Cinquantasei cozze – Roberto R. Corsi

Riposte le Cinquantasei cozze di Roberto R. Corsi penso ai figli del mediterraneo soli e nudi nei versi di Albert Camus, al mare d’inverno, al respiro delle onde e a un uomo, di spalle. Guarda l’orizzonte, studia la maniera dell’acqua di ritirarsi, il suo proprio modo di rintanarsi nei ricordi come quel popolo di granchietti che accompagna all’onda in un tempo infinito.

 
XXIV.
 
Ineluttabilmente solo stupisco a questa sublime lingua di spiaggia
in cui finanche le arselle emergono a sfioro, fiduciose,
e i granchietti docili sul palmo sanno che li riaccompagnerai nell’onda
dopo giusto qualche attimo di gioco- Il mare si ritira lievemente
sul far delle tre, il sole spande tepore riflesso
e la mente va ai giorni dell’idillio, quando su questi improvvisi sabbiosi ci scannavamo solo
nel gioco di racchetta ed eri così donna e compagna, inconsapevole dea
perfetta sulla tonalità d’un amore già certo di esplodere.
Il vento degli anni non mi scompone, resto esattamente in riva,
lì dov’ero — tu indossi la clamide invernale della serietà.
 
 

In una stagione diversa si immerge quando la spiaggia è disertata dalle fila dei vacanzieri. Si direbbe il custode dei granelli o il portavoce di esseri pulviscolari.

Questa raccolta è diversa dalle altre lette di recente, certamente anche per l’universo descritto e la disponibilità di un tempo raramente così dilatato in cui l’autore trasporta il lettore in mondi letterari a cui continuamente rimanda e in un moto continuo di presente e passato soffermandosi su alcuni momenti di storia italiana.

Da Via D’Amelio ai fatti di Genova, a Giuliani, all’orrore piccolo borghese che passa da una banca, da una mamma azienda che depriva chi non conforme agli standard, non appartenente.

Ciascun componimento lascia affiorare una bellezza decadente dove spesso “l’ignobile a cui non si sfugge” viene elevato e un “certo” quotidiano è denunciato nella sua crudezza.

L’inattività appare come un cilicio sebbene per certi versi diventa delizia, fuga da un sistema economico e familiare precostituito di aspettative, di normalizzazione a cui sottrarsi.
Ciò che è considerato inutile dalla società fiorisce e strilla per l’autore.

Versi amari e satirici insieme, sapientemente controllati. Una scrittura dove la ricerca della parola, in vernacolo o aulica che sia, lascia senza tregua. Trovo questa raccolta denigratoria, irriverente e dolorosa. Una poesia irrequieta e non seriale dove l’ipermetro ben misura la mole del materiale poetico e impoetico trattato.

Emilia Barbato

 
 
 
 
XVII.
 
ecco la felicità residua:
lo spargimento dell’infelicità.
(Massimiliano Chiamenti)

 
Quest’ottobrino torrenziale cagare dei cani sulla spiaggia, magari adiacente
all’euforia della corsa sul pelo dell’onda, nell’immobile incanto del tramonto;
questo cagare ecumenico, preso con ineducata inerzia dai padroni…
I cani lanciati allo sgravio nello spazio sabbioso sono aruspici di giorni
in cui ogni scampolo di felicità va con metodo fecondato
di bruttezza, tenuto agganciato, che non si smarchi dall’orlo del burrone.
 
 
 
 

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