Ascetica del quotidiano – Biagio Accardo


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Ascetica del Quotidiano, Biagio Accardo (Samuele Editore 2019, collana Scilla, prefazione di Massimiliano Bardotti).

In quest’ultima raccolta, Ascetica del Quotidiano (2015-2019), lo stesso titolo scelto dall’autore ci dà in sé l’indicazione dualistica per una diversa ricerca lirica e un’ ulteriore riflessione articolata in contenuti nuovi, a complemento quasi, rispetto alle precedenti. “Ascetica” intanto per un cristiano, in particolare, rinvia ad una sua speciale esperienza volontaria formativa, nel corpo e nella mente, con la pratica catartica/purificatrice della rinuncia a beni materiali e a piaceri mondani per un’ascesi spirituale personale verso l’alto attraverso uno stato contemplativo mistico-estatico sublimante, oltre la materialità sensibile.

Ascesi, storicamente prima allusa in Plotino, con l’estasi/liberazione neoplatonica dell’anima dal corpo (III sec. d. C.), infine nel cristianesimo, dal medioevo, significò supremo autoperfezionamento terreno ed elevazione spirituale della persona umana cristiana verso il divino. Nel titolo viene collegata ad ascetica la parola quotidianità, intendendo far risaltare in modo originale, così unificandole, una duplice significazione correlata fra esse: di cui una riferentesi all’alto, divino, e l’altra al basso, umano terrestre. Entrambe così composte, quali corrispettivi parametri comprensivi, sono funzionali a modulare il destino dell’uomo, credente, avviabile verso una sua maggiore perfezione interiore spirituale e ad un raccordo personale sia al sacro-divino universale (per la mistica visio Dei cristiana) sia alla materialità biofisica e alla terrestrità.

La cifra retorico-stilistica primaria che appropriatamente spicca nel titolo è la figura duale dell’ossimoro, in cui stilisticamente due realtà contrastanti/diverse s’incontrano e si armonizzano unitariamente, superando una loro contraddizione concettuale originaria. Oltre al sistematico impiego dell’ossimoro, Accardo articola il linguaggio poetico strutturandolo (per riflettere, cogliere, simboleggiare, comunicare esteticamente i suoi significati) con enumerazioni (di parole; di sintagmi nominali, aggettivali, verbali; di iterazioni, anafore …) spesso in sé asindetiche, o ellittiche, con sparse focalizzazioni espressivo-rappresentative (su oggetti, immagini, ricordi, figure umane, percezioni, squarci paesaggistici…) e con stilemi ora allusivamente connotativo-simbolici ora denotativo-crepuscolari.

Penetrando nei versi, vi si può cogliere, secondo l’autore, per l’uomo, come medium variamente modulato, il “viaggio”, l’occasione esistenziale cercata per un suo ideale ritorno/nòstos più diretto verso Dio, ora parvente come un proiettivo “diverso io”, allocandosi in un “altrove”, visto come parte personale spettante di un tempo senza età/eternità nella realtà/vita quotidiana e pure dentro l’io. L’autore evoca per giungere alla conoscenza di questa entità, “l’altrove”, una strada, un cammino, un percorso, il viaggio esperienziale nella prospettiva, anche asimmetrica, di “essere attraversati” dalla vita fortuitamente (“è la vita stessa che viene a trovarmi”) e, imprevedibilmente, di venire visitati dal mondo e avere l’occasione/prova così per un richiamo a voler/poter scalare ogni ostacolo/dubbio per “scendere” verso Dio. Uno speciale andare/scoprire invero in sé pure ossimorico questo (scalare/scendere), per cogliere il polimorfico senso alto/basso che viene attribuito a Dio/Logos-Verità, in modo che così possa stabilirsi un ubiquo gratificante aggancio legante, un ponte, con il proprio “altrove”, ideale porto anche, che accolga in sé ogni esperienza vissuta, pur comprensivo di “ombra, tramonto, domanda…”: parametri simbolici questi d’incertezza, di attesa, del non-concluso esistenziale come può capitare a tanti esseri umani indecisi presi dal dubbio.

Accardo ha quale guida-base per la sua ricerca, “per sapere chi siamo veramente”, una ricognizione lirica che sonda l’interiorità umana per meglio conoscerla/capirla in profondità: così mira infatti a svelare, precisare, rappresentare della vita, vissuta e osservata in tanti momenti personali, pur frenati dal dubbio che sorprende, l’identità più autentica umana proiettata e calata nella quotidianità esistenziale più usuale. Quotidianità con le sue positività/negatività, le sue banalità, le sue contraddizioni incerte, le inevitabili casuali falsificazioni percettive, i convincimenti irreali, i vani riflessi condizionati/condizionanti, tutti fattori comportamentali che accaduti, o meno, sommati nella vita di ciascuno raffigurano insieme la somma algebrica esistenziale e personale più autentica di ognuno. Da qui il particolare richiamo e la scelta per l’uomo a “raccogliersi”,  predisporsi ad appellarsi a tutte “le lande” della vita, per potersi mettere alla prova con se stesso e potersi conoscere anche attraverso una ispirabile presenza del divino: anche se Dio possa apparire mancante…nel criptico silenzio degli eventi e quasi un baluginante miraggio nel deserto…, significante però comunque una propria ineffabile, misteriosa, sfumata orma sottesa nel mondo vivente e nella mente umana stessa dubbiosa.

