Bruno Di Pietro

Bruno Di Pietro 1

 

Michele Paoletti intervista Bruno Di Pietro

 
 

Bruno di Pietro (1954) vive e lavora a Napoli esercitando la professione forense. Ha pubblicato: Colpa del mare (Oedipus Salerno-Milano 2002); [SMS] e una quartina scostumata (D’If, Napoli, 2002); Futuri lillà (Ibid., 2002); Acque/dotti. Frammenti di Massimiano (Bibliopolis, Napoli 2007); Della stessa sostanza del figlio (Evaluna, Napoli 2008); Il fiore del Danubio (Ibid., 2010); Il Merlo maschio (Laboratorio di Nola 2011); Minuscole (Il laboratorio di Nola 2016) “Impero” (Oèdipus,Salerno-Milano, 2017)“Undici distici per undici ritratti” (Levania Rivista di Poesia n° 6/2017).”Colpa del mare e altri poemetti” (Oèdipus, Salerno Milano 2018).

É presente nelle antologie Mundus. Poesia per un’etica del rifiuto (Valtrend, Napoli 2008); Alter Ego, Poeti al MANN (Napoli, Errico Ruotolo, 2012); Opere 1961 – 2007 (Fondazione Morra, Napoli, 2012). È redattore della Rivista di musica e storia“Il Re Pescatore”.Ha fondato con Mimmo Grasso la Rivista di arte, scienza e letteratura “Calibano”.

Con Gabriele Frasca, Mariano Bàino e Nietta Caridei ha fondato la casa editrice d’If.

 
 

Come nascono le tue poesie?

La mia scrittura (preferisco dir così poiché autodefinirla “poesia” lo trovo imbarazzante) trova la sua origine nella lettura. Ho letto (e leggo ancora occhi permettendo) tantissimo nella mia vita. E non solo di poesia. Con i libri ho un rapporto fisico. Mi piace toccarli. Mi piace riempirli di mie note. Mi piace scrivere sulle ultime pagine bianche, sul retro delle copertine , in calce , a margine. Dappertutto. Poi li riempio di foglietti con appunti. Poi trascrivo tutto in quaderni di cui sono gelosissimo. Tutto questo è la mia “officina”.

Ma “leggere” significa anche altro. Significa raccogliere, decifrare, interpretare segni. Significa “mettersi in ascolto di” tutto quanto è percepibile nel mondo che ti circonda. E su tutto quanto riesci a percepire esercitare il pensiero, la riflessione per cogliere anche l’indecifrabile.

Questo ascolto non è un’illuminazione definitiva (in caso contrario non avrebbe bisogno di parole per esprimersi) ma è piuttosto come il translucere del sole nella radura di un bosco. Vi è un termine che nel pensiero di Heidegger simboleggia e sintetizza questo tipo di illuminazione da cui traggono origine il pensare e il poetare: Lichtung, radura. Nella radura il pensare autentico è insieme poesia e filosofia.

Il mio scrivere ha origine da questo.

Mi potresti ora chiedere: ma il tuo “vissuto” , emozioni, amori, dolori ? Beh, hanno la funzione che in musica si definisce “basso continuo”.

 

Quali sono i tuoi autori di riferimento, quelli a cui torni quando inizi a comporre una nuova raccolta?

Vuoi sapere insomma cosa ho sul comodino. Resti sorpreso se ti dico che  c’è più filosofia che poesia? I testi di filosofia ce ne sono tanti che si alternano sul comodino. La parte del leone la fa la filosofia antica. Poi ci sono i testi di storia, ma, sta’ attento, soprattutto quelli di una storia che molti chiamano “minore”, nelle cui pieghe vado scavando e ricercando i soggetti della mia scrittura. Quanto alla poesia c’è il mio “testo sacro”: Thomas Stearns Eliot. Non solo le poesie ma anche i saggi. Poi i  poeti “del cuore”: Sanesi, Gatto, Sinisgalli, Giudici. Ho altri poeti che mi piacciono ma si alternano sul comodino come le stagioni (per non dire le maree).

Una precisazione. Hai parlato di “raccolta”. Io penso sempre che “un libro è un libro” non un insieme di testi. Deve avere un senso. Quando ho una idea precisa di ciò che intendo trasmettere tutti i testi del comodino sono funzionali a questo intento. E dal momento in cui l’idea c’è ti assicuro che non c’è altro.

