Breviario di Metrica – Presentazione


Questa rubrica tratterà, con un approccio eminentemente “operativo”, lo studio sintetico della metrica italiana, alternando alcuni interventi di stampo divulgativo ad altri in cui si proporranno alcuni “esercizi”.

Si affronteranno le regole principali che sottostanno alla scrittura in versi, gli schemi accentuativi consolidati, e anche qualche adattamento di versi appartenenti alla tradizione classica.

Il tutto corredato da tabelle, schemi ed esempi.

Gli esercizi avranno un respiro più ampio, e tratteranno anche fenomeni attinenti all’eufonia, all’espressione e alla forma, e dunque: bel suono del verso, figure retoriche e forme chiuse.

Sia chiaro: questa impostazione tradizionale non vuole suggerire che per fare poesia sia necessario utilizzare questi strumenti, ma solo che essi non possono essere ignorati, e che per leggere (e a maggior ragione scrivere) consapevolmente in versi, credo sia necessario averne piena conoscenza.

Cominceremo in medias res da alcune regole generali sui versi italiani.

I versi italiani si distinguono da dove cade l’ultimo accento all’interno di essi. Non mai dal numero di sillabe che li compongono. Questo perché un verso può terminare in parola sdrucciola, piana o tronca (ovvero con l’accento sulla terzultima, penultima, o ultima sillaba). Un esempio?

 

Io qui non sono.

[Io/qui/non/sò/no]

 

Lui qui non è.

[Lui/qui/non/è]

 

Non si può essere.

[Non/si/può/ès/se/re]

 

Questi tre versi sono tutti quinari, perché l’ultimo accento cade sulla 4° sillaba metrica. Ma il primo è piano (una sillaba atona dopo la 4°), il secondo è tronco (nessuna sillaba dopo la 4° tonica), il terzo è sdrucciolo (due sillabe atone dopo la 4°).

Perché tutto ciò? Per creare varietà ritmica con alternanze ben congegnate, come è possibile fare nell’ode-canzonetta o nella strofa alcaica.

Ricordo che, se gli accenti secondari possono essere cambiati in base al proprio gusto ritmico, quelli fissi non andrebbero modificati, altrimenti il verso sarà non canonico, e, oltre a risultare “errato”, la sua lettura sarà penalizzata da un punto di vista musicale (cfr. per completezza, le “licenze” della sistole e della diastole, ovvero i casi in cui un accento viene spostato dalla sua sede naturale per esigenze metrico-accentuative: ad esempio, “oceàno” o “Ettórre”).

Senza entrare nei dettagli delle leggi fonetiche, che richiederebbero una trattazione ben più ampia (per quanto attiene la formazione di dittonghi, iati, vocali dolci, aspre, ecc.) si inizierà ad affrontare l’argomento a partire dagli incontri di vocali e dal corretto computo delle sillabe metriche.

A tal fine, si consiglia sempre di verificare il rapporto tra sillabe atone e toniche, e di soffermarsi sulle singole emissioni di voce in caso di dubbi.

 

Mario Famularo

 
 
 
 

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