Annalisa Ciampalini

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Michele Paoletti intervista Annalisa Ciampalini

 
 

Annalisa Ciampalini è nata a Firenze nel 1968. Ama da sempre la poesia e la matematica, la musica e la natura. Nel 2008 ha pubblicato la raccolta L’istante si dilata con Ibiskos Editrice, nel 2014 la raccolta L’assenza edita da Ladolfi Editore. Suoi contributi appaiono su diverse antologie edite da Fara editore. Insieme a Giancarlo Stoccoro ha contribuito al libro Pierino Porcospino e l’analista selvaggio (ADV Publishing House 2016) volume che raccoglie testi di diversi autori. Il suo ultimo libro è Le distrazioni del viaggio (Samuele Ed. 2018)

 
 

Come nascono le tue poesie?

I miei tentativi di comporre versi risalgono a quando ero bambina. A quel tempo le poesie, pensieri semplici e infantili, nascevano come una magia, all’improvviso, e trasformavano, per un certo intervallo di tempo, la realtà. Negli anni ho attraversato varie fasi, e adesso le mie poesie nascono in seguito a periodi di concentrazione e di isolamento. Sono lenta nello scrivere, ho bisogno di uno spazio mentale tutto mio e non lo ottengo facilmente poiché sono incline a perdermi, a distrarmi. La lettura di testi poetici o di un certo tipo di prosa mi aiuta nella concentrazione. Di solito mi appunto frammenti di versi, accostamenti di parole che suonano bene o che in quell’istante mi sembrano risaltare per verità o per l’immagine che evocano. Queste parole generalmente stanno sulla carta per un bel po’ di tempo, come fossero dei semi in attesa di germinare. Poi, da lì, qualche poesia sboccia, ma non sempre.

 

Parliamo de Le distrazioni del viaggio (Samuele ed., 2018). Vuoi raccontarci quali sono queste distrazioni?

Il titolo del libro, Le distrazioni del viaggio, non deve essere per forza inteso alla lettera. In questo caso specifico il termine viaggio corrisponde al procedere consueto della persona attraverso i giorni, alle sue azioni, al suo pensiero. Potremmo anche dire, facendo un piccolo passo verso l’astrazione, che il viaggio coincide con la persona stessa, in quanto le sue azioni e il suo pensiero la identificano totalmente. Anche se un individuo stesse sempre immobile e non pensasse, il suo essere al mondo forma una traccia ben precisa, un’impronta dinamica dell’individuo, quello che ho chiamato viaggio.

Le distrazioni del mio viaggio sono pertanto le distrazioni da me stessa. Sono quegli attimi anomali, forse sempre illusori, in cui ci sentiamo meno vincolati alla nostra mente e proiettati verso l’osservazione dell’altro, predisposti a immaginare il mondo dell’altro. Detto così può sembrare artificioso ma la mia forma mentale e le mie esperienze quotidiane mi hanno portato spesso a sentirmi limitata: la nostra mente è unica e ci identifica, ma allo stesso tempo ci dà solamente la nostra versione del mondo, reale o immaginato che sia. Ci rende esseri irripetibili ma anche impossibilitati a vedere completamente l’altra persona, talora un po’ impacciati nell’ascolto. La comunicazione verbale non sempre è capace di colmare questo stacco tra individui. Spesso mi sono sentita stanca del mio modo di pensare e di immaginare, e contemporaneamente affascinata e incuriosita dalle menti altrui. La lettura, specialmente la lettura di poesie, mi aiuta a riposarmi nella mente del poeta che leggo, mi lascia intravedere una traccia del suo pensiero, delle sue emozioni. A questo proposito mi piace riportare una citazione di Schrödinger, il grande fisico austriaco, uno dei padri della meccanica quantistica. Egli afferma: “La ragione per cui il nostro io senziente, percettivo e pensante non è mai presente all’interno della nostra visione scientifica del mondo può essere indicata con poche parole: perché l’io stesso è quella visione del mondo. È identico all’intero e perciò non può essere contenuto in esso come sua parte” (Mind and Matter, 1958).

 

Quali sono gli autori che ti hanno accompagnato durante la scrittura di questa raccolta?

Ho scritto buona parte del nucleo di questa raccolta negli spazi bianchi dei libri. La lettura mi invoglia a scrivere, così scrivevo frammenti di versi vicino a quelli dell’autore che stavo leggendo.

Tra gli autori che hanno accompagnato la scrittura di questa raccolta posso citare Tomas Tranströmer, Wallace Stevens, Bruno Galluccio, Silvia Bre, Katherine Larson ed altri meno noti ma che ho apprezzato moltissimo. Contemporaneamente leggevo testi di Werner Heisenberg, J. Robert Oppenheimer e Jeremy Bernstein che sostanzialmente riguardano il pensiero che ha accompagnato la nascita della meccanica quantistica.

 

In queste poesie si percepisce una certa attenzione nei confronti dell’architettura del mondo. Grandi archi [che] uniscono le case, la misura delle ombre, archi allungati del cielo.