 

Ti occupi, tra le altre cose, di rassegne e presentazioni di libri. Che idea ti sei fatto della poesia contemporanea italiana?

Sì, in questo momento curo, su una idea di Melania Panico insieme a lei e a Lia Polcari (che gestisce la storica Libreria delle Donne a Napoli “Evaluna”, e ti assicuro che tra queste due donne mi sento un Principe), di “Poesia in  Galleria”, incontri con cadenza quasi mensile con poeti italiani. L’idea che si va consolidando in me è quella di una poesia in cerca di una “bussola” nei tempi incerti e di transizione che viviamo. Senza entrare troppo in una discussione che ci porterebbe lontanissimo e avrebbe bisogno di spazi molto ampi, ti dico che la cosa più convincente e vicina a ciò che penso l’ho letta e sentita dire da Vincenzo Frungillo, che stimo come poeta e come “teorico” della poesia, che ti cito “Più che ampliare il campo dell’indistinto bisogna circoscrivere lo spazio della comprensione del mondo. La poesia in questo senso ha il compito di superare la fare conflittuale con l’esterno” (in “Teoria&Poesia, Milano 2018). Non dice solo questo, ma questa è già una prima indicazione utile oltre ad altre da approfondire. Utile dal mio punto di vista perché a mio avviso richiama i poeti ad una “assunzione di responsabilità” che anch’io mi auguro ed ho espresso con quel verso di “Impero” (edito nel 2017) che recita “Alle navi, Poeti!” (parafrasando Nietzsche della “Gaia Scienza”).

Sulla rivista frequenzepoetiche scrivi “Assegno alla mia scrittura quasi una funzione civile, di lettura attenta dello stato delle cose e di ostinato perseverante richiamo alla responsabilità degli intellettuali nell’epoca del minacciato naufragio del pensiero occidentale siccome pensiero del tramonto.” La poesia per te è dunque un atto di responsabilità.

Ho forse anticipato la domanda con quanto ti ho detto or ora. Ma aggiungo qualcosa a quanto detto. L’intellettuale, poeti inclusi,  è caduto nella rete dell’autopromozione:pensa a se stesso e non a ciò che dovrebbe guidare un processo di critica del sistema, sia all’interno di un’organizzazione (partitica o politica), sia al di fuori. L’intellettuale, sostanzialmente disimpegnato, non interviene, non si espone. È morta la domanda di senso. I poeti guardano il loro ombelico, leccano le proprie o altrui ferite, celebrano requiem.  I narratori ambientano storie d’intrattenimento o saghe poliziesche come se in ogni strada di quartiere ci fossero un inafferrabile serial killer e un affannato commissario di polizia che indaga. Quasi mai che si affondi la lama sui diritti umani, sulla tragedia di un Mediterraneo ridotto a  lago dove galleggiano cadaveri, sulla tempesta dei mercati, degli apparati di guerra, sulle minoranze etniche, sulla povertà: sulle spie, cioè, di un’Italia oggi  alienata, dove bisogna vergognarsi di avere studiato.

Emanuele Kant, quasi in chiusa del trattato “Per la pace perpetua” detta un articolo segreto che così dice «Le massime dei filosofi sulle condizioni di possibilità della pace pubblica devono essere consultate dagli stati armati per la guerra.». Insomma non è desiderabile che i Governanti filosofeggino o facciano i Poeti, né che Filosofi e Poeti governino ma che siano consultati è doveroso.

Io ho provato con “Impero”(Oèdipus Ed. 2017) a dare una qualche “clausola di uscita”. Valga almeno il richiamo :“Alle navi, Poeti!”.

 

Parliamo di Colpa del mare e altri poemetti (Oèdipus, 2018). Ci vuoi raccontare come si è composta questa raccolta, qual è stato il percorso di scrittura?

Il progetto di scrittura di “Colpa del mare” nasce negli anni ’90. Di esso ho dato conto amplissimo nella intervista rilasciata a Rosa Pierno e apparsa proprio in questi giorni nel n°1/2019 di “Versante Ripido” alla quale rinvio per l’approfondimento.

