Apologia di un perdente – Marco Vetrugno


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Apologia di un perdente, Marco Vetrugno (Elliot 2018).

 

Ezra, il protagonista di questo monologo in versi, è un perdente. Nel senso che ha perso qualcosa, qualcuno. Forse ha perso contatto con la realtà o non sa che farsene. Interagisce o finge di interagire con un teschio che probabilmente è il ricordo della compagna morta e tra le mani ha quello che sembrerebbe essere un bambino in fasce. Il monologo assume il ruolo di un dialogo con se stessi che non porta a soluzione. Non per caso è ambientato in un museo e a ogni atto il protagonista si relaziona con un’opera d’arte diversa, salvo poi rendersi conto che non c’è una vera interazione e che tutto resta immobile. Il museo è il luogo archetipico della cristallizzazione. Il tempo è fermo e ogni idea di movimento sembra essere scomparsa se non per ultimare le cose.

Già dal primo atto si intravede quella che sarà la linea guida dell’opera, ovvero una riflessione e in seguito una interiorizzazione del disincanto: “Fermati, Ezra, non vedi che non c’è nessuno ad ascoltarti? Non vedi che sei solo?”.

Il sentimento che lega Ezra alla sua umanità è la stanchezza. Il protagonista e insieme il lettore, sono proiettati più volte in un senso di smarrimento di fronte a domande a cui non c’è veramente risposta ovvero una risposta che si confonde nello sguardo dello stesso Ezra verso le opere d’arte, le quali diventano specchio di questo smarrimento: “ io ho avuto la mia parte di spirito/ e un pezzo di carne/ ho avuto le mie zanne/ le mie care zanne/ ed è solo grazie ad esse/ se sono andato avanti/ solo grazie ai morsi/ ai morsi/ e tenetevelo/ tenetevelo pure lo spettro della speranza”.

Ezra è un uomo (se uomo) che ha provato e ha perso. E ora questa perdita diventa opera d’arte essa stessa. È una perdita che deve essere raccontata e sublimata: “Si paga, si paga tutto, questa militanza alla vita, questo apprendistato alla morte”.

“Vi prego, datemi la misura” urla a un certo punto il protagonista. È la misura dello stare con gli altri o con se stessi quando tutto è perduto. È la misura del comunitarismo che non ha più senso. Anche l’Altro subisce la condanna che era già prestabilita. L’atto centrale dell’opera è infatti la “consegna” del ricordo della compagna. Ezra inserisce il teschio della compagna nel quadro che gli è di fronte (Occhio, Maurits Cornelis Escher). Nel creare contatto tra i due mondi ne stabilisce la distanza e l’addio. Scompare poi del tutto anche l’ultimo baluardo.

Siamo di fronte a un libro complesso e bello, difficile perché indagatore degli stati più reconditi e “negabili” dell’animo umano: quelli che raccontano il niente, il nulla e a che costo.

Melania Panico

 
 
 
 

Dal I atto

 
(…)
Io sono l’ultimo della mia razza
io sono l’ultimo
e questo
questo neonato
che cullo fra le mie braccia
questo abominio
questa creazione slegata
questo battito sordo
nulla ha a che fare con me
Urlando:
Nulla!
Rivolgendosi al teschio:
Io sono malato
malato
o tremendamente sano
che importa
ma non mi distraggo
lo sai
non mi di/strag/go
e non guardarmi così
non spaventarti
per Dio
non spaventarti
che io non ho mai trattenuto nessuno
che io non trattengo più niente
niente
L’alba è arrivata
vedi?
Ma qui è ancora buio
buio
Questo museo
che mi ha ospitato per anni
ora mi è ostile
mi allontana
ma io non so più dove andare
io non so più niente
Niente
 
 
 
 

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