Sì, è vero. Hai fatto bene a farmelo notare. Non sono una letterata, ho studiato matematica e insegnato questa materia per molti anni, talvolta insieme alla fisica che amo moltissimo. La quotidianità contribuisce a formare e a consolidare la forma mentale di una persona, e credo che il mondo matematico, con tutte le sue misure, classificazioni di figure geometriche, relazioni, astrazioni ed altro ancora, abbia influenzato il mio sguardo sul mondo nonché il mio linguaggio. La necessità di misurare aree e perimetri e via dicendo è stata uno dei motivi per cui è nata la matematica. Successivamente la pratica di misurare si è estesa, ha preso in considerazione un mondo molto più ampio rispetto al territorio che ci circonda, sono state misurate distanze grandissime e piccolissime, soprattutto per quello che riguarda la fisica. Siamo giunti a parlare di grandezze infinitamente grandi e infinitamente piccole, a definirle compiutamente. Credo che tutto questo possa portare ad un’attenzione particolare per quello che tu chiami, in maniera molto appropriata, architettura del mondo. È naturale che nei versi, alcune forme e misure possono riferirsi a cose che non hanno forma e neanche si possono misurare.

 

Si avverte spesso nei tuoi testi anche una mancanza di equilibrio, uno sbilanciamento delle cose. La tua ricerca poetica tende ad un certo equilibrio o è una presa di coscienza dell’impossibilità di raggiungere l’equilibrio stesso?

La parola equilibrio, insieme a tutti i suoi sinonimi e contrari, è fondamentale per la mia visione del mondo:in molti casi essa assume un significato positivo, evocando un benessere generalizzato, un’esistenza in armonia con l’universo, priva di tensioni.  Ma, come sappiamo, il mondo non può dirsi in equilibrio per diversi motivi: non vi è equilibrio nella densità di popolazione, nella distribuzione delle ricchezze, e anche per il singolo individuo la condizione di equilibrio non è facile da raggiungere e molte volte viviamo sentimenti sbilanciati che possono recare sofferenza. Ma c’è anche qualcosa di più profondo: la vita del singolo individuo, intesa come processo biologico, è espressione di ordine ed equilibrio, le informazioni che servono affinché la vita si sviluppi e proceda si mantengono solo all’interno di un sistema privo di caos, ordinato. Ma, come sostengono alcuni scienziati, se all’interno di una stabilità generale e tendenzialmente eterna non si fosse generata, ad un certo punto, un’instabilità la vita non sarebbe nata, la freccia del tempo non avrebbe intrapreso il suo viaggio, e nemmeno tutti i processi evolutivi e di invecchiamento che osserviamo. Certo, come tutte le teorie scientifiche che mirano a spiegare fenomeni di questa portata, può essere non condivisa, addirittura invalidata, ma costituisce un modo di osservare le cose che si è insediato nella mia mente. Ecco che per me l’idea di equilibrio può anche riferirsi a una condizione che si oppone alla vita, a una staticità che nulla produce. Il paesaggio naturale, soprattutto in poesia, può tradurre attraverso la sua forma il nostro pensiero e sentimento del mondo. Un paesaggio mosso all’orizzonte, pendii e depressioni del terreno mi dicono che la vita è presente e la stiamo vivendo, qui e ora, nella sua necessaria imperfezione e sbilanciamento. Come tu hai giustamente osservato, il percorso seguito ne “Le distrazioni del viaggio” conduce anche alla presa di coscienza che l’equilibrio è raggiungibile solo in situazioni molto particolari, che è una condizione instabile proprio perché non corrisponde ai processi spontanei che ci riguardano.

Quando l’equilibrio è ritenuto necessario e giusto per il benessere di tutti allora va ricercato ad ogni costo, ma nei miei testi il riferimento non è a questo tipo di equilibrio.

 
 
 
 
I
 
Ci sono stanze in cui tutto tace, dove il silenzio
è incisione profonda e nasconde nel bianco
il rumore delle ore, il tonfo discorde
degli oggetti pesanti.
L’orto spira vento di terra, vuole mani
nude sul giaciglio dei semi. Più in alto la finestra
guarda il mare, confonde notte e foschia.
 
 
 
 
II
 
Il canto che proviene dal nostro istituto
fa di questo posto una gola sacra. La musica
perpetua dall’alto ci unisce come sorelle, tiene lontani
i precipizi e le attese. Il presente è uno schermo
senza bordi, un istante che cresce tra il vento
e il mare piatto. Noi stiamo qui a immaginare presagi
e l’ansia si muove come fumo denso e innocuo.
 
 
 
 
III
 
Una sera di fine novembre ti ho incontrato
mentre rincasavo. Pensavo a far finire la giornata,
a come darle una veste di presagio. Poi all’improvviso
ci siamo separati, scaduto il tempo delle nostre proiezioni.
Ho guardato a lungo dalla grande finestra,
attraverso i vetri ho disegnato una storia. Al mattino
riguardo le mie stanze, attendo che qualcosa cambi posto.
 
 
 
 

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