Nel 2002 il nucleo fondante dell’intero progetto viene pubblicato da Oèdipus. Il decennio successivo (fino al 2012) vede l’uscita di tre poemetti (“acque/dotti. frammenti di massimiano”(2007) “Della stessa sostanza del figlio” (2009)  “Il fiore del Danubio” (2010) ). Gli anni 2012-2016 sono gli anni di composizione di “Impero” (che viene pubblicato nel 2017).

“Colpa del mare e altri poemetti” (2018) non è né una raccolta né una antologia ma , nelle intenzioni, un unico solo libro con la ricerca di un senso che lo tiene compatto dall’inizio alla fine. E aggiungo che io considero  “Impero” la parte (forse) finale di questo progetto. E chissà se un giorno……

Ho detto, nell’intervista che prima ho citato ”… ritengo essenziale l’osservazione e l’ “ascolto” della realtà. E quindi anche delle passioni, dei sentimenti, delle relazioni sottratte però ad un esercizio di triste elegia, e , proprio per questo mi rivolgo alla Storia. Che è lo spazio in cui viviamo , la casa , il paesello, la città, il mondo.”.  Questo è lo spazio della mia ricerca. Il progetto che fin qui mi ha sostenuto per circa 30 anni. Qualche idea, meglio sarebbe dire qualche speranza, per il futuro è in gestazione.

 

Nella prefazione del libro Alfonso Amendola e Barbara Cangiano scrivono che “L’opera di Di Pietro […] Brilla all’ombra dei classici.”. Vuoi spiegarci la ragione di questo legame così forte e imprescindibile?

Ti ho appena detto del ruolo che ha la Storia nel mio scrivere. E nella Storia all’inizio ci sta l’antico e come dice Hegel ciò è tanto più vero quanto più antica ne è l’antichità. Da qui il legame imprescindibile con i classici se pensi che l’intero libro inizia nel VI secolo a.C.

E poi la frequentazione degli “inizi” mi occorre per fugare una delle mie costanti preoccupazioni.

Vedi, Hegel sostiene, nei “Lineamenti di filosofia del diritto” , che la filosofia è simile alla “Nottola di Minerva” (una specie di civetta, uccello sacro alla dea della sapienza) che inizia il suo volo solo al crepuscolo, quando il sole è già tramontato. Il filosofo con questa metafora vuole dire che la filosofia sorge quando una civiltà ha ormai compiuto il suo processo di formazione e si avvia al suo declino.

Io ho sempre avuto, fin da giovanissimo, l’ambizione di cambiarlo il mondo. E in un verso di “avari fiori” (una sezione di “Colpa del mare”) dico amaramente “il pensiero arriva sempre tardi”. Ebbene sappi che in tutta la mia vita, fin quando ci sarà, io cercherò di fare in modo che la nottola di Minerva non inizi il suo volo solo al crepuscolo.

 
 
 
 
Colpa del mare VII
 
Io rifiuto la questione trita
per cui una cosa deve avere inizio.
Ti aspetto sul ciglio della vita
nel luogo dove non c’è giudizio
né perdita o profitto se le dita
indugiano ai capelli al vizio.
Ti aspetto ai margini nell’interstizio
nel vento inquieto della via d’uscita
dalla paura di cui sei l’indizio.
 
 
 
 
 
 
Acque/dotti (frammenti di Massimiano ) VI
 
e si dissolve questa inquieta sera
fra i silenzi che l’unico gabbiano
oltre le onde identiche lontano
squarcia cercando la sostanza vera
(emerge preda ignara delle ali:
il mare lascia angoscia nei fondali)
 
 
 
 
 
 
Eleatiche IV
 
ma quale origine gli vuoi trovare
a quell’affanno che ci ha fatto soli
chi cerca nella terra chi nei voli
il nome il segno il modo di parlare
 
se appartiene al silenzio allo sguardo
al fruscìo dei salici in ritardo
sull’autunno narrare il volere
di te di noi in queste lunghe sere:
 
chiamarti è la deriva degli intenti
se non so dirti il poco né l’intero
(le parole confessano indigenti
la poca confidenza con il vero)
 
 

I testi sono tratti dalla raccolta Colpa del mare e altri poemetti (Oèdipus, 2018).

 
 
 
 

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