Anamòrfosi – Angela Greco

Anamòrfosi – Angela Greco
Edizioni Progetto Cultura 2017, prefazione di Giorgio Linguaglossa

 
 

Il problema di fondo (filosofico ed estetico) della poesia della seconda metà del Novecento (che si prolunga per ignavia di pensiero in questo post-Novecento che è il nuovo secolo) è il non pensare che il problema di una «forma» non può essere disgiunto dal problema di uno «spazio» e che quest’ultimo non può essere disgiunto, a sua volta, dal problema del «tempo» (tempus regit actum, dicevano i giuristi romani). Ora, il digiuno di filosofia di cui si nutrono molti poeti, dico il problema di pensare questi tre concetti in correlazione reciproca, ha determinato, in Italia, una poesia scontatamente lineare unidirezionale (che segue pedissequamente e acriticamente il tempo della linearità metrica), cioè che procede in una sola dimensione: quella della linea, della superficie… ne è derivata una poesia superficiaria e unidimensionale. E, si badi, io dico e ripeto da sempre che il maggiore responsabile di questa situazione di imballo della poesia italiana è stato il maggior poeta del Novecento: Eugenio Montale con Satura (1971), seguito a ruota da Pasolini con Trasumanar e organizzar (1968). Ma queste cose io le ho già spiegate nel mio studio Dalla lirica al discorso poetico. Storia della poesia italiana 1945-2010 (EdiLet, roma, 2011); in questa sede, posso solo indicare il punto di arrivo di questo lungo processo, ovvero il minimalismo e il post-minimalismo.

Con questa conclusione intendevo tracciare una linea di riflessione che attraversa la poesia del secondo Novecento. Una linea di riflessione, che diventa una linea di demarcazione. Delle due l’una: o si accetta la poesia unidirezionale del postminimalismo magrelliano (legittima s’intende), che prosegue la linea di una poesia superficiaria e unidirezionale che ha antichi antenati e antichi responsabili (parlo di responsabilità estetica); o si opta una linea di inversione di tendenza da una poesia superficiaria a una poesia tridimensionale e argomentativa, che accetta di misurarsi con una «forma più spaziosa», seguendo e traendo le conseguenze dalla impostazione che ha dato Czesław Miłosz al problema della poesia dell’avvenire. La poesia citata di Miłosz è un vero e proprio manifesto per la poesia dell’avvenire e chi non comprende questo semplice nesso non potrà che continuare a fare poesia superficiaria (beninteso, legittimamente), cioè un tipo di poesia di cui possiamo sinceramente fare a meno.

È dentro questa problematica che si situa questo lavoro poetico di Angela Greco. Il tentativo di creare un allestimento scenico per una poesia di ombre, di Maschere, di Personaggi, che discorrono e discutono mentre il tempo scorre e la forma si solidifica; una poesia, che varca la soglia della lirica per avviarsi verso una nuova struttura sintattica e semantica.

 

Giorgio Linguaglossa

 
 
 
 

Abbiamo un Amleto in comune
a cui affidare una trama e svelare una follia.
Al termine della scena si spegnerà la luce
e si riempirà la stanza senza palcoscenico.
 
Entra per la stessa porta e chiudi subito.
Togli pure la maschera. Non servirà.
 
racconta la vicissitudine della notte che hai ascoltato
di là da dietro il giorno, oltre la tenda, l’inganno:
hai visto quei volti bianchi di menzogna e hai riso
di inatteso stupore.
 
(sulla torre si fa sacra la notte al canto della civetta
e gli occhi conoscono bene il corridoio da percorrere)
 
Questa rappresentazione ha sortito applausi scroscianti
e preciso il tuo indice ha indicato il punto e il motivo
dove guardare, su cui scrivere, da cui fuggire.
 
Quel dire, però, non ha capacitato la platea
che riottosa ha lasciato il teatro nella nebbia.
 
(sulla torre si fa sacra la notte e la civetta è una lira
e la mano conosce bene il luogo da raggiungere)
 
Entra, l’attesa è conclusa. Il Novecento sta finendo
e con esso abbiamo finalmente una deriva
da accusare.
 
 
 
 
 
 
La stanza è lastricata di vetri che sanguinano.
Le mani ferite dall’incedere delle parole
si trascinano a ginocchia scoraggiate
verso l’unica finestra
dalla visione di un giardino già visto.
 
rimbalza il frutto rosso da terreno a pensiero
e tocca raccoglierlo dal piano inferiore
quello che per molti è solo il sostegno al calpestio
e dove nessuno semina più fatica e attesa.
 
Il rapimento di questo lasso di tempo è comprovato
dalla stoltezza dei gabbiani che non distinguono più il mare.
 
(Parli, lo sento
e nel virgolettato delle tue sillabe
sostieni quel silenzio
di chi conosce già i titoli di coda.)
 
 
 
 
 
 

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