Campionature di fragilità – Melania Panico

Campionature di fragilità, Melania Panico (La vita felice 2015)

 

Campionature di fragilità è un libro di poesie edito da Melania Panico per i tipi delle Edizioni La vita felice nel 2015. Il prefatore, Davide Rondoni, in maniera generosa ma puntuale dice: Voi, Melania, non siete una poetessa dell’incanto ma della composizione. I pensieri e i versi si dispon­gono come pietre incastonate, l’invenzione è rapida, quasi rappresa, non amate costruire ambientazioni, descrivete poco, mettete sulla pagina come lungo un muro le pietre, o il pane sul tavolo. Versi che sono gesti. E forse – scusate l’azzardo – a volte mi pare ve li togliate dalla mente, dal petto, dalla vita, con una spe­cie di tremendo sollievo: averli messi dove dovevano stare, pezzi di vita fatti per essere dati, spostati fuori di voi dopo che in voi si sono – e a che costo – formati (ps: Il “voi” con il quale mi rivolgo alla poetessa non è altro che segno di rispetto e di desiderio che in quel tu altri poeti trovino casa e forza).

Se è vero che per fare di un libro di poesia un buon libro basta che ci siano due o tre testi forti se non memorabili, devo ammettere che in queste pagine si trovano alcuni versi che rasentano lo splendido:

 
Le ferite ci dimenticano
nell’immagine stucchevole del caldo
artificiale. Non ha senso declamare
secoli a mente
 
 
Costa di più scrivere
imprimere un non so che di ansante
toccare l’acqua senza spirito di salvezza.
 
 
L’inverno è un lungo ritrarsi degli occhi.
 

La poesia inoltre che dà titolo all’intera raccolta si presenta indiscutibilmente come una chiave di lettura, un preludio necessario a comprendere i testi e i sottotesti seguenti:

 
Si sciolgono grumi di incomprensione
le campionature di fragilità
hanno seguito la ferita gravida
si prestano al pensiero feroce
alla visione campale
lo strascico delle cose rapprese
è predisposizione alla cura
ricerca dell’ala guerriera.
Il peso da dare alle cose
lo scriviamo ad occhi aperti.
 

Non fosse per un particolare non irrilevante: tale testo è il penultimo della raccolta. Ma in fondo la Panico in Campionature di fragilità non lesina ribaltamenti e relazioni bilaterali rappresentativi del suo rapporto con il mondo e il suo tempo:

 
La casa di giorno ha sentore di verde
le foglie svegliano i piedi
la terra insegna i passi
per tributo alla vita.
Di notte la casa ha un vissuto che spaventa
la strada ancora sconosciuta
una cantilena ridà peso
al corso d’acqua verticale
si insinua nel tremolio delle rotaie.
Tra un minuto sarà tempo di restare.
 

Testo questo (nono della raccolta) che ne introduce uno intitolato (non a caso) Conclusioni:

 
L’inverno aveva già steso
pretese agguantate di neve
sul suo viso tumefatto
dimenticato il nocciolo
il punto fermo lasciato libero
poco prima.
Sul lastrico, le parole
saliva messa ad asciugare
tormento visivo
una costanza poco lieve.
Resiste da ieri
la malinconia grigia
che intaglia i suoni
marcia di disperazione,
il posto oscuro delle lacrime.
 

Ma se il restare per la Panico è quasi un misurare la posizione dello stare, le conclusioni non sono mai conclusive ma anzi aprono a nuovi cominciamenti a loro volta mai definitivi:

 
Ha raccolto gramigne dal solco
del suo io mutilato, a lungo,
ora l’orizzonte è un sentiero lineare
ai lati un orlo di rocce cucito a mano,
un intreccio di legami forestieri.
C’è un dirupo sulla strada verso casa,
ci si tiene stretti alla cartapesta
dipinta a mo’ di cielo
si patisce una sola volta ancora:
davanti agli angoli di uno specchio
appoggiato senza sforzo alla parete in fondo.
Dovrebbe essere tutto dritto, grato
le pietanze sul tavolo del tinello
le conversazioni a luce soffusa,
si bada a tutto, e niente resta.
 
 
 
 
Alla luce di quanto successo
poco fa stendersi su una scrivania intarsiata
le ombre fanno patti di sangue con le dita.
Decidi: è la danza della parola
o il tenero appartarsi
degli argomenti
davanti al bianco del foglio
a impostare il sacrificio del giorno?
L’inverno è un lungo ritrarsi degli occhi.
 

In chiusura del primo periodo dell’opera, dal titolo Cose accantonate, la Panico ispeziona il dramma della quiete evitando comunque di darsi una conclusione:

 
Infine la quiete ha un costo
un contrappeso
vacante, rincuorando reazioni accessorie
trema la linea che ci separa
ancora senza scolorire
incorpora le angolature avvizzite.
In piedi è di nuovo questo il dramma:
non riuscire a raccontare la calma.
 