Dallo stato di umiltà esistenziale/essenziale umana personale però si può avere, secondo Accardo, non solo un’ascesi scontata verso l’alto, quanto un’altra ascesi alternativa ad essa, capovolta, dall’alto verso il basso: un paradosso concettuale/teologico questo e in sé significativamente ardito. Un innovativo ribaltamento invero anacronistico ma poeticamente plausibile, anche se si prospetta al contrario l’esito dell’evento storico-chiave cristiano nel senso del dio, che si è fatto uomo per far ascendere/elevarsi l’umanità alla perfezione e all’eternità, e cioè che possa essere l’uomo stesso – se vuole confidando – con le proprie forze a provare a seguire come protagonista di sé l’esempio cristiano per eccellenza nel cercare una personale perfezione sulla terra, scendendo in essa, immergendosi nel mondo materiale con tutti i suoi problemi e per riparare possibili contraddizioni. Ma il corpo e la mente dell’uomo, che sceglie di volerlo fare, “per amare il mondo e non tradirsi” vanno asceticamente esercitati così alla potatura/rinuncia e all’autocontrollo delle pulsioni interiori emotive e delle allettanti occasioni materiali esterne fuorvianti. Agendo così gli uomini possono conseguire un positivo equilibrio personale, idoneo ad avviare la loro coscienza verso un proprio più compiuto “altrove”  riconoscibile come segno di un’eternità sentita-creduta aldilà del tempo e dello spazio e intuibile anche come un accogliente infinito/àpeiron senza confini.

Questa entità “infinito” riesumato archeolinguisticamente come terrestrità/polvere/realtà materica universale (da Anassimandro) (G. Semerano, L’infinito, 2009) suggerisce oggi di poter significare epistemicamente due entità unificate in un unico spazio-tempo senza confini e riferentesi a due realtà connesse – l’infinita dimensione temporale e l’infinita dimensione spaziale bio-fisica –  fra loro unitariamente correlabili insieme con il legame spazio-tempo e superabili una inveterata visione dualistica tradizionale metafisica. Un pendant chiarificatore per questa interpretazione soprattutto è proponibile alla luce degli attuali esiti della scienza astrofisica contemporanea sulla realtà complessa illimitata dell’unificato quantistico spazio-tempo einsteiano infinito. Questa entità scientifica – in sé insieme contenente e contenuto, cosmico e terrestre – è correlabile pure con la lontana visione neoplatonica tardo-antica (III-VI secc. d. C.), tendente a ricomporre il tutto nell’uno, a cui è possibile concettualmente anche accostare l’altrove (= infinito/terrestrità unificato) riscontrabile nella presente ricerca poetica. Ma a una prospettiva locativa monistica, contro l’idea neoplatonica antica della “materiaanti divina, è però riconducibile l’attuale multiforme “quotidianità”, come la concepisce Accardo, comprendente positivamente cose materiali banali, oggetti umili, scarti e materiali usuali qualsiasi “… questo sasso…questo legno…il grano di polvere…”, “…la polvere aiuta  a capire…”. Questi, definiti dall’autore come sortilegi, incantesimi che sembrano abbagliare al posto dell’eterno, possono invece essere interpretati anche quali elementi/eventi materiali e pezzi autentici di tempo senza età e limiti nella su citata dimensione unificata/unificante spazio-tempo infinito, che abbraccia e contiene nella sua totale comprensività ogni realtà materiale qualsiasi e l’universo cosmico in tutte le dimensioni e direzioni (cfr. C. Rovelli, L’ordine del tempo, 2017; J. Baggott, Origini, 2015-2017).

Un’impostazione originale, questa formulata per la molteplice materialità sensibile che, pur in chiave poetica, intende  rappresentare variamente un rapporto storico quanto più concreto/positivo e organico possibile nell’unione fra l’umano e il divino, ma non solo. L’essere/trovarsi qui (nella quotidianità terrestre materiale…) e l’altrove/logos/eternità, che nello spazio-tempo infinito danno ispirative prove di sé (cfr. Sono qui sono altrove…) per l’autore costituiscono però un assillo, un rovello interiore quando l’uomo, legandosi positivamente al mondo materiale della quotidianità più dozzinale e comune, venga istigato all’incertezza per i suoi ineludibili perché senza risposta… Secondo Accardo pare infine che resti riservato all’uomo, nella dialettica confinaria fra la vita e la morte, prevalentemente la memoria/conoscenza dei fatti, delle cose e degli eventi che lo riguardano, e che costituiscono “il resto della vita”, quando il presente ineluttabilmente diviene passato e poi stratificandosi in antichità: spazio-tempo infinito che può divenire storia a seconda se si tratta di uomini e di eventi degni di venire monumentalizzati o di oggetti/elementi e fossili a cui, venendo alla luce delle scoperte, l’archeologia e la scienza pongono domande conoscitive con o senza risposte. Memoria che pare così aspettare di venire ogni tanto riesumata come storia funzionale a far ritornare a rivivere o a riprodurre nello spazio-tempo infinito svelabile il mondo quale è stato, che nessuno può più cambiare, e quello futuro che vorremmo possa avvenire secondo i nostri desideri, però poco sapendo. Le cose della quotidianità e le pieghe della vita significano il senso del divino demiurgico come “padre e madre insieme” ma all’autore Dio pare non dire: gli sembra un ineffabile “essente” genitoriale universale con cui tocca commisurarsi, come con un parametro algoritmico, all’angoscioso senso della limitatezza umana individuale, che priva di un  qualcosa vuole acquisirlo o integrarlo/completarlo tramite la sua idea portante.

