All’epoca che le fanciulle – Maria Concetta Petrollo

Cetta Petrollo, All’epoca che le fanciulle, prefazione di Loredana Magazzeni, Zona, Lavagna (GE), 2017.

Questo volume di Cetta Petrollo è un quasi diario di brevi prose poetiche che si snodano per un tempo determinato, segnate da una data iniziale: 1 dicembre, prosegue poi per quarantasette puntate (o incontri) non sempre seguendo un andamento strettamente cronologico, quello del giorno dopo giorno, per circa (presumiamo) due mesi e mezzo. Alcune prose sono marcate da date precise: 2 dicembre, 8 dic., 10 dic., 18 dic., 23 dic., 24 dic., S. Stefano, Capodanno; altre hanno indicazioni temporali più generiche: dopo, racconti serali; altre ancora sono nominate come eventi, oggetti, qualità: per mare, partenza, sangue, respiro, cancelli arrugginiti, chiavi, candele, gelosia, pazienza, ironia, bisbetica, scema, difficile; altri ancora hanno titoli legati a miti o pianeti: Urania, Saturnina.

Le prose hanno, a tratti, un andamento lirico, si muovono sul piano della fiaba, della immaginazione, spesso calate in una atmosfera onirica e notturna, e al contempo segnate da una realtà molto materiale, concreta (la pancia, il respiro, gli oggetti della casa, la scrivania, le torte). Con riferimenti a umori carnali (il pube, il seno, il sangue), a odori e sapori forti.

Protagoniste di queste prose sono quarantasette fanciulle di sessant’anni (ognuna nominata attraverso un numero), anzi, quarantasei fanciulle âgées più una donna, che ha la funzione di colei che è piuttosto saccente, come una vecchia zia che tutti abbiamo conosciuto e amato. Ma sono in realtà aspetti multiformi, differenti e anche contrastivi tra di loro del soggetto femminile. E le fanciulle di sessant’anni, candidamente narrate nelle loro qualità positive o negative, nelle loro azioni e nelle interrogazioni che si pongono, sono già una notevole anomalia rispetto alla norma della immagine della fanciulla legata alla giovinezza.

Come in ogni fiaba che si rispetti c’è, all’inizio, un evento che mette in moto l’azione, un evento magico, drammatico, l’incontro con un mago che pone alle fanciulle una domanda fondamentale: che cosa vogliono ancora dalla vita. Questo avverbio è una discriminante di peso, le fanciulle la vita l’hanno già vissuta per gran parte, e dunque la risposta sarà piuttosto difficile. Infatti alcune mentono rispondendo con desideri che il mago dichiara apertamente falsi, solo ad un certo punto emerge il desiderio vero: vogliono ancora una piena affettività, un sogno d’amore non terminato, non vissuto come memoria (quindi alle spalle), ma come tempo che verrà, quindi nel futuro. Nonostante la vita trascorsa, nonostante le perdite, le difficoltà, i drammi passati.

E bene si colloca per comprendere questo libro l’esergo iniziale, due versi di Elio Pagliarani: «Quanto di morte noi circonda e quanto/ tocca mutarne in vita per esistere», che forniscono la chiave di lettura generale del testo.

Allora ci poniamo una domanda: questo libro così particolare, insolito nella narrazione e nella struttura, formato da molte brevi prose che possono essere autonome, con personaggi specifici, e tuttavia legate da un fil rouge che collega una narrazione all’altra, è anche una sorta di Compianto anomalo? La morte di Elio Pagliarani è datata 8 marzo 2012, e il diario di Cetta Petrollo risale al 2012, almeno nella stesura immediata, nell’impulso primo della scrittura, poi rimaneggiata e compiuta nel tempo seguente.

Il libro sembra un traghettamento verso la vita, operazione che richiede di ripercorrere delle tappe, quasi delle stazioni di gioia e di dolore, di emozioni e di smarrimenti, di cadute, di sogni. Leggiamo dentro e sotto le parole delle fanciulle una esperienza di dolore concreta, ricordi che fanno parte di una storia a due, riferimenti precisi a momenti di vita privata che hanno una risonanza profonda nell’animo di questo soggetto femminile formato dalle molte fanciulle.

«Ma decima aveva spento la luce e stava lì postando sul computer e si diceva mica sono scema, donna sta facendo un sacco di confusione, a me piace sognare e immaginare e cercare e chissenefrega se ai sogni non risponde la realtà, peggio per la realtà, che la mia è quella che è, e peggio per la realtà se non sa sognare, io è una vita che sogno che ci ho sempre avuto un gran mago, un grandissimo mago vicino che mi diceva tu ti gasi da te e basta che qualcuno ti sorrida che tu parti ma non è grave diceva questo mago, con me non si cade…

E scema ricordandosi del mago, quel mago che adesso dorme e dormendo respirava e respirando riempiva la casa e ancora con luminosi occhi la guardava, ricordandosi del gran mago continuava a postare sul computer sulla sua scrivania al centro della plancia della nave che era la scrivania del poeta che erano le infinite volte che si erano seduti a quella scrivania che erano gli infiniti silenzi le infinite paturnie, gli infiniti sbattere di carte.
Che anche si campa giocando a poker.
Basta avere la forza di rischiare.
Di bleffare.
Aspetta ti insegno come si fa.
Che lei purtroppo non aveva mai imparato ma lui glielo diceva, devi imparare a bleffare e non fare la scema…
Che io sono un re e tu una regina.
E dico, non te lo dimenticare mai mai.
Ma non parlarmi mai prima dell’una.
E scema si disse continuando a postare sul computer e a scrivere la sua di storia, postando come una matta si disse, ha ragione, ha ragione lui, mai prima dell’una dovrà parlarmi un uomo».

Azzardiamo a dire che questo lavoro nasca in maniera piuttosto frammentata, sulla spinta di un tempo difficile e trovi in seguito una sua sistemazione più compiuta, un progetto complessivo, ma lasciando tracce evidenti della sua genesi. Scrittura come terapia, come superamento della solitudine e dell’angoscia, come presa d’atto sulla realtà, ma anche scrittura come luogo di confronto serrato con domande di senso, con domande radicali sulla vita e sul vivere di tutti. Da qui l’importanza della notte operosa (delle quattro lune), dei tempi di passaggio tra buio e luce, le prime avvisaglie dell’alba, l’aurora (il transito al giorno, il tempo che non è più e che non è ancora). È lo spazio in cui le cose “accadono”, una sorta di mondo di mezzo in cui i sogni si mescolano alla realtà, le domande si fanno più urgenti.

La trama esce da una storia individuale attraverso il riferimento alla fiaba (e della fiaba si riprendono il linguaggio, le iterazioni, il tempo sospeso, i luoghi del sogno, gli oggetti magici), e la molteplicità dei soggetti che hanno caratteristiche individuali proprie ma anche più “generali” comuni, capaci di connotare sotto numerosi aspetti il soggetto femminile. Diviene infatti una metafora complessa che si può leggere a più piani: come mettere in campo quelle “risorse” che le donne possiedono e mettono in essere nell’affrontare la vita, in alcuni drammatici momenti e nella quotidianità.

Anche la costruzione del percorso non è lineare e cronologica. Ad un certo punto, dopo la presentazione della fanciulla ventinove c’è un epilogo e sembra di essere arrivati alla fine, invece la narrazione torna indietro, ricomincia il conteggio con altre diciassette fanciulle e propone un andamento ciclico, recuperando i luoghi dell’inizio con una buona dose di ironia.
 

Gabriella Musetti

 
 
 
 

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