Alcune ragioni minime – Melita Richter

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Alcune ragioni minime, Melita Richter (Kolibris Edizioni 2018, prefazione di Massimo Sannelli, nota in bandella di Gabriella Musetti)

 

Melita Richter compone, per i tipi della Kolibris Edizioni, una delicata quanto composita opera dal titolo perfettamente aderente: Alcune ragioni minime.

Incipit che coniuga due elementi quanto mai quotidiani, usuali, ma sostanzialmente opposti. Le ragioni, le motivazioni per fare o per essere qualcosa. O qualcuno. Minime, ovvero poco importanti, o poco impattanti, o apparentemente superflue.

Ma la poeta sa che tutto ciò che esiste è composto da unità minime, elementi che presi per sé stessi appaiono poco importanti per il tutto. Un capello, un’unghia sono ben poca cosa all’interno della struttura di un corpo umano. Così il mi sento in vena surreale / “You are beautiful” qualcuno sussurra. / Niente di tale. Niente paura. / Soltanto un minuscolo smottamento mentale appare così straordinariamente marginale da diventare lo spauracchio di un infinito piacere ancestrale dove tutto trova la sua collocazione, la sua ragion d’essere.

 
Il dopo
 
Gli sbalzi d’umore esistono
per confermare le nostre assenze
munite di parole levigate
portatrici di alibi
compagne di partenze.
I guizzi di brio lambiscono
margini speculati del tempo e del luogo.
Ci vuole un cluster di cellule maligne
e un po’ di coraggio
per gettare le consolidate certezze al rogo.
 
 
 
 
I giorni
 
I giorni come perle
s’infilano
di luce alterna
brillano
a volte il filo si spezza
allora le perle fuggono
si disperdono
assieme a loro svanisce il supporto
sul quale i pensieri si ergono.
 

Ogni perla, ogni cellula sono parte di un tutto che Melita Richter non nasconde essere la Storia. Dove gli esseri umani sono perle e cellule apparentemente marginali, fondamentalmente essenziali.

 
Le indiane hanno il sari
 
Le indiane hanno il sari
che le avvolge ben bene
come scrive Moniza Alvi
e sussurra loro: il tuo corpo è il tuo paese.
Sul mio corpo non ci sono codici tatuati di appartenenza
nella loro assenza non avverto la prigionia del Canone
ma qualcuno dia la sbirciatina sotto la pelle
nelle pieghe dell’animo
dove debordano cicatrici, dolori, sofferenze
e brillano i rimandi della memoria.
Lì abita la mia storia
lì duole il mio paese
lì il mio mondo s’arrese.
 
 
 
 
Il cielo sopra il Kosovo
 
È gravido il cielo sopra il Kosovo
di stelle grandi come pianeti
s’appoggia ai monti della Šar planina
t’abbraccia l’anima
t’illumina
t’incanta
t’inchioda alla Storia.
Hai paura di radicarti nella sua onda chiaroscura
paura di risvegliare bruni pensieri
avvisi contromisura
che evocano campi insanguinati
il calpestio del suolo furioso
lo scintillio di sciabole
lo stridere delle aquile.
Il pensiero allora fugge a ritroso
in questa notte di mezza estate
mentre il vento soffia debole
e riposano i papaveri.
Tu, allora, ti stringi nelle spalle
e ti consegni ai sordi tempi balcanici
avvolta nell’immensità del manto celestiale
velluto morbido cosparso di polveri infinitesimali
che volteggiano leggiadre sopra il Campo dei merli
come granelli luminosi della via lattea
cercando di spianare ferocia
sull’incudine della memoria.
 

In un processo/movimento a ritroso, cioè partendo dalla Storia, dalle conseguenze ultime e arrivando all’elemento minimo che è l’unità del sé, della propria consapevolezza (Nella mia infanzia / quella remota socialista / per forza radiosa / a volte / per farci ingurgitare / il brodo lustro giallo di gallina […] Ora mi chiedo / perché mai in cirillico?), Melita Richter arriva (o meglio inizia) a parlare estesamente di Europa. Un’Europa Patria / Matria / geometria scombinata / sfilacciata / asimmetrica / come il precario equilibrio di un’acrobata sulla pertina. Un’Europa di Kava, di Kafa o di Kahva (i tre modi di cui le tre etnie della Bosnia usano denominare il caffè), di mleko da mlijeko o mliko materinje (le modalità di scrivere la parola latte in lingua slovena, serba, croata e in dialetto ciakavo croato), di Kafka in cirillico e Đilas in inglese. Un’Europa che apparentemente grande si compone comunque di storie minime, di particolari, di conseguenze.

 
Alcune ragioni minime per cui mi sento europea
 
Mi sento europea perché mio padre mi narrava storie dei leoni di pietra
che vegliano sul ponte Lanc Híd
il Ponte delle catene di Budapest
e così vicini me li rese, che io,
palpebre chiuse e narici tese,
immaginavo le belve bagnarsi nelle acque dense del Danubio
il grande Duna di Attila József
quelle stesse acque pesanti che scorrono vibranti sotto i ponti di Vienna
dove zio Otti portava a trottare cani da caccia dal pelo corto color pepe.
Ah, il nostro Otti, che vita opulenta!
 