Il primo testo del periodo successivo, intitolato Rinascite, non a caso parla di amore e di possibilità:

 
Accade lo stesso amore delle case vuote
un referto scritto sulla breccia dell’approdo
definitivo guscio senza peso di un bagliore
ora dissetare gli angoli degli occhi
è chiedere perdono all’acqua
filtrare il velo delle unghie con inchiostro.
Forse è questa la forma della soluzione
reinterpretare radici fangose, renderle gioia.
Potrei ricucire il modello pezzo a pezzo
scivolare intorno alla vista del fregio presente
adagiare le avanguardie alla finestra
eppure la pioggia disegna addosso
una specie d’agguato
dentro il freddo non arrossisce
si mantiene ai margini delle sue possibilità.
 

La chiusura del periodo, che è anche la chiusura dell’opera, dichiara il tentativo di possedere il ritornare pur osteggiato da una difficoltà che sembra essere insita nella parola stessa, nell’atto non solo dello scriverla ma addirittura del pensarla:

 
A costruirmi ragnatela su carta
con poche parole
l’inchiostro si asciuga
in fretta.
Con i capelli
faccio grovigli d’aria
e non sono pensieri.
 
 
 
 
Dovrebbero pentirsi le navi
di oltraggiare il porto
dovrebbero seguire il loro destino lieve
appoggiarsi come a un’idea.
L’isola è troppo distante, segnata
non si tocca con mano
finisce così il grigio
il ponte senza giunture
il nostro tempo fragile.
Lascia sulla porta le mani
senza impronte di riserva a contenersi
la via è sentiero senza ascolto
uno squarcio con luce.
Eccolo l’itinerario di ricostruzione
del buon tempo
quello affisso alle bacheche pensili
il futuro allineato sugli specchi
canto sedimentato da sobri
nelle fenditure delle cortecce
litania che trova spazio, si dà posto.
Si può incidere nei muri
la storia semplice
eppure il posto che spetta ai parolieri
è il guado incontrovertibile
arginato, arreso.
 

Un limite che più e più volte viene affrontato soprattutto nella sua espressione più evidente: la parola scritta.

 
È una vita che prova a dilatare conforti
la disumana forma del ricordo
alberga in pieghe poco sottili
anche un vetro assume fattezze incolmate
ora che il foglio diventa focolaio.
 
 
Non so qual è il verso
giusto
del foglio
il colore acceso
del corpo
 
 
nelle vene delle mani
disfatti gli anni
su un foglio bianco
non sostiene i passi.
Potrei lasciare a casa
gli aggettivi
avere cura del silenzio
ma l’inverno
si raggomitola nel grembo
infausto senza gemiti.
 
 
Decidi: è la danza della parola
o il tenero appartarsi
degli argomenti
davanti al bianco del foglio
a impostare il sacrificio del giorno?
 

Melania Panico non è una poetessa del dramma pur non ignorando la tempestosità della vita (Nelle vene / il repertorio / degli inchiostri / tenuti a riposare nei cassetti / mai veramente / un’attesa / ma arrampicata / tremenda / come insenatura) né è una poetessa della tenerezza pur avendo una delicatezza d’espressione mai sbilanciata verso l’eccesso (C’è del tenero / nelle rughe accavallate / del suo viso / la stanchezza è un’ombra / raccontata sottovoce. / Dimmi: / a dipingere la perfezione / a ritroso / che ruolo hanno gli occhi?). È una poetessa invece che si pone di fronte al foglio e così si chiede la posizione di fronte al mondo, alle sue ragioni. Una poetessa del continuo ri-cominciamento non tanto nella forma di una rinascita (perché anche questo titolo, come le conclusioni, tende a fuorviare il lettore dal punto della situazione) quanto di un necessario re-stare:

 
Trarre conclusioni affrettate
i piedi segnati sulla fronte
le licenze poetiche da smaltire
posizionarsi sul giro giusto di giostra
cavare fuori dal giorno un sì
è giusto così
l’intemperante ascesa dei tarli
la ragione ha radici nel terreno
si trattiene sempre
con le unghie sanguinanti
non abbraccia possibilità
ha bisogno di spiegare
la bellezza
muore dentro a un lago
di sudore
rigirandosi per lavare
le sue voglie.
 
 
 
 
Se il silenzio potesse parlare
farebbe crollare palazzi
o restaurerebbe
portoni infestati da tarli.
Ma il silenzio non può
parlare
e i palazzi resistono
e i portoni dei palazzi
sopportano la pioggia
restando muti
fino al prossimo
mattino.
 

Ho parlato di un punto della situazione, azzardando in questo una lettura del tutto personale e opinabile, e in qualche modo vorrei focalizzare tale punto attraverso i versi stessi:

 
Ti ho vista avvicinarti
alla gola stretta del fiume stamattina
ascoltavi gesti titubanti
masticavi l’aria intorno allo scialle.
Vedevo risalire gli spiragli frammentati:
restare a galla è la nuova prospettiva.
 
