Anna non faceva altro che morire – Matteo Piergigli

 
 
Anna non faceva altro che morire
poi il mondo è andato a capo
ma qualcosa perdeva ancora sangue
ancora
 
 
 
 
 
Anna se ne frega.
Lo smalto scrostato
le doppie punte, la vita
in riserva e tutto la frega
È pieno il suo vuoto
ogni tanto qualcuno le dice
“Ti amo” e lei si meraviglia
“Perché?”
 
 
 
 
 
 
Una fotografia ingiallita.
Madre e figlio cullati
in un abbraccio. La donna
ninna serena l’incertezza.
Ora il figlio culla un ricordo
cementato dentro il cuore.
Solo l’amore non scade.
 
 
(Matteo Piergigli, La densità del vuoto, Samuele Editore, 2019)
 
 
 
Matteo Piergigli
 

In questi testi di Matteo Piergigli si affronta in modo abbastanza diretto la frattura  relazionale che porta allo smarrimento di senso e prospettiva, ma ancor più a uno stato di logorante isolamento relazionale e comunicativo.

Si tratta di una frattura introiettata, vissuta nell’interiorità dell’io poetico, in netto contrasto con l’altro-da-sé e il mondo esterno, con cui si tenta con difficoltà una connessione e si testimonia una difficoltà di contatto e comunicazione.

Il vuoto di Piergigli è reificato e opprime l’io narrante, che lo vive come una minaccia e un limite, avvertendolo quasi come una entità materiale e negativa.

Questa la premessa; già nel primo testo assistiamo alla contrapposizione tra un soggetto specifico (il personaggio “Anna”) e il mondo.

I due elementi non sono in relazione di continuità o persino di identità, ma si confrontano in modo netto e antagonistico: l’isolamento del personaggio nella propria interiorità sofferente si flette nel non fare altro che morire.

E anche se la dimensione altra del mondo esterno va a capo, quasi con indifferenza e distacco alla sofferenza individuale, ciò non basta a salvare o a consolare, né, meno che mai, a distrarre dal sé, che perdeva ancora sangue / ancora.

Ed è di perdita che si parla, perdita innanzi tutto dello stimolo relazionale che comporta la possibilità di accogliere l’altro-da-sé, in senso ampio, che porta a uno smarrimento patologico, esplicato in una trascuratezza relazionale e nei confronti della propria interiorità sofferente (Lo smalto scrostato / le doppie punte, la vita / in riserva).

Questo sentimento è tutt’altro che vuoto, e difatti il vuoto è principalmente di senso e di realizzazione di un senso di connessione con le cose e gli altri: è un vuoto pieno di elementi che impediscono il suo concreto superamento o una possibilità di pacificazione, al punto di far meravigliare Anna alle parole di un qualcuno che le dice “Ti amo”. “Perché?” chiede, e il fallimento relazionale e comunicativo è manifesto.

Anche l’ultimo testo, che propone una chiave a questo reticolato insolubile e doloroso (Solo l’amore non scade, viene detto in chiusa), trovando forza nel ricordo degli affetti familiari e nelle radici della memoria (proiettati inesorabilmente verso l’incertezza) offrono sì un sostegno cementato dentro il cuore, senza però offrire un superamento alla tragedia relazionale e di connessione umana, che appare ancora affetta da una apparente, reciproca inaccessibilità.

O forse, come suggerisce Magrelli, chi parla del veleno / vuol dire che già si è curato.

Non è da escludere, considerato che i versi più consolatori e di proiezione di senso appartengono a testi scevri dalla maschera retorica di “Anna”, mentre quest’ultima vive come nell’attesa di un miracolo che non avviene, ma di cui non ha ancora del tutto perso la speranza.

E forse anche Anna, prima o dopo, sarà la protagonista dell’abbraccio in cui sono cullati madre e figlio – e anche se così non fosse, l’ammettere una possibilità positiva resta un segnale di orientamento e l’ostacolo finale a una definitiva resa di fronte al vuoto che Piergigli tratteggia.

 

Mario Famularo

 
 
 
 

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