Christian Bobin

Christian Bobin

 
 

Poeta, moralista, saggista, in Presenze (Perosini editore)  Christian Bobin (1951, Le Creuset in Borgogna) ha saputo descrivere, trovare le parole per raccontare lo struggimento infinito davanti a un padre malato di Alzheimer. Il suo sguardo coglie le più minute cose. Per esprimersi come farebbe come lui, va oltre le apparenze, le registra e poi va oltre. In quetso diario ci sono due comprimari: il padre e l’albero che si vede dalla finestra della camera. Entrambi offesi dalle intemperie della vita. Entrambi capaci di riempirti gli occhi di luce, in certi momenti. Christian Bobin si è affermato come scrittore anche in Italia negli anni ’90. Ricordiamo tra le sue pubblicazioni in italiano, Francesco e l’infinitamente piccolo, La donna che sarà, Più viva che mai, L’uomo che cammina, Geai.

Pierangela Rossi

 
 
 
 

– Le foglie che, ebbre, danzano cullate dal vento non cambierebbero il loro posto per nulla al mondo.

 

– Mio padre è entrato tre mesi fa in una casa da cui non uscirà. Ha il morbo di Alzheimer. Mio padre e quest’albero mi suscitano gli stessi pensieri. Dall’uno, naufragato nel suo spirito, e dall’altro, sorpreso dall’autunno, attendo e ricevo la stessa cosa.

 

– Ciò che in noi è ferito chiede asilo alle più minute cose della terra, e lo trova.

 

– C’è una nascita simultanea dei nostri occhi e del mondo, una sensazione di “prima volta” in cui chi guarda e chi è guardato si danno alla luce.

 

– Seduti per ore nel corridoio della casa di lungodegenza, aspettano la morte e l’ora di pranzo.

 

– Amano toccare le mani che qualcuno tende loro, tenerle a lungo nelle proprie mani, e stringerle. Linguaggio esente da errori.

 

– Non si riconosce più sulle fotografie. Non riconosce nemmeno i suoi. Quando glieli si nominano, ha gli occhi luccicanti di gioia, meravigliato di scoprire di avere dei figli come se fossero appena nati.

 

– Scrivo nella speranza di scoprire qualche frase, appena qualche frase abbastanza luminosa e onesta da brillare quanto una fogliolina d’albero dipinta di luce e pettinata dal vento.

 

– Mio padre non ha più la preoccupazione delle apparenze. Più volte l’ho visto chinarsi come in adorazione davanti a dei malati particolarmente sgraziati e dire loro: “Lei ha un volto meraviglioso, non la dimenticherò mai”: È una scena che ogni volta mi sconvolge, come se l’infermità per un istante non fosse più nel campo di mio padre ma nel mio.

 

– La verità viene da così lontano per raggiungerci che, una volta arrivata da noi, è sfinita e non ha più quasi nulla da dirci. Questo quasi nulla è un tesoro.

 

– L’albero davanti la finestra e le persone della casa di lungodegenza hanno la stessa presenza pura – senza difesa alcuna davanti a quanto capita loro giorno dopo giorno, notte dopo notte.

 

– Alcuni fiori, vendemmiati dalla pioggia notturna, sono caduti su un tavolo del giardino della casa di lungodegenza.
– Mio padre li guarda.
– Ha negli occhi una luce che nulla deve alla malattia: bisognerebbe essere un angelo per decifrarla.

 
 
 
 

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