 
Troverò spesso rumore
da plasmare con gli anni
ma non è questo
che spaventa il senso
estremo dell’andare
provo a tenere strette al ventre
le pagine, singhiozzi
che non sanno appassire.
 
 
Tenera carne la mia
si spacca al sole
rinchiusa qui
con i rintocchi dei pranzi
a limitare i movimenti
cosa avrò in cambio del cumulo
tranquillo di resti?
 
 
Se ci attacchiamo ai cardini delle porte
il suono della tempesta fraterna
lascerà dentro un caldo-umido appartato
la spalla fragile delle pause.
 
 
lo strascico delle cose rapprese
è predisposizione alla cura
ricerca dell’ala guerriera.
Il peso da dare alle cose
lo scriviamo ad occhi aperti.
 

Sembra quasi che tale peso da dare alle cose sia motivo d’inquietudine per la Panico, sia un misurare i movimenti dell’ago della bilancia tra il restare e l’andare, o un non meglio definito vivere. Dove le pause, la quiete, rappresentano l’auspicio, ciò che si desidera:

 
Potrei lasciare a casa
gli aggettivi
avere cura del silenzio
 
 
Il mare dentro
ha voce frastagliata
non cantilena
ma fragile rocciosa
impavida messa
filo di pace
 
 
Il frutto della quiete
è in alto, offeso
dal lato serrato del giorno.
Sembrava perfetto
senza veli
e con le mani rarefatte.
 
 
È semplice la quiete
per chi non ha parole
che si arrampicano in gola.
 
 
Il silenzio tra noi
è un manto di parole
distese ad asciugare:
 
 
Sono questa adesso:
una melodia uguale a se stessa
percorso di una notte pretestuosa
la necessità di ritrovare casa,
riposarsi sui fondi di caffè.
 
 
io non so spiegare la poesia
un gatto silenzioso
entra nella stanza
la luce non disdegna
i passi
lo sento che gratta piano
contro la porta
i suoni sanno tenere testa al tempo.
 
 
Infine la quiete ha un costo
un contrappeso
vacante
 
 
In piedi è di nuovo questo il dramma:
non riuscire a raccontare la calma.
 
 
Può dirsi fretta rincorrere le ciglia con le dita
eppure anche qui riconosco la mia pace
l’incedere silenzioso del battito sulle vertebre.
 
 
Ora io auspico alla quiete di un albero
alle radici ferme di posa in opera
– la chioma accoglie l’aria senza amarezza –
a non mentire.
 
 
la necessità di ritrovare casa,
riposarsi sui fondi di caffè.
 
 
Se il silenzio potesse parlare
farebbe crollare palazzi
o restaurerebbe
portoni infestati da tarli.
Ma il silenzio non può
parlare
e i palazzi resistono
 

In fondo basterebbe leggere l’uno dopo l’altro i versi che trattano di calma, di quiete, pace, silenzio, per abbandonare il foglio bianco citato dall’autrice e trovare l’autrice stessa, il nocciolo a cui tende la sua poesia.

 

Alessandro Canzian

 
 
 
 
Altri testi tratti dal libro:

 
 

 
 
Ci sono sorrisi tenuti da parte
custoditi sulla bocca dello stomaco
brillano di luce propria
nel rumore sordo artificiale della strada.

all’entrata la tua sigaretta
il compromesso al percorso facile
in dispensa le cose accantonate
lasciate.
È una vita che prova a dilatare conforti
la disumana forma del ricordo
alberga in pieghe poco sottili
anche un vetro assume fattezze incolmate
ora che il foglio diventa focolaio.
 
 
 
 
Il corpo devastato dai silenzi
la voce slegata
lei urla sempre a tempo
lascia sul pavimento
capelli sparpagliati
e non appigli
ha colore di pietra
dice ricominciamo
all’erta a brandire l’arma del suo
è un momento sbagliato
, dice
un tunnel da cui non voglio uscire.
Non c’è estate,
forse questa volta ha ripetuto
l’estasi di sbieco
con la bocca serrata non fa paura.
Il frutto della quiete
è in alto, offeso
dal lato serrato del giorno.
Sembrava perfetto
senza veli
e con le mani rarefatte.
 
 
 
 
Non siede in me l’attesa
quel prodigio del sempre tenere
adagiarsi all’umido della storia.
Ora io auspico alla quiete di un albero
alle radici ferme di posa in opera
– la chioma accoglie l’aria senza amarezza –
a non mentire.
Sono questa adesso:
una melodia uguale a se stessa
percorso di una notte pretestuosa
la necessità di ritrovare casa,
riposarsi sui fondi di caffè.
 
 
 
 

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