suono di richiamo di chi lo ospita, così che la madre adottiva lo consideri suo.

 

La poesia è sempre più presente on line. Pensi che le piattaforme social, ad esempio Facebook, possano offrire un contributo alla diffusione della poesia o, al contrario, rischiano di impoverirne il valore?

Più la forma comunicativa è sintetica più è ovvio che si possano creare incomprensioni e si rischia di non approfondire la lettura. Ritengo però che vivendo in questa epoca, dove le piattaforme sociali sono non solo a uso ludico ma anche necessarie per contatti e scambi, sia doveroso per chi si occupa di poesia, la scrive o la legge, proporre sulla propria piattaforma contenuti di qualità. Spesso molti ragazzi delle superiori incontrano autori notevoli in una foto di una poesia postata sui social, e da un semplice “salva foto” può scaturire anche la curiosità di leggere quell’autore. Alla fine molte conoscenze anche tra poeti funzionano così, ci si legge, ci si riconosce e si cerca il contatto diretto.

 

Da gennaio 2018 sei direttore editoriale insieme a Eleonora Rimolo di Atelier on line, sito che si occupa di promozione e diffusione di letteratura, poesia e critica. Che idea ti sei fatta della poesia italiana contemporanea?

Districarsi tra le tantissime proposte di lettura che ci arrivano non è spesso facile. Cerchiamo di dare il massimo seguendo una linea editoriale ben precisa. I testi di qualità comunque si riconosco subito, basta spesso davvero la lettura dei primi versi. Credo che attualmente ci sia moltissimo fermento, si riconoscono tra stesse generazioni delle linee generali, una tendenza per esempio alla prosa poetica o comunque a un andamento prosastico del verso o della narrazione in versi. Generalmente ogni autore ha una voce ben precisa o comunque tenta di affermarsi con una propria identità. C’è molta ricerca ma è una ricerca comunque più individuale, non ho ritrovato dei “gruppi” di poetica isolati. Spesso le relazioni che ci sono partono più da affinità emotive e poi poetiche.

 

Parliamo adesso de La traccia delle vene, la tua raccolta poetica di esordio. Vuoi raccontarci com’è nata, quali sono i temi cardine, qual è stato il percorso di scrittura?

Il libro raccoglie testi di un arco temporale di 8-10 anni. Devo la pubblicazione del mio libro al Premio Rimini per prima cosa, attraverso questo premio ho avuto l’occasione di fare conoscere i miei testi. Nella giuria del premio mi ha letto e apprezzato Gian Mario Villalta che poi mi ha contattata per la collana gialla. Prima sono nati i testi, poi col tempo ho riconosciuto un filo comune e ho iniziato a scrivere e fare ricerca in quello che sentivo il nodo centrale del libro, sia dal punto di vista tematico che dal punto di vista della ricerca linguistica. Ho sempre avuto una particolare attenzione per la precisione della parola scientifica, ho voluto cercare di inserire in un linguaggio poetico parole che appartengono a sfere mediche o specifiche tecniche, rendendole comprensibili in un discorso e utilizzare la loro musicalità insolita. Sui testi ci ho lavorato moltissimo, col tempo e tanta pazienza. Ci sono testi che hanno avuto una prima stesura davvero 8 anni prima della pubblicazione, ma che nel tempo hanno subito modifiche e tagli.

 
 
 
 
Mi dici come fosse normale
di non fare figli, adottarne uno piuttosto
e io mi sento come la balia scelta
per un parassitismo di cova,
come quel povero stupido uccello – madre
che sul rischio del ramo
si apre la gola, ci fa entrare il cuculo
che è quasi più grande di lei
si nutre e si nutre ancora.
 
 
 
 
 
 
Sto così senza di te, capovolta
nello spazio concesso
alla luce. Persino i ciclamini
chiedono perdono
per essere appassiti presto
sprecando tanta acqua
lasciando solo
un forte odore.
 
 
 
 
 
 
C’era solo il vento a separarci
gli occhi, hai detto che i miei
avevano il fondo della Savana
di non so quale posto d’Africa
ma non importa, dentro
ti ci puoi stendere, allargare gli arti
stare anche in diagonale.
I tuoi invece sanno di erba bagnata
da fiumi di acque pure e veloci
che per non avere freddo
devo muovermi, nuotare
abitarti con la grazia dei pesci
contro corrente.
 
 
 
 
I testi presentati sono inediti e di proprietà dell’autrice.
 
 
 
 

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