Charles Simic


 

Se in altre raccolte Charles Simic (Belgrado 1938, emigrato a 16 anni, poeta laureato negli Usa) può essere veramente urticante, con quel suo minimalismo che si interessa distrattamente solo agli insetti, visti o immaginati nelle più disparate situazioni (è un maestro della sprezzatura con il marchio del profugo, un mix esplosivo), nel “Cacciatore di immagini” del 1992 (da Adelphi nel 2005), riesce a catturare l’incanto del newyorkese Joseph Cornell morto 20 anni prima. Diceva Goffredo Parise: “Cornwell? Non saprei dire se è uno scultore, un pittore, un estemporaneo artigiano, o semplicemente un mago”.

Simic descrive le creazioni di Cornell con materiali raccolti durante i vagabondaggi per Manhattan: scatole di “simmetrie oniriche”, collage, sculture, filmati: cimeli teatrali e pappagalli, cartoline seppiate e bambole, mappe stellari e rami, cappelli di paglia, bolle di sapone.

Esiste una fondazione Cornell che raccoglie tutte le sue “alchimie combinatorie” e una galleria di immagini, per cui ha il copyright.

 

Pierangela Rossi

 
 

Una forza illeggibile

 

Cornell sapeva quello che stava facendo? Sì, ma in prevalenza no. Chi può davvero saperlo? Cornell sapeva quello che gli piaceva vedere e toccare. Quello che piaceva a lui non interessava a nessuno. Il surrealismo gli fornì il modo di essere qualcosa più di un semplice eccentrico, collezionista di bizzarrie varie. Le idee sull’arte vennero dopo, se mai vennero chiaramente. (…) Dada e surrealismo gli fornirono un precedente e la libertà. Penso soprattutto alla sorprendente scoperta che la poesia lirica può nascere da operazioni causali (…)

 
 
 
 

Poetica della miniatura

 

Forse il modo ideale per osservare le scatole è metterle sul pavimento e stendercisi accanto. Non sorprende che dalle scatole volti infantili ci fissino fino a confonderci, e che abbiano l’aria sognante dei bambini intenti al gioco. La loro è la solitudine felice di un tempo senza orologi dove i bambini sono i signori del mondo. Le scatole di Cornell sono reliquiari dei giorni in cui regnava l’immaginazione. C’invitano, com’è ovvio, a rivivere i sogni della fanciullezza.

 
 
 
 

Joseph Cornell non sapeva disegnare, dipingere o scolpire, eppure era un grande artista americano. Vagò per le strade di New York dai tardi anni Venti fino alla morte, nel 1972, rovistando nei negozi di libri usati, dai rigattieri. “Il mio lavoro è solo la conseguenza naturale del mio amore per la città” diceva. Un giorno del 1931 vide alcune bussole nella vetrina di un negozio e delle scatole in quello accanto, così gli venne in mente di metterle assieme (…).

(Segue un sorprendente quanto logorroico elenco di una pagina – che vi risparmiamo – di ciò che Cornell riuscì a mettere in una scatola intitolata a una “femme fatale”).

 
 
 
 

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