Mi sento europea
perché nei pomeriggi ambrati zagabresi
mia madre sgranava le note di Grieg e di Pergolesi
con la stessa dedizione con cui sfornava i domenicali Roastbraten
e gli struccoli di ciliegie fumanti
colmi di Staubšećer, il candido zucchero a velo
che mitigava il calore delle delizie croccanti.
 
Mi sento europea
perché ho letto Kafka in cirillico e Đilas in inglese
e in croato tradussi il sociologo francese Henri Coing amico fidato.
Perché di venerdì ci toccava il piatto di tagliatelle con semi di papavero
uno strazio vero per ogni bambino mitteleuropeo.
 
Perché sognavo il Far West come tutti gli adolescenti d’Europa
ardentemente conversando con Gary Cooper
ilgiusto del Mezzogiorno di fuoco
eroe vicino agli dèi
che morì da partigiano nelle gole dei monti Pirenei
in quell’indimenticabile Per chi suona la campana.
 
Perché mio nonno, sciarpa di seta e bombetta mondana
lettore assiduo di Stefan Zweig
appassionatamente credette che da inseguire fosse
“einen harmonischen Verlauf de Lebes”.
E mai inveire.
 
Perché allo stadio di ghiaccio nella città alta dove si andava
quando il cielo si appesantiva tanto da sfiorarci la nuca
Adamo cantava: Tombe la neige…
Perché conobbi la sorte di Imre Nagy
prima che gli speaker del premuroso Occidente iniziassero i loro esercizi
linguistico-ideologico-manipolatori
con questo nome scioglilingua
per loro un eterno enigma
per noi, il simbolo di un’Europa sconfitta
l’insanabile ferite.
 
Perché mi vergogno profondamente delle prodezze di camicie nere
e per niente amo le bandiere delle patrie.
Perché soffro da cani nel vedere i Balcani in preda a orribili guerre di fratrie.
Perché ripudio il nazionalismo come mestiere e come estro
e rifuggo ogni sua fede tramutata in mattanza.
Perché credo all’Utopia,
all’Altro,
alla Sorellanza.
 
Perché rammento il giorno che in una Roma rossa di garofani
incontrai Rafael Alberti e Dolores Ibaruri.
La chioma canuta al vento della Storia
la sentii rivolgersi con tempra rivoluzionaria
ai centomila e trecento
quel dì che ella ancora non osò tornare
in una amara Spagna franchista.
 
Mi sento europea
perché varco i confini considerandoli soglie e non più frontiere
sentendomi a casa nel Mondo.
Gioco stupendo questo conguaglio
Mondo – Europa,
Europa – Casa.
Ma forse mi sbaglio.
 

Nonostante la drammaticità della Storia, di un’Europa tragica, di un’appartenenza a una terra amata e violentata dagli uomini stessi (Dove poteva andarsene lui che più di ogni altro luogo amava la sua città / e non la lasciava neppure quando il barbaro / il non-uomo / la cinse con terrore, con fame, con nefandezza / quando scarnì per sempre la sua bellezza?), Melita Richter attinge a una saggezza che deriva proprio dalla Storia. Dalla vita personale e dalle vite di donne prima di lei.

Si possono infatti intravedere caratteristiche prettamente femminili non tanto nelle tematiche quanto nel tono, nella forma dello sguardo che affronta e si confronta con la Storia. Uno sguardo che consapevolmente e volontariamente resta leggero.

 
Il dispatrio
 
Il dispatrio
è come stare perennemente nell’atrio
di un mondo assente
essere e non essere tra la gente
non da soggetto, da io, ma solo da opzione latente.
È sentirsi vagabondo
tra le parole del mondo
cercare il filtro per il nodo di dolore
quello che attanaglia
e con un po’ di arte e un po’ di follia
tramutare la nostalgia
la vecchia canaglia
in una qualità fine e asciutta
disseminata sulle vie della vita.
E poi?
E poi armarsi di disubbidienza
e vedere se qualcosa muta.
 

Tale saggezza nel modo di approcciarsi diventa spesso gioco lessicale di assonanze e allitterazioni. Quasi a significare un continuo legame tra gli elementi, tra le ragioni minime che compongono la struttura del testo quanto della Storia in un’ottica di volontaria leggerezza, di consapevole distanza. Quasi un’ancora di salvezza.

 
Dietro le quinte
 
Smonto
sposto
disfo
riordino
ricombino
bevo vino
rosso
possibilmente dal bicchiere grosso
dietro le quinte sulle ali finte della notte
sul palcoscenico della vita.
E lì spiffera, spiffera dalle fessure
snašle su me neke pozne ure*
il crudele vento fuori orario.
E poi
cala il sipario.
 
 
* Mi hanno raggiunto delle ore tarde
 
 
 
 
La Bora
 
Strida
ridda
ulula
la bora scura di Trieste
già tre giorni sbornia di vento e spavento.
Scoperchia
sibila
impazza
mentre io
ciabatte e latte caldo in tazza blu Ikea
sfido sorseggiando alla finestra
la sua furia
che schiuma foglie della crnika
come fosse sotto Segna*
e non sulla Grande Piazza
o in via Mulino a vento.
Baldanzosa baldoria
profumo di neve che cade a stento
schegge di feste che trillano
gennaio s’annuncia a Trieste.
 
 
* Segna: città dalmata nota per la straordinaria forza della Bora
 
 

Alessandro Canzian

 
 
 
 

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