La via tradizionale percorribile dall’uomo, per relazionarsi al dio demiurgo, ancora oggi sembra essere l’affidarglisi e il legarglisi ritualmente con fidente religiosità. Ma è ammissibile una religiosità, in sé strada ideale conoscitiva, praticabile fuori da ogni ritualità, che nella mente umana serva a collegare, a cucire, a co-unificare pensieri, sentimenti, terra e cielo tramite l’altrove/logos/eternità con le cose terrene anche più umili dello spazio-tempo infinito, pur essendo le capacità antropologiche dell’uomo limitativamente evolvibili. Infine Accardo con speranza e moderazione si rivolge all’uomo di ogni giorno, e a se stesso, ribadendo “…non voler sapere tutto…ama il tempo che ti è dato…”, cifre gnomiche classiche queste della sapienza antica, e sempre attuali, sui limiti insuperabili per l’uomo, quando per il proprio destino egli si vuole confrontare col mondo o col caso, anche inoltrandosi oggi per la conoscenza oltre la terrestrità nell’universo cosmico, ma sempre navigante a vista fra “aspre montagne” esistenziali pur dinnanzi alla quiddità di una sovrarealtà incommensurabile ma intuibile da ogni essere umano, credente o no.

Vito Spina

 
 
 
 
Andare in pezzi, osservare, osservarti –
come se già avessi messo il piede
su una terra sconosciuta,
come se la cosa
non ti riguardasse più.
Oppure agitarsi, fino ad imprecare
contro chi avrebbe dovuto essere lì,
in quell’attimo, e invece non c’è,
come non c’è mai stato.
 
Terza possibilità: raccogliersi, provare
a richiamarsi; appellarsi
a tutte le lande della vita
e vedere se rispondono, se corrispondono
a essere una sola cosa con quello
che in un momento ci è chiesto di vivere.
 
Sono pochi gli attimi in cui possiamo
sapere veramente chi siamo.
 
 
 
 
 
 
Ho dimenticato il numero delle missive
che ti ho inviato, ma continuo
a scriverti come si scrive di un fratello
che si è perduto, di un fratello
che si sa che c’è e di cui nessuno
ci ha mai dato notizia.
 
 
 
 
 
 
La strada provvede ai nostri bisogni.
Il viaggio ci vuole poveri,
non ingombri: né del passato
né del futuro. La strada
è il dono – una mela selvatica,
un pruno da cogliere,
una mora su un ciglio petroso.
 
La strada chiede occhi limpidi,
chiede che il mondo possa visitarci.
La strada è una continua perdita
 
di ciò che non è necessario.
 
 
 
 
 
 
Amare il mondo e non tradirsi:
sembra che la bellezza ci aspetti
come aspettava Davide
sul tetto di una terrazza.
 
Bisogna lasciare che la bellezza ci sfiori
e non ci strappi a noi; bisogna
che la bellezza ci carezzi
e non ci divori. Bisogna imparare
ad amare qualcosa che non può riamare.
 
 
 
 
 
 
Cancella il suo nome da tutte le porte,
se restano chiuse.
Fondi le chiavi se non aprono stanze.
Ma non fissare l’ora del suo arrivo.
Giunge quando è l’ora.
Giunge quando è tempo che una foglia si apra,
quando una ciliegia è pronta a cadere,
quand’è solo da cogliere e da mangiare.
 
 
 
 
 
 
Rifare ogni giorno il mondo in noi
è volontà che c’insegue.
La senti come una piega nel vestito
un sassolino nel sandalo
un corpuscolo nell’occhio.
 
Tutto è sempre fermo alla stessa ora
alla continua prova:
fare ciò che è sempre atteso
qualcosa che sai e intanto non sei.
 
 
 
 
 
 
Non intorbidirti con me, resta alta,
lontana, resta tua; però ti prego
non preservarti, dividiti ma resta una;
alloggiati nei distretti della vita,
ma sappi sempre dove tornare;
accompagnati a ciascuno di noi
e resta fedele al gradino della tua casa.
È alta la tua scuola, sa di orizzonti
che si sfanno, di cieli che si stingono.
Tu passi col tuo piede leggero,
invaghita solo di ciò che non muore.
Insegnami tu il tuo sguardo, insegnami
a vedere, a guardare dove già è oltre.
 
 
